ottobre 28, 2014 | by Emilia Filocamo
«A 12 anni sono stato folgorato dai film di Spielberg e Tim Burton». Storia del regista Stefano Simone

L’entusiasmo è qualcosa che non muore mai, forse anche nelle condizioni peggiori e nei momenti più difficili. L’entusiasmo, unito alla passione, costituisce una miscela perfetta, una ricetta che non ha eguali e dai risultati strabilianti, un’alchimia, un dosaggio calibrato che rende i sogni, quelli apparentemente più impossibili, raggiungibili, facili e a portata di mano. Se poi a tutto ciò si aggregano talento quanto basta e l’età in cui i sogni sono più semplici da rincorrere, e dunque l’età in cui si è giovani e fortunatamente quasi dissidenti dal facile disincanto che spesso, purtroppo, tocca agli adulti, allora il “ pasto” del successo è pronto per essere servito. Si spiegano così l’energia contagiosa e la voglia di fare di Stefano Simone, giovanissimo regista foggiano salito alla ribalta anche grazie al consenso di addetti ai lavori di spicco, merito sicuramente di n talento unico e di  un modo di proporsi nuovo; una piacevole voce fuori dal coro che ha superato, come lui stesso preciserà nel corso dell’intervista, i limiti geografici e pregiudiziali della provincia, per imporsi altrove. Stefano Simone ed io entriamo in contatto, come spesso avviene ultimamente, grazie ad un passaparola speciale, ad un’eco in cui la parola cinema, rimbalzata da un capo all’altro, diventa il trait d’union necessario perché io possa scoprirlo ed ammirarne l’instancabilità, sta promuovendo il suo nuovo film e ha già documentari e vari script aperti come frutti da gustare, e perché lui possa consegnarsi alle mie domande e farsi riconoscere come un entusiasta dalle idee molto chiare.

Sei giovanissimo e hai cominciato ancora prima a dedicarti a questa passione. Ma come nasce tutto? Quando esattamente hai capito che il cinema era nel tuo destino? «Ho la passione della settima arte sin dall’età di 12 anni. I film che mi hanno colpito a tal punto da spingermi a voler fare il regista sono “Lo squalo” e “Indiana Jones e il tempio maledetto” di Steven Spielberg e “Batman” di Tim Burton. A 13 anni ho girato il mio primo cortometraggio “Il delitto di classe” e da allora non mi son più fermato. Originariamente, ero un grande appassionato di thriller-horror (li guardo tutt’ora comunque), per cui i primi lavori andavano tutti in quella direzione. Poi, col passare del tempo, seguendo soprattutto l’evoluzione naturale del mio stile, ho cercato di affrontare più generi senza però mai tralasciare una certa vena dark-noir».

Per un ragazzo di talento, ma giovane come te, quali sono le principali difficoltà che si incontrano intraprendendo un percorso come il tuo? E quali sono state, invece, le maggiori soddisfazioni? «Sarò molto sincero: questo è un settore dove ci sono soprattutto difficoltà. Se poi non sei figlio di qualcuno famoso, è quasi impossibile emergere: purtroppo viviamo in un paese dove la meritocrazia non esiste più da tempo (questo vale non solo per il cinema). Personalmente, più di una volta mi sono chiesto perché lo faccia, ma la risposta arriva immediata da sola: una passione sconfinata che fa dimenticare tutto e ti invoglia progetto dopo progetto a voler raccontare qualcosa al pubblico. Alla fine non ti interessa quanti vedranno la tua opera, ma quanti se la ricorderanno. Ecco, al di là dei rientri economici, questa forse è la più grande soddisfazione che un filmmaker possa avere».

A chi hai dedicato, se lo hai fatto ovviamente, il tuo primo film, il tuo primo lavoro e di cosa si trattava? «Spesso ho dedicato i miei film a registi famosi del passato o ad amici, però credo che dedicare “Weekend tra amici” al mio nipotino Stefano sia stata la cosa più bella».

L’incontro professionale che ti ha segnato e cambiato in un certo senso la vita? «Grazie all’amico Gordiano Lupi, ho avuto la possibilità di conoscere Ruggero Deodato. Non mi sembrava vero che stessi vedendo il mio mediometraggio “Cappuccetto rosso” seduto accanto a lui sul divano di casa sua. Alla fine del film, quando mi ha fatto i complimenti, ero al settimo cielo».

Sei un ragazzo del sud: quanto questa componente meridionale, fatta credo di istinto,  apertura, generosità se vogliamo, ha caratterizzato le tue scelte lavorative anche in termini di rapporto con gli altri e quanto, invece, le ha penalizzate, magari proprio perché venivi dalla provincia e non eri nell’entourage dei luoghi tradizionalmente deputati alla cinematografia? Penso non so ad esempio a Roma. «Non saprei: come tutti gli esseri umani, ho i miei pregi e i miei difetti. Caratterialmente credo di essere abbastanza aperto alle idee altrui e agli scambi di opinioni, anche se allo stesso tempo son convinto che un regista debba comunque porre dei paletti rigidi e, talvolta, alzare la voce quando è il momento di dire “Basta! Si fa come dico io!”. Molto spesso, durante le lavorazioni, capita che alcuni componenti del cast vogliano avere voce in capitolo su tutto e, addirittura, pretendono che il regista debba sottostare a certe loro regole non scritte prima di prendere una decisione, scordandosi spesso che è lui ad avere in testa il film finito dalla a alla z. Se un filmmaker facesse così con tutti i membri della troupe, il film sarebbe un brodo senza né capo né coda. Fortunatamente mi è capitato poche volte di avere a che fare con persone così».

Il giorno più bello sul set? «Tutti quelli in cui ho gridato: stop e… fine».

Il lavoro di cui sei più orgoglioso? «Sicuramente  “Gli scacchi della vita”, che però deve ancora uscire».

Se dovessi trovare un pregio ed un difetto nel tuo modo di girare, quali sarebbero? «Beh, uno dei pregi che ho è che son molto veloce quando giro, avendo il film già in testa, per cui riesco ad ottimizzare perfettamente i tempi. Tra i difetti, sinceramente non so, forse in certi momenti dovrei riflettere un po’ di più prima di prendere una decisione».

Hai immagino dei modelli di riferimento: quali? «Al volo: William Friedkin, Ingmar Bergman e Lars von Trier».

I giovani esordienti, registi ovviamente, che hanno catturato recentemente la tua attenzione ed il tuo interesse? «Stefano Lodovichi (“Aquadro”) e Emanuele Caruso (“E fu sera e fu mattina”), forse i migliori registi indipendenti del momento».

I tuoi prossimi progetti o lavori? «Oltre a promuovere “Gli scacchi della vita”, sto preparando un documentario a carattere culinario e impostando i prossimi film, alcuni già in fase di script».

Ti sei mai immaginato in un altro ruolo: voglio dire, se non fossi stato un regista, oggi saresti? «No, l’unico ruolo in cui mi ci vedo è il regista. Non esiste mestiere più bello a mio avviso».

Come ti vedi fra 20 anni? Ancora dietro la macchina da presa o hai un piano B? «Spero di poter lavorare sempre in questo campo anche se, come dicevo prima, si tratta di un settore davvero difficile».

Un attore, italiano o straniero, con cui vorresti lavorare e da tempo e a cui affideresti il ruolo da protagonista di un tuo film e perché? «Ryan Gosling e Bradley Cooper: li ritengo tra i migliori del momento».

La tua terra, la Puglia, è stata spesso location per  set importanti. Il film che non è ancora stato fatto sulla Puglia o in Puglia e che magari gireresti tu volentieri? «La Puglia, oltre ad essere una delle regioni più belle d’Italia, è sicuramente la più varia. Ci si può girare qualunque cosa. Non so se “Il film definitivo in/sulla” Puglia sia stato già fatto e se si potrà mai farne uno».

A chi vuoi dire grazie oggi? «In primis ai miei genitori che mi hanno sempre assecondato. E poi a tutte le persone che mi hanno sempre seguito durante e dopo la lavorazione dei miei film».

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