aprile 9, 2015 | by Emilia Filocamo
A bordo dell’aereo virtuale di Antonello Costa “Sono stato fortunatamente costretto a fare il comico!”

Quando uno spettacolo è davvero bello, credo accada una cosa particolare: si va via con una sorta di solletico allo stomaco che spinge a comunicarlo, trasmetterlo, a farsene portavoce, a diventare una “cariatide” paradossalmente mobile capace di supportarlo. Forse perché dentro si smuove qualcosa e quel qualcosa, una volta smosso, ha bisogno di trovare compiutezza anche all’esterno, di mettere radici grazie al passaparola. È quanto deve essere accaduto all’amico che mi ha parlato dello spettacolo del comico Antonello Costa in scena al Teatro Roma: un messaggio, breve, arrivato alle 23.30  sul mio cellulare che racchiudeva l’eccezionalità ed il talento del protagonista,  un messaggio inviato con gioia proprio uscendo dal teatro. Un artista vero ha questo potere in fondo, quello di lasciarti così positivamente scosso che non puoi contenere l’emozione e darle solo garbo nel momento in cui la condividi. Nasce così l’intervista ad Antonello Costa, nasce da una serata a teatro di cui sono stata invisibile partecipe: quando contatto l’artista, che so essere già pronto per un’altra replica di Low CostA…ridere Co’ sta crisi, in scena al teatro Roma fino al 5 aprile, parliamo di sorriso e riso, di comicità ed umorismo, di sole 3 parolacce e 9 doppi sensi, di Chaplin e Stanlio, di ballerine e varietà. Sono stati venti minuti in cui sono io stessa ho sorriso più volte, perché è nel destino e nel sangue di Antonello Costa chiamare il sorriso dalla pancia del pubblico con l’agevolezza e la professionalità di un fachiro che solleva il serpente.

Antonello, puoi parlarci del tuo spettacolo? Come nasce l’idea e qual è stata la risposta del pubblico? Lo spettacolo ha un filo conduttore preciso che si dipana in un contesto molto particolare, è un varietà moderno ma che strizza l’occhio ai varietà degli anni ’40, ’50 e ’60. C’è un corpo di ballo, ci sono ben 12 personaggi che interpreto, canto, ballo, faccio vari cambi d’abito, con 7 parrucche, 14 giacche e 11 cappelli diversi. L’idea conduttrice è quella appunto di fare un volo:  io sono il comandante, la scenografia è un aereo, la prima ballerina l’hostess ed il pubblico rappresenta i passeggeri. Con il pubblico facciamo un volo immaginario attraverso diversi paesi in cui faremo scalo, ed in ognuno ci sarà un personaggio diverso che interpreto. In Brasile incontreremo il tipico personaggio brasiliano, a Roma un cantautore romanesco, a Broadway interverranno le ballerine. Lo spettacolo insomma permette ai passeggeri, in un momento di crisi, di fare volare senza spendere soldi e di fare un viaggio virtuale appunto. Il pubblico sta rispondendo meglio di quanto sperassi. E voglio sottolineare che è uno spettacolo nel quale è quasi del tutto assente la volgarità, come ripeto a tutti ci sono solo 3 parolacce 9 doppi sensi. È  adatto ai bambini ed ai nonni, non è uno spettacolo aggressivo, ma adatto a tutta la famiglia.

“Scomodo” un tuo conterraneo, visto che sei siciliano, e cioè il grande Pirandello il quale diceva che la comicità è “l’avvertimento” del contrario, l’umorismo “il sentimento” del contrario, dunque mentre la comicità ha lo scopo di far solo sorgere la risata, l’umorismo indaga su quella risata, su ciò che fa ridere diventandone quasi compartecipe. È così anche per te? Ti senti più comico o più umorista? Il mio scopo è solo quello di far ridere, è incredibile l’energia che mi arriva dal pubblico non solo quando applaude, ma soprattutto quando ride, e non voglio fare delle morali, perché ritengo che questo compito spetti ad altri, magari anche a comici più intelligenti o più bravi di me. La mia comicità è fatta di immediatezza, utilizzo il mimo, il canto, il ballo. Poi ovvio, c’è anche un riferimento al sociale: ad esempio, in un’epoca in cui tutti sono sempre, perennemente al cellulare, io mi sono inventato il personaggio che whatsappa in continuazione, ma senza nessun intento didascalico, solo appunto per riderne, poi è ovvio che ognuno può leggerci ed interpretarlo come meglio crede.

Da spettatore, più che da artista, ti piace la comicità che vedi in giro e cosa ti fa ridere? O cosa non ti piace? Ti dirò che io rido facilmente, sorrido sempre, sarà che essendo siciliano risento della grande solarità della mia terra. Quando qualcuno sostiene che il comico, in privato, è un musone o non ride mai, resto sorpreso perché io sono proprio l’opposto. Anzi, sul palco spesso mi trattengo.  Non mi piace la comicità moderna, quella del mordi e fuggi; in questi ultimi 10 anni i veri comici sono stati pochissimi perché tutti si fermano e si formano solo su un’apparizione televisiva, condensata nello spazio di un numero, che dura al massimo 3 minuti. Invece la comicità deve durare, anche un’ora e mezza. Non rido ad esempio dei monologhisti, io studio molto i comici, e credo che dopo Benigni, che è straordinario ed è un grande monologhista, capace di incollare il pubblico per 2 ore, non ci sia un suo degno erede. Fra i comici amo molto Albanese, Aldo Giovanni e Giacomo e trovo Crozza straordinario, gli altri sono fenomeni che lasciano il tempo che trovano, sono prodotti effimeri, usa e getta. E, ovviamente, trovo straordinari maestri come Enrico Montesano e Gigi Proietti.

Perché diventare un comico? Come lo hai scelto? Fare il comico è un mestiere fantastico ma nessuno sceglie di diventare comico, sono le circostanze, gli amici ed il pubblico ad indirizzarti. Io volevo fare l’attore serio, facevo teatro, ma ogni volta che salivo sul palco e dicevo qualcosa la gente, il pubblico, iniziava a ridere e i registi spesso mi ripetevano che avevo la faccia da culo che, nel nostro ambiente, è una fortuna. Entravo in scena e anche se dicevo solo buongiorno, scattava automatica la risata. Così diciamo che sono stato fortunatamente costretto a fare il comico, adoro studiare i grandi, mi piacciono Totò, Chaplin, Sordi, Fabrizi. Sento spesso dire che il varietà è morto, ma la verità è che il varietà costa tanto, costano le musiche, il corpo di ballo, conviene quindi fare programmi comici usa e getta, in cui puoi condensare tanti artisti in poco tempo. Il varietà costa fatica prima agli artisti stessi e poi a chi li mette in piedi, tranne Sanremo, non ci sono più i grandi varietà di un tempo. Ecco, io mi considero un po’ fuori stagione in questo senso, ma sono ottimista.

Sicuramente avrai tanti ricordi splendidi, ma ce n’è uno a cui sei particolarmente affezionato? Ce ne sono due che non dimenticherò mai. Il primo, nel 2000, a “Beato fra le donne”, che andava in onda alle 21 su Canale 5 ed in cui interpretavo Sergio: era in diretta, con la conduzione di Natalia Estrada. Ricordo che dopo la pubblicità, appena iniziava il programma, io entravo in scena e aprivo lo show. Ricordo come tremavo, solo che ad un certo punto mi feci un discorso e mi dissi che se volevo davvero fare questo mestiere, dovevo smetterla di tremare ed imparare a reggere le emozioni e la pressione, altrimenti era meglio lasciar perdere e andare a lavorare in ufficio. L’altro ricordo è stato quando lo scorso anno sono stato chiamato dal grande Hugo de Hana al teatro Regio di Torino per interpretare Njegus nella Vedova Allegra. È stata un’emozione immensa essere diretto da 87 direttori d’orchestra diversi, davanti a 1.500 spettatori e cantare senza microfono. L’Italia ha tante eccellenze, tanti professionisti ma preferiamo spesso parlare solo dei raccomandati e di ciò che non va, quando ci sono poi tanti talenti incredibili.

Cosa ti aspetta adesso? Comincerò il tour estivo da maggio a settembre, ben 50 tappe da Torino a Gela e poi è già in calendario la prossima stagione al Teatro Roma, quella 2015/2016. Inoltre porterò Low CostA in giro fra Bologna, Palermo, Marsala e Caltanissetta.

Fuori dal palcoscenico cosa ti piace fare? Hobby, passioni? Mi piace andare a pesca e suonare la chitarra a casa. Ascolto Battisti, molta musica a parte la punk e la musica hard rock. Mi piacciono Brahms e Paganini e gli Squallor, insomma salto da un estremo all’altro, amo Pino Daniele, la disco anni ’70 , i Neri per Caso e Nino D’Angelo. Adoro poi Bublè e Sinatra, la loro è musica eterna. E poi ascolto molta musica anche per prepararmi, per lavoro. La musica è il pentagramma della vita su cui scriviamo i nostri tempi.

Pregi e difetti di Antonello Costa? Fra i difetti, sono molto pignolo, sono preciso, mi piace che ognuno faccia quello che deve fare perché solo così lo spettacolo è perfetto. Come pregio trovo che sia bello il fatto che non mi accontenti di ciò che ho fatto e raggiunto, che è tantissimo. Sono uno dei comici più richiesti in Italia, tanto presente sulla tv nazionale, ricevo complimenti da tutti gli addetti alla comicità ma non mi accontento e voglio essere sempre pronto e continuare a migliorarmi.

Che cosa ti fa perdere la pazienza? La mancanza di educazione, è una cosa che odio. Forse perché ho ricevuto una educazione basata sul rispetto, da buon siciliano. Non sopporto, ad esempio, chi getta le cartacce dal finestrino dell’auto, chi ha il cane e non pulisce dopo i bisogni, e solo perché sono fuori dalla loro casa. Ma ormai mi sono rassegnato, non potrei litigare ogni istante con tutti!

Se potessi incarnarti in un grande comico del passato, chi sceglieresti e perché? Allora, io ho una classifica, al terzo posto metterei Totò, al secondo Stanlio ed Ollio, al primo Charlie Chaplin. Ognuno di loro ha pregi e difetti, Chaplin era un genio inarrivabile, anche se poi fu indagato dall’FBI perché creduto comunista, sposò una minorenne, insomma ebbe vicende varie, Totò è straordinario per quei tempi comici che solo i napoletani hanno e poi… ecco vorrei essere Stanlio, perché la sua vis comica è unica, irripetibile.  

Al termine dell’intervista, Antonello Costa mi chiede se ci vedremo a teatro, a Roma, prima della fine del suo spettacolo. Gli rispondo che non vivo a Roma, ma ovviamente a Ravello: la distanza non è eccessiva, ma neanche minima, e concludo che se mi sarà possibile sarò felice di “salire a bordo” del suo aereo virtuale. Perché a certi viaggi, in cui talento e passione sono compagni fedeli ed il sorriso la meta, non bisognerebbe mai rinunciare.

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