giugno 4, 2014 | by Emilia Filocamo
A lezione di Cinema da Vincent Guastaferro. Il suo metodo presto in Italia

La prima volta in cui io e Vinny Guastaferro abbiamo parlato, l’Italia è stata l’argomento principale. Mi ha raccontato delle sue origini italiane, di quante volte ha visitato Roma, dove ha ottimi amici, soprattutto nell’ambito del mondo dello spettacolo (fra gli altri Luca Barbareschi) della sua ammirazione per la lingua italiana e per tutto ciò che è Italia. Così, accettare di parlare di Hollywood in un’intervista per un magazine italiano, è stata per lui una grandissima gioia. Certo, non è stato semplicissimo a causa dei suoi continui impegni, prima che potessi buttare giù una sola parola di questa intervista, sono passati di mezzo vari set, viaggi e una festa di laurea in famiglia ma l’attesa è stata ricompensata da un racconto piacevole fatto di grandi attori, grandi collaborazioni a cominciare da quella con l’attore Joe Mantegna e di necessità di trasmettere la propria arte grazie ad un metodo di recitazione, chiamato The Sport of Acting, organizzato in workshop e classi. La domanda “inaugurale” per questa intervista non poteva, ovviamente, che essere targata Italia.

Vinny, in che modo le tue origini italiane sono presenti nel tuo lavoro e nella tua recitazione? Sono assolutamente italiano: sono cresciuto in una comunità italiana e chiunque conoscevo parlava italiano, anche i miei compagni di classe erano italiani. Il contatto poi costante con mia madre, con i miei zii e con tutti i parenti e conoscenti di origini italiane, ha fatto si che avessi un temperamento vivace, appassionato, un grande amore per le belle donne e per il cibo, tutte caratteristiche che ormai permeano i miei tessuti. Quando poi in seguito ho cominciato a lavorare al cinema e per diversi ruoli in tv, le parti che mi venivano offerte erano sempre quelle di un italo americano. Quello più importante è stato interpretare Al Capone in un film con Anthony La Paglia. Poi a seguire ho interpretato sempre delinquenti o poliziotti, tutti di origini italiane. In NYPD Blue ho interpretato per ben tre anni il sergente Agostini, in The Beat, con Mark Ruffalo, ero il Sergente Nicolella ed in un film con Dan Travanti ero il detective Alcantara. Tutti rigorosamente italiani. Sarà stata la mia abilità, o comunque anni ed anni di studio ad avermi reso capace di ottenere  questi ruoli e di far venire fuori tutta la mia italianità.

Come hai cominciato la tua carriera? Beh, ho iniziato la mia carriera a Chicago con il teatro ed è stato un periodo di grandi successi. Un giorno in città si girava un film ed ottenni un piccolo ruolo. Ricordo chiaramente come era riverito ed osannato il protagonista, e come tutti, dalle persone che guardavano per curiosità ai colleghi, pendevano dalle sue labbra. È stato in quel momento che ho capito che se fossi rimasto a Chicago, avrei ottenuto solo piccole parti e non sarei mai arrivato alla ribalta. Così mi trasferii ad Hollywood ed ottenni subito un ruolo in un film molto importante in cui recitavo accanto a dei grandi artisti come Liam Neeson, Patrick Swayze, Helen Hunt, Bill Paxton, Ben Stiller e Ted Levine, solo per citarne alcuni. Mi resi conto che se non fossi andato ad Hollywood non avrei mai ottenuto un ruolo di prim’ordine e non sarei mai stato accanto ad attori di quel calibro. Il film successivo lo girai con John Travolta. Senza ombra di dubbio sono state le esperienze più entusiasmanti della mia vita.

Guastaferro in vari film 

Un buon film deve avere? Al contrario, un film scadente ha? Un buon film lo fa la storia, l’azione deve guidare la trama e la trama deve direzionare la storia. Un buon film può essere tale sotto vari aspetti, ma l’importante è che sia credibile. Credibili devono essere i protagonisti che devono essere soprattutto capaci di affrontare situazioni disparate ed eventi imprevedibili e sorprendenti. Un film scadente, al contrario, è quello in cui la storia non ha peso. E, mi spiace dirlo, gran parte dei film di oggi sono così, e parlo dei film di azione, dove le peripezie degli stuntmen o gli effetti speciali sembrano avere la parte preponderante e dominano su tutto il resto.

L’arte della recitazione può essere insegnata. Puoi parlarci del tuo progetto “The Sport of Acting” e come ti è nata questa idea? Precisiamo che la recitazione si può insegnare, ma non il talento, quello no. Si può insegnare come affinare un’inclinazione, come calarsi in un ruolo, come costruire un personaggio, insomma come affinare la propria arte. Al “The Sport of Acting” mi concentro sullo sviluppo delle abilità, se hai talento allora è più facile affinare il dono. Spesso utilizzo metafore provenienti dal mondo dello sport perché sono convinto che un attore, così come un atleta, necessiti di un allenamento continuo per non perdere quell’abilità che poi, con il passare degli anni, lo porterà fuori dal mondo agonistico. Le mie classi di insegnamento combinano lezioni di spontaneità, a quelle sull’improvvisazione fino all’analisi dei testi e alla regia. Lo scopo è quello di fare in modo che ogni attore sia preparato al massimo delle sue possibilità. Insegno come rapportarsi al pubblico e anche come fare del proprio meglio per ottenere una parte, quando si cerca di ottenere un lavoro, come creare personaggi credibili, veritieri. L’idea mi è venuta proprio in Italia quando insegnavo agli studenti che non parlavano la lingua inglese: ad un certo punto ho capito che avrei dovuto tentare di avvicinarli con una sorta di approccio fisico che mi permettesse di essere capito al di là di ogni barriera linguistica.

Cosa rende un attore bravo e cosa lo rende invece indimenticabile. Dipende tutto dal lavoro che fai, da quanto ti impegni. Se riesci a fare un ottimo lavoro, puoi essere certo che ti richiameranno, se fai un lavoro buono, o comunque sufficiente, magari avrai un’altra occasione, ma se lavori male, allora non hai chances; ti dimenticheranno in fretta e avrai difficoltà ad ottenere un altro ruolo. Dico sempre che bisogna essere attivi, intelligenti, generosi, piacevoli, perché le persone che stanno con te sul set devono sentirsi bene, trovare piacevole il tuo lavoro e la tua compagnia. E poi bisogna essere perennemente attivi, la cosa peggiore che un attore possa fare è quella di dire che non fa nulla: bisogna fare sport, yoga, meditare, prendere lezioni di canto, di musica, o anche di una lingua straniera, aggiornarsi continuamente. Tutti i più grandi attori, anche quelli con i quali ho lavorato: da Tom Hanks a John Travolta, da Hillary Swank a Kristen Bell, da Val Kilmer a Kevin Costner a Bryan Cranston sono al top proprio grazie al modo in cui hanno lavorato ed al modo in cui si sono rapportati agli altri.

Quali sono stati i tuoi modelli come registi? Anche del passato. I miei modelli come registi sono anche quelli con cui in qualche modo ho potuto fare esperienza, quindi David Mamet, Michael Mann, Francis Coppola, Barry Levine e Woody Allen. Quello che adoro di questi registi è che sono completamente all’interno del film, totalmente coinvolti e consapevoli di ogni sua parte, non solo della regia, ma anche della sceneggiatura, del modo in cui si recita. Questo genere di registi utilizza una quantità di energie incredibile per portare il proprio lavoro ad un livello altissimo. Una volta ho avuto la fortuna di lavorare con Vittorio Storaro e ho imparato tantissimo, è stato geniale e professionale al tempo stesso. Inoltre, quando sono venuto in Italia per girare, ho conosciuto suo figlio Giovanni che mi procurò dei biglietti per assistere ad una mostra intitolata “Writing with Lights” all’Istituto di Cultura Italiana di Roma in cui si metteva in luce il lavoro dell’artista Emanuele Cavalli che ha influenzato il concetto di luce proprio in Storaro. Da allora io e Giovanni siamo rimasti amici.

Qual è stato il tuo primo lavoro? Ci racconti le tue emozioni e anche le tue paure? Eccitazione e stordimento. Venendo dal mondo del teatro dovevo essere capace di adattare la mia tecnica al mondo del cinema. Su un palcoscenico, come sono solito sottolineare, si comincia sempre dall’inizio e si finisce quando cala il sipario, nel cinema invece, devi essere in grado di interpretare il tuo personaggio dal mezzo della storia. Mi capitava, arrivando sul set, di recitare magari la scena topica di tutto il film. Così al “The Sport of Acting” insegno ai miei allievi a trovare la giusta armonia col ruolo che interpretano così da poterlo rendere in maniera perfetta in qualsiasi momento ed in qualsiasi parte del film gli venga richiesta.

Di tutte le persone che hai incontrato, intendo soprattutto colleghi, chi ti ha dato di più in termini umani e non solo professionali? Innanzitutto il regista David Mamet. Lavoriamo insieme e siamo amici da oltre vent’anni, ho lavorato con lui in cinque film e sette lavori teatrali, incluso il suo dramma più autobiografico,  “The Old Neighborhood”, a Broadway con Patti Lupone. Fra gli attori, la persona che mi ha insegnato di più è stata sicuramente Don Ameche, un attore di vecchia scuola, italo americano, un signore. Aveva già ottanta anni quando ho lavorato con lui in “Things Change” di David Mamet, era simpatico, intelligente, raffinato. Mi ha insegnato che un attore non ha una data di scadenza, ha recitato fino all’ultimo giorno. Ecco, mi auguro di avere la stessa longevità artistica. E poi ci sono tanti attori che ho conosciuto e con cui ho lavorato che mi hanno insegnato tanto, soprattutto l’estrema disponibilità fuori e sul set: Kevin Costner, Tom Hanks, Bonnie Bedelia, Patty Lupone, Bryan Cranston, Joe Mantegna e Jean Smart.

Sei stato in Italia tantissime volte. Cosa pensi del cinema italiano e hai un regista preferito? Tempo fa ero in Italia e discorrevo di cinema con il regista Francesco Carini. Gli dissi che adoravo i film italiani perché si basavano su belle storie e non si preoccupavano assolutamente di avere auto che saltavano in aria o raffiche di mitra e colpi di pistola. Invece lui, ridendo, mi disse che amava il cinema americano proprio per questo, perché c’erano tante auto che saltavano in aria, ed una marea di pistole che esplodevano colpi. Allo stesso modo mi raccontava che spesso i film italiani non possono avere grandi effetti speciali per motivi di budget e che ammirava quelli americani proprio per questa apoteosi di effetti speciali costosissimi. Mi portava l’esempio dello “Star Trek” di J.J Abram, pieno di tutte le più grandi novità tecnologiche. Ero a Roma quando venne presentato “Star Wars: the Revenge of The Sith” e l’ho guardato in italiano. Pur non capendo una sola parola, ho gradito quel film solo per il modo in cui era girato, per la sovrapposizione delle scene e mi sono reso conto che era un film di grande qualità. Una cosa simile mi è successa quando nel 1984 Los Angeles ha ospitato le Olimpiadi e ho assistito a due rappresentazioni teatrali di Giorgio Strehler e del Teatro Piccolo di Milano, uno era “La Tempesta” di Shakespeare, l’altro “Il Servo di due padroni” di Goldoni. Bene, anche lì non capivo una sola parola, ma sapevo che la regia era perfetta e che nulla era stato lasciato al caso.

Fra tutti i film in cui hai recitato, qual è quello che preferisci? Sicuramente “Liberty Heights” di Barry Levinson, film sul razzismo e i pregiudizi nell’America degli anni ’50, raccontati però con un certo romanticismo ed una visione assolutamente splendida e personale. Poi a seguire tutti i film fatti con David Mamet, da “Things Change” a “Homicide”, da “State and Main” a “Spartan” e “Redbelt”. Lavorare con Mamet è il sogno di ogni attore, anche lui viene dal mondo del teatro, da Chicago, e quindi sa come parlare ad un attore e farlo sentire a suo agio sul set. 

La parte più difficile e quella più bella del tuo lavoro? Credo che la parte più difficile nella carriera di un attore sia quando non lavora. Il tempo, diciamo così, libero, viene impiegato da alcuni per raffinare la propria arte e trovare altri ruoli, da altri per emergere nel gossip o condurre una vita estremamente glamorous, da qualcuno altro, viene impiegato nell’aiutare il prossimo. Bisogna cercare di mantenersi attivi e creativi anche quando non si è coinvolti in un grande set. Quando recito a teatro, la parte più bella è l’emozione che si prova un attimo prima che il sipario si alzi, poi le luci che si accendono lì a Broadway e la folla immensa, il pubblico che ti aspetta. Quando invece reciti in un film, il momento più bello è il cosiddetto “master shot” ossia quando si recita il film dall’inizio alla fine e con tutto il cast. In quel momento si ha un’idea nell’intero lavoro svolto fino a quel momento.

La volta in cui sul set ti sei detto “Bravo, Vinny, sei stato grande”? Ce ne sono due. La prima quando ho interpretato un ruolo piuttosto difficile, una persona considerata un sempliciotto che riesce a dimostrare di essere un uomo di valore, diventando un leader. L’altra è stata quando ho interpretato un uomo che impazzisce per un avvelenamento da mercurio e si ritrova ad essere un killer spietato. Ecco, in quelle due volte, mi sono reso davvero conto di aver fatto un gran bel lavoro.

Il film in cui avresti voluto recitare? Il Padrino! Assolutamente, adoro quel film! Una volta feci un’audizione per interpretare una parte nel Padrino III, ma quel ruolo fu dato ad un amico di Francis Ford Coppola. Ok, ho accettato e rispettato la loro decisione, ma senza presunzione sono convinto che avrei fatto meglio della persona che fu scelta. 

Il genere in cui preferisci recitare? Provenendo dal teatro ed avendo studiato la Commedia dell’arte, adoro la commedia. Attualmente, soprattutto per la tv, interpreto quasi sempre ruoli come poliziotto o come criminale. Ecco, se mi fosse data l’opportunità, vorrei tornare proprio alla commedia.

La crisi economica ha investito anche il cinema. Cosa pensi si potrebbe fare per aiutare il cinema? In America, ad Hollywood, la situazione è piuttosto complicata, tantissimi produttori sono stati costretti a spostare le case di produzione altrove, per mantenere i costi più bassi. In Italia, invece, mi sembra che il problema principale è che i vostri film non riescano ad uscire dai confini del paese. Voglio dire, bisognerebbe tornare a produzioni grandiose, come quelle di Fellini, Visconti, Wertmuller o Zeffirelli. In America c’è una grande quantità di film francesi, svedesi, norvegesi o del sud America, ma praticamente quasi nessun film italiano. E la cosa strana è che in America si adora qualsiasi cosa provenga dall’Italia!

Noi che non apparteniamo al tuo mondo immaginiamo la vita di un attore tutta feste e soldi. Ma esiste un lato oscuro? Ogni mestiere ha i suoi problemi ed un risvolto della medaglia. Nel nostro caso è un po’ più delicato, perché noi tentiamo di vendere noi stessi. Sicuramente c’è il lato glamour, fatto di feste, premiere, bella gente e soldi, così come ci sono le esagerazioni, le tossicodipendenze, le ossessioni, le eccentricità varie, ma non c’è solo un lato oscuro. Credo che la parte più difficile di questo mestiere, sia tentare di condurre sempre una vita normale. Io stesso mi sono perso tanti compleanni di figli, feste, diplomi perché magari giravo da un set all’altro e quindi è questo magari l’aspetto più complicato.

Cosa pensi del successo che sta riscuotendo il genere fantasy e come lo spieghi? Credo che sia dovuto in gran parte alla tendenza del gusto. In un’epoca di grande incertezza, questo genere di film aiuta a cercare una sorta di oasi. Io preferisco ad esempio vedere serial come “Il Trono di Spade” o “I Borgia” piuttosto che film che parlano di licantropi o zombie. Anche se ho recitato in alcuni film horror, che sono rimasti dei must; parlo di “Venerdì 13 parte VI”, “Jason Lives” ed il film di Wes Craven, “Shocker”. Ancora vado alle conventions di genere per salutare e ringraziare i miei tanti fan.

Qual è il tuo ultimo pensiero prima di andare a dormire? Ringrazio per tutto quello che ho, per il lavoro che faccio, perché è esattamente quello che desideravo fare e non potrei desiderare di più. Recentemente ho parlato con un caro amico che sta perdendo la sua battaglia contro il cancro e molto onestamente mi ha detto che il suo solo scopo adesso è quello di svegliarsi domani. Ecco, questa cosa mi ha fatto riflettere: adesso vivo la vita giorno per giorno, godendomi ogni istante.

Puoi dire grazie a qualcuno. A chi lo dici? A due Joe. Il primo è Joe Guastaferro, mio fratello che mi ha per primo sostenuto ed incoraggiato. L’altro è il grande Joe Mantegna, amico da più di 40 anni. Il mio secondo fratello. Poi in Italia ho tanti amici, da Luca Barbareschi a Greta Cavazzoni, e ancora Sean Kanan, Pasquale Viola e Karina Sparks. Con il loro aiuto quest’anno porterò “The Sport of Acting” a Roma. Sarò ospitato da Joe Mantegna, dalla sua famiglia pugliese proprietaria di un agriturismo che si chiama Masseria Mofetta. Dimenticavo! Il mio metodo di insegnamento è davvero infallibile, e permette ad un attore di ottenere gioia e successo. Potrei svelarti qualche segreto, se mi date la possibilità di fare un workshop a Ravello! 

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Vincent Guastaferro in tre recenti interpretazioni in Criminal Minds, Castle, e Touch

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