maggio 15, 2014 | by Emilia Filocamo
A Mimmo Jodice il riconoscimento alla carriera del Museo Madre

Alla vigilia del conferimento al fotografo Mimmo Jodice del primo “Matronato alla Carriera”, riconoscimento spettante a chi, persona fisica o giuridica, si sia distinta nella produzione, ricerca e promozione dell’arte, che sarà consegnato domani dall’Assessore regionale Caterina Miraglia alle ore 19 per volere della Fondazione Donnaregina di Napoli presso il Museo Madre e a cui presenzieranno Pierpaolo Forte, Presidente della Fondazione Donnaregina, Andrea Villani, direttore del Museo Madre ed il Prof. Vincenzo Trione, coordinatore del Dipartimento di Ricerca del Madre, provo a farmi un’idea di cosa possa in sintesi significare “talento” e quali siano le caratteristiche che conferiscono tale dote, tale sorta di super potere ad un artista, in modo da farlo emergere sui “colleghi”, triste forse usare il termine colleghi in campo artistico, ma rende bene il concetto.
Mimmo Iodice per Ravello Festival Leggendo di Mimmo Jodice, non avendo e, sono schietta, gli strumenti idonei a dare una mia personale valutazione, un parere critico o da addetta ai lavori, guardando in più occasioni le sue opere, le foto che immortalano momenti e scorci, quotidiano e metafisico, con una carrellata di istanti fermati ma mai imburrati nella stasi fine a se stessa, piuttosto preconfezionati con immortalità, e con un’intensa capacità dialogante e discorsiva, faccio subito mie le splendide parole del Prof. Vincenzo Trione. Trione pone l’accento sul fatto che l’opera di Jodice, fra l’altro autore dell’immagine simbolo e copertina del Ravello Festival 2014,  del pacato davanzale cariato che ammicca da più angolazioni, seducente quanto una camicia sbottonata senza malizia sui seni di una donna del Sud, leitmovit della 62esima edizione del Festival, appunto dicevo, e senza perdermi, che Trione sottolinea come già dalle Sperimentazioni degli anni sessanta, l’opera di Jodice si rivela come un vaso comunicante costante fra “istinto e consapevolezza, fra immediatezza e calcolo, contemporaneo e classico”. Dunque ecco la chiave di interpretazione del talento, il metro di misura, forse, l’esegesi del “testo” talento. Il talento è armonia di estremi non concomitanti, forse di opposti, di istinti e tendenze guerreggianti, di apollineo e dionisiaco: il calcolo da un lato, la concretezza di argini che non assecondano ma educano la piena esplosiva della creazione, dell’ispirazione, e poi il fiume stesso dell’ispirazione dall’altro, questa incandescente fucina di intuizione, visione, forza, sensibilità, intelligenza. Jodice, secondo Trione, riesce ad incanalare perfettamente queste due componenti con una capacità fortemente analitica riscontrabile in tutti i suoi lavori, quando in un semplice viaggio urbano, dalla sua Napoli a Pompei, da Petra ad Efeso, tralasciando la ovvietà di un reportage degli scorci, supera quella che è la “scorza” di tutti i dati fisici per andare alle intercapedini, alle essenze, alle rovine e non al tutto, a ciò che viene suggerito da una fine, e non da un principio. Il suo sguardo potente si sofferma sul quotidiano, sugli utensili e le macchine caricandoli di una valenza simbolica, superiore, quasi metafisica e la natura stessa si espande in monumento all’anima, all’interiorità, non più contratta dalle brutture, dalle limitazioni o dal contagio; la natura si rivela nuda come anima del tutto. Il quotidiano è insomma per Jodice un diapason con cui raccordare una visione metafisica, ed è bellissima la riflessione di Trione, quando afferma che nelle opere del grande fotografo, c’è una sorta di “claustrofobia” voluta, non c’è aria, non c’è respiro, un ambiente quasi asettico che, proprio per questa mancanza di agenti esterni, siano essi il respiro stesso o l’ossigeno, resta inalterato, immutabile, eterno perché appunto puro ed intaccabile. Ma ciò che sorprende sono la vivacità e l’attrazione costanti di questa produzione che ha come cifra distintiva una recherche instancabile, iniziata più di cinquanta anni fa, una recherche sempre vigile, attenta e produttiva, capace di esercitare fascino attraverso un messaggio unico, diretto, che lascia quasi inebetiti. Si, dunque deve essere questo il talento: ha più o meno le stesse valenze di un incantesimo di lunga vita, i benefici di un elisir: impermeabilizza la bellezza imprigionandola nella teca di una creazione che non teme le incursioni ed i graffi del tempo.

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