luglio 19, 2014 | by Emilia Filocamo
A Ravello l’incantesimo della scrittura: è la notte del Campiello / Video

L’ Auditorium di Villa Rufolo manda una luce bianca e perfetta, una chiostra di denti nuovi e appena inaugurati al morso. Fuori c’è la sera, c’è il resto di Ravello con i turisti e l’estate che siede in piazza. Che siano le 23 poco importa, ognuno ha nelle intercapedini della pelle, forse anche nella bocca e agli angoli del cuore la magia appena spolverizzata dalla London Symphony Orchestra. E’ come se si fosse bagnati – nessun riferimento alla piccola tempesta agitatasi qualche ora prima – di note e perfezione, di quelle atmosfere che nascono così, con una marcia in più.
I finalisti del Campiello sembrano giganti: Giorgio Fontana è giovanissimo, ha pubblicato con Sellerio, e, confesso il mio piccolo peccato, vorrei rubargli dalle dita il segreto di quella incredibile sicurezza con cui scrive di avvenimenti lontani. Quando Perrella parla di come ha descritto Milano, usando cromatismi insoliti, ci si accende. Perché saper dare colore alle parole è un talento strano, un talento che non capita a tutti. Anche Falco è giovane, meno giovane di Fontana, ma assolutamente trascinante quando viene invitato a leggere. Si notava appena fra gli altri. Poi, quando ha spalancato il suo romanzo, c’è stato silenzio. Ci sono stati solo lui ed il silenzio.
Fausta Garavini è minuta e parla lentamente. E’ l’unica donna e sta composta con la sua fantasia di quadri che parlano e raccontano. Michele Mari legge il primo capitolo del suo libro che è davvero “indiavolato” come ha detto Perrella perché ciò che si coglie è la potenza della sua fantasia, un circo in cui ogni parola esegue un numero perfetto e puntuale. Mauro Corona e la sua bandana stanno nell’angolo a sinistra del tavolo: i capelli spuntano come erba selvatica e gli occhiali da vista si inerpicano sulla bandana. Corona tiene quasi sempre lo sguardo fisso sul foglio che ha davanti, Perrella più tardi gli chiederà cosa stia disegnando mentre la Garavini parla di quadri e di pittori.
Poco prima, nel semibuio della Villa, fra gli oleandri ed un leggero contrappunto di vento, umido ma piacevole, ho avuto la fortuna di ascoltare per caso Mauro Corona che si raccontava a Perrella. Corona diceva di sentirsi in difficoltà quando deve affrontare le persone, la folla, gli raccontava della sua Erto, della montagna venuta giù e di come “sente” la gente, da cui a pelle riesce a percepire rabbia, frustrazioni. “Io mi accorgo della tristezza, della difficoltà di una persona che mi sta davanti quando la guardo, lo sento – diceva – e tutto ciò mi mette a disagio, perché mi carico di questa roba”.
Ho sentito che ha definito la sua caccia all’isolamento una forma di vigliaccheria, gli capita ogni tanto   di “macchiarsi” con la vita di città, ma poi torna a lavarsi nella sua solitudine. L’ho ascoltato ma senza voltarmi, mi piaceva la sua voce che arrivava alle spalle e che sembrava venire da una roccia, da un antro di montagna. La montagna così come l’ha descritta, con quel suo verso familiare diventato poi boato. Mi è piaciuta la sua similitudine fra Ravello ed Erto. Ravello è la montagna che affonda in mare, Erto cade semplicemente giù e se lassù non si è capaci di stare in equilibrio, allora è meglio andare via.
A mezzanotte, come ha sottolineato Perrella, l’incantesimo è finito. Di una sera in cui tutti i linguaggi, da quello musicale a quello letterario, sono stati serviti a volontà sul piatto di Villa Rufolo, mi porto dentro proprio Mauro Corona che, al telefono, per un istante, guardando il nostro panorama, la nostra Ravello, il palco sgomberato in fretta come una donna che si strucca, diceva entusiasta: “Tu non hai idea, qui è tutto meraviglioso, dovresti vedere, qui ci sono i limoni! Qui hanno i limoni!”.

 

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