agosto 7, 2014 | by Mario Amodio
A Ravello per uccidere Lennon: la calda estate di Alessandro Haber tra impegni teatrali e il sogno di un film da regista

Qualche giorno fa è stato nominato nuovamente membro della giuria del Magna Grecia Film Festival di Catanzaro e i suoi impegni professionali sono principalmente tutti al Sud. È un agosto rovente quello di Alessandro Haber – una lunghissima carriera che lo ha visto protagonista in più di 60 film per il grande schermo, nei quali ha lavorato, fra gli altri, con Monicelli, Avati, Tornatore, Olmi, oltre che in ruoli teatrali e nella veste di regista – che si racconta prima del suo debutto al Ravello Festival dove interpreterà il ruolo del killer di John Lennon facendo rivivere quella drammatica sera dell’8 dicembre del 1980 in un racconto che intreccia musica e teatro, senza cali di tensione.

Hai interpretato nella tua carriera tantissimi ruoli ma quanto ti mancava quello di un assassino eccellente come Mark Chapman che spense i sogni dei Beatles con l’uccisione di Jonh Lennon? Beh diciamo che c’è già stato nella mia carriera un personaggio strano che si chiamava “Jack lo sventratore”. Per cui ho già avuto modo di vestire questi panni anche se si tratta una psiche completamente diversa. Mi diverte molto però fare questo nuovo personaggio innanzitutto perché abbiamo da una parte queste musiche straordinarie dei Beatles rilette in maniera classica e come contrappunto c’è questa voce di Mark Chapman che racconta la psiche, le motivazioni. Lui dice di aver salvato i Beatles, perché facendo questo ha reso immortale Lennon. Chapman è un po’ come quelli che vanno a queste trasmissioni tv soltanto per apparire. Ecco, uccidendo Lennon, lui che pur suonando e tentando di emulare il grande gruppo non riuscendoci, pensò che poteva diventare importante solo con un gesto omicida. Non è un film ma una lettura, peraltro molto forte perché la scrittura è molto bella e molto semplice. Racconta quell’uomo, quel suo mondo. Una storia sulla quale c’è da sempre grande attenzione da parte della gente oltre ovviamente che alla musica”.

Che effetto fa risentire i Beatles in un arrangiamento completamente diverso da quello originario? A mio avviso è struggente. Si tratta di uno di quegli esperimenti che si fanno se cerchi strade nuove. Un po’ come ho fatto io con il teatro: ho fatto lo Zio Vanja, Platonov, Orgia di Pasolini. Erano tutti unici e li ho rifatti perché volevo percorrere artisticamente un strada nuova. E anche il repertorio dei Beatles si presta a nuove riletture perché è un qualcosa di universale: ci sono dei quadri, delle scritture delle musiche che ci appartengono, che sono passati alla storia. E se si ha il coraggio di riproporle trasformandole e personalizzandole, diventano come se tu le avessi in qualche modo riscritte. Sennò sentiamo dagli autori e dai cantanti gli stessi suoni. Però se qualcuno ha il coraggio di prenderli in mano e stravolgerli, elaborandoli in maniera classica, la storia cambia. E devo dire che l’effetto è molto forte. Farlo con un’orchestra poi è straordinario. Sono molto curioso: chissà come mi sentirò abbracciato, coinvolto, preso. Un’orchestra non sono cinque archi. Poi c’è questo chitarrista bravissimo, Giampaolo Bandini, un grande talento. Sono molto emozionato dall’idea di farlo con una così ampia composizione musicale. L’unica volta che ho calcato il palcoscenico al fianco di un’orchestra vera fu al Regio di Torino dove fui chiamato a rileggere Romeo e Giuilietta. E in quell’occasione ho avuto il piacere e l’onore di lavorare e conoscere il grande Mstislav Rostropovich. Facemmo una prova durata meno di un’ora e solo sui pezzi che mi riguardavano. Ricordo che mi diede alcune dritte importanti, di ritmo all’interno della battuta, perché il movimento musicale era di un certo tipo e voleva che io mi adeguassi”.

Sarà un agosto rovente, professionalmente parlando, anche per te? “Io quando lavoro sono in vacanza. Sto facendo alcuni Reading uno dei quali con un quintetto e col quale viene reinterpreto e racconto il tango argentino di Astor Piazzolla. Poi il Magna Grecia Festival di Catanzaro, mentre in questi giorni sarò a L’Aquila, una città che ha sofferto tanto e in cui mi piace tornarci. Farò una cosa per loro dopo tanti anni e mantenere questo rapporto umano mi piace molto. E poi troverò questa situazione completamente diversa a Ravello dove da anni avete questo Festival meraviglioso in un parco naturale con un panorama straordinario. Una situazione così bella così piacevole”.

A Ravello venerdì ci sarà il tuo debutto anche se lo scorso anno insieme con Paladino avete presentato proprio in Villa Rufolo il cortometraggio su Gesulado da Venosa… Si, e fu una serata gradevolissima. Io ero solo ospite per la presentazione del film breve di Mimmo Paladino, un grande dell’arte. Anche se attendo di vivere emozioni diverse con lo spettacolo di venerdì. Ricordo che assitemmo a un concerto da quella tribuna sul mare e mai pensavo di venire lì. Poi è arrivata la proposta di Stefano Valanzuolo, che è l’autore di questo testo che poterò in scena. Faremo una cosa forte, una cosa che piacerà molto”.

La portata visionaria e futurista di Gesualdo da Venosa potrebbe essere oggetto di un film vero e proprio? Purtroppo lo conosco ancora poco però credo che sia un personaggio che meriterebbe un’attenzione maggiore. A mio avviso su Gesualdo andrebbe fatto un film. Anche Mimmo lo pensava. Però un personaggio come questo richiede un notevole dispendio di energie anche economiche. Occorre poi una corposa sceneggiatura. E’ un uomo di grande fascino e per nulla un personaggio timido”.

Abbiamo parlato di Ravello e della Costiera, qualche ricordo di questa terra se non ce l’hai proviamo a rammentarlo noi: le Ali di Katia ti dice qualcosa…? Certo che si: mi ricorda Atrani e ancora la Costiera. E’ un film girato nel 1998 con un regista danese. Io facevo la parte di un bieco cattivone. Un personaggio che era un po’ l’orco della situazione. Un film che si rivolgeva a un pubblico molto giovane, ai bambini. Ma non è l’unico ricordo che ho di questa terra meravigliosa. Pensa che la mia fidanzata storica era di Cava. Poi Salerno è una città che frequento abbastanza. Positano e Amalfi sono tra i luoghi più belli al mondo insieme con Ravello che è un luogo unico, affascinante da morire. Mi dispiace solo che arriverò il giorno stesso dello spettacolo e ripartirò quello successivo. Un vero peccato”.

Il Sud, che tu hai più volte detto di amare, è anche il filo conduttore del Ravello festival. Sai darci una tua definizione di Sud…? A parte il calore della terra, l’ospitalità, i colori, i sapori, penso a tutto ciò che è meno edulcorato, più diretto. Ecco, il Sud è ciò che non è artefatto. C’è una poi una commistione di suggestioni che mi trasmette il Sud: quelle partenze di un tempo alla ricerca di dignità e questi grandi arrivi di oggi con quel carico di disperazione”.

Progetti futuri: riesci ad anticiparci qualcosa? Ho fatto due opere prime che usciranno a breve e poi riprendo uno spettacolo meraviglioso, che ho fatto a Napoli lo scorso anno e che si intitola Visitatore (Il). Richiama alla mente “Il visitatore” di Eric-Emmanuel Schmitt, per la regia di Valerio Binasco e con Alessio Boni. Quest’anno purtroppo faremo solo il nord ma posso assicurare, perché me lo ha detto la produttrice, Federica Vincenti che è poi la moglie di Placido, che il prossimo anno faremo tutto il sud dove c’è una richiesta molto forte. Ci sono poi in cantiere dei ruoli cinematografici ma tutti ancora da definire e poi questi Reading che sto facendo in giro per l’Italia. Ora sono qui con un amico a elaborare una serie di idee: ho voglia di fare un film da regista per cui stiamo pensando a una storia ma al momento è top secret”.

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