dicembre 5, 2015 | by Emilia Filocamo
A tu per tu con Alfonso Bergamo, il regista de Il Ragazzo della Giudecca, la storia di Carmelo Zappulla in uscita a marzo 2016 con Giancarlo Giannini, Franco Nero e Tony Sperandeo

Sono quasi sempre i dettagli che fanno un’intervista, le cose più piccole, le particelle quasi impercettibili che si spostano imprevedibilmente da un lato all’altro della conversazione, qualora il telefono sia il mezzo prescelto, o delle righe, se invece le risposte mi giungono via mail. Nel caso dell’intervista ad Alfonso Bergamo, il dettaglio in questione è stata una sua frase giunta via mail qualche giorno dopo la nostra chiacchierata telefonica e nella quale mi precisava il motivo del suo fare cinema: “Non amo il cinema, amo il tempo. Il cinema ti permette di registrarlo, rappresentarlo e conservarlo. Sono alla continua ricerca del Tempo, questo è il motivo per il quale vedo e realizzo molti film”. Eccolo dunque Alfonso Bergamo: è in queste righe, lui ed il suo talento sono tutti là: giovane, giovanissimo, con un fascino tutto suo di pensare il tempo ed il cinema che, lo ammetto, fin dai nostri primi scambi di comunicazione, via mail, via facebook e via telefono, mi hanno dato l’impressione di poterlo tranquillamente collocare in un territorio non italiano, non familiare, locale, “casalingo”. Alfonso Bergamo ha un “vento” addosso che è vento di internazionale, di idee che calciano contro i confini ma senza presunzione, come un bambino che vuole uscire dal box non perché non ami i giocattoli all’interno, ma perché vuole giocare in maniera più completa. È  affascinante ascoltare la sua idea di cinema, il momento in cui l’ha realizzata nell’aula del tribunale ricreata a Battipaglia nella sede comunale, affascinante la sua corsa contro il tempo, rieccolo il suo tema preferito, per vincere il Festival del 48 Film Project. E partiamo proprio da là.

Alfonso ci racconti di questo corto, La differenza, con cui hai partecipato al concorso? Certo. Lo scopo del concorso era quello di realizzare in 48 ore un corto partendo dall’idea e dalla stesura della sceneggiatura, fino alle musiche, alle location e al montaggio. Non è la prima volta che partecipo, ho vinto il 72 ore americano. Sono cresciuto con il cinema americano ed anglosassone e sono convinto che la lingua inglese sia sempre quella più adatta al cinema. È stata un’esperienza interessante fatta con 14 attori: il film è recitato in 3 lingue diverse, francese, inglese ed italiano. Ieri sera c’è stata la proiezione al Dams di Roma ed il 27 novembre la premiazione. Oltre a questo progetto, a cui ho partecipato un po’ per gioco, stiamo finalizzando le ultime cose per “Il Ragazzo della Giudecca” che uscirà la prima settimana di marzo, e sarà il mio primo film al cinema.

A proposito appunto del Ragazzo della Giudecca, da cosa è nata l’idea di realizzare un film sulla storia di Carmelo Zappulla? Ho letto il libro di Carmelo Zappulla “Quel Ragazzo della Giudecca”: io sono nato ad Eboli, sono campano, ma essendo giovane e poiché lui ha avuto il boom fra gli anni 80 e 90, non lo conoscevo. Leggendo il libro mi hanno colpito tanto la latitanza e soprattutto le analogie con il caso Tortora. Ho avuto poi l’occasione di conoscere Carmelo e ho visto la sofferenza nei suoi occhi, così ho scritto la sceneggiatura con Craig Peritz, con il quale collaboro da tempo e ho avuto la fortuna di avere un cast perfetto da Luigi Diberti a Giancarlo Giannini, da Tony Sperandeo a Franco Nero, solo per citarne alcuni.

Quali sono il pregio ed il difetto che ti fanno notare più spesso le persone con cui lavori, insomma che tipo di regista sei? Sono un regista nato in una Accademia di belle arti, anzi per l’esattezza ne ho frequentate 3, mi sono sempre considerato un regista d’autore, do importanza alle immagini, agli attori, certo so di dovermi adattare al mercato. Ad esempio il mio primo film, “Tender Eyes”, fra l’altro recitato in inglese, era più adatto ad un mercato internazionale, con il Ragazzo della Giudecca ho tentato un esperimento fra il filosofico e qualcosa di più italiano. Il cinema che non mi si addice è di sicuro quello dei cinepanettoni.

Che tipo di spettatore sei? Devo ammettere che è raro che andando al cinema a vedere film italiani ne esca soddisfatto, sono estremamente selettivo e critico, trovo che ci siano 2 al massimo 3 film interessanti all’anno, intendo di quelli che fanno al cinema, poi c’è tutto un altro cinema, indipendente, un sottobosco di giovani registi e di talento con idee sensazionali. Certo i budget sono limitati in quel caso, ma non è un male, perché quando hai dei limiti, allora sforzi maggiormente la creatività e da lì vengono fuori le cose più interessanti, le migliori.

Qual è stato il momento più bello e quale quello più complicato durante le riprese de Il Ragazzo della Giudecca? Il più bello ed il più complicato sono stati coincidenti. Abbiamo fatto un piano sequenza di oltre 15 minuti all’interno del comune di Battipaglia dove era ambientato il tribunale e c’erano Diberti, Stelluti, Sperandeo e Giannini. All’interno del piano sequenza ci sono stati momenti complicati per le tante comparse presenti ma è stato bellissimo: ecco in quel momento ho sentito il profumo del cinema che voglio io, della squadra.

Cosa ti aspetta adesso? Stiamo lavorando ad una serie tv, sono ossessionato dal tema del tempo e cerco di raccontarlo attraverso ciò che faccio. Lo farò anche con questa serie ed il prossimo film a cui sto già lavorando e che comincerò a girare a settembre. Ormai c’è una completa osmosi fra tv e cinema, il mercato americano ce lo sta insegnando, molti registi cinematografici li troviamo in serie tv di successo, ormai le serie sono diventate dei film per qualità e per risultati.

Conosci il Ravello Festival, un suggerimento di tema per il prossimo anno? A Ravello sarei dovuto venire con il mio caro amico Sergio Cammariere il 2 agosto del 2014 ma non sono riuscito a raggiungerlo. Seguo da sempre il vostro Festival come seguo tutto ciò che è arte. Come tema, direi “Il Tempo”, l’ho anticipato, ne sono ossessionato, continua ad inseguirmi, e fa parte di me.

Sono le ultime battute di questa intervista giocata sul tempo, perché per ogni cosa c’è un momento, un tempo giusto appunto. E questo era per me il tempo di conoscere il mondo di Alfonso Bergamo, un mondo di piani sequenza, grandi nomi e di idee. Del cinema che non è solo sguardo incantato, ma anche il profumo stesso di quella magia.

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