novembre 12, 2014 | by Emilia Filocamo
A tu per tu con Giorgio Lupano “Quando recito cerco di essere credibile perchè è quello che cerco quando vado al cinema o a teatro”

L’aggettivo fortunato comparirà due volte in questa bella intervista fatta all’attore Giorgio Lupano, volto noto di cinema, teatro e di tante fiction di successo. E non è un caso che ci sia questa piacevole anafora. La sua consapevolezza, la serietà e la serenità con cui ammette di aver voluto, desiderato fortemente questo lavoro, la carriera che porta avanti con successo e con mille impegni, mi investono in maniera gentile nel susseguirsi di risposte. Dietro il viso perfetto sta una responsabilità che ammalia e che convince, che fa rima con studio, dedizione e voglia di farcela.

Hai mosso, se non erro, i tuoi primi passi a teatro. Cosa ha in più, secondo te, da addetto ai lavori, un attore che proviene dal teatro rispetto ad un attore che non possiede questa esperienza alle spalle? Un attore con una formazione teatrale non ha nulla in più di un altro, semmai ha qualcosa di diverso: una diversa consapevolezza, che rende tutto l’approccio al lavoro meno “casuale”.

Teatro, cinema e televisione, ma c’è un posto, set o palcoscenico, dove sei più a tuo agio? Sono sempre a mio agio dove c’è una storia da raccontare e qualcuno a cui raccontarla.

Come nasce la costruzione di un ruolo, di un personaggio. Come si arriva ad essere credibili? È un percorso fatto di studio oppure è istinto, l’insieme perfetto fra la passione ed il talento? Ognuno ha il proprio metodo, non credo che ci siano regole scritte: io ad esempio parto dal testo, da quello che c’è scritto dentro, e poi cerco di renderlo reale, riconoscibile. Poi naturalmente si lavora col regista, con gli altri attori, è la parte più interessante del lavoro.

Scegliere di fare l’attore perché? Sei figlio d’arte oppure hai esordito tu su questa strada? Sono completamente responsabile di questa scelta. Da ragazzino mi piaceva andare a teatro e ad un certo punto ho semplicemente capito che sul palco avrei voluto lavorarci, e non solo guardarlo.

C’è stato un incontro che professionalmente ti ha cambiato la vita? Che ti ha segnato positivamente? La lista è lunga. In ormai 25 anni di carriera di incontri ne ho fatti tanti: forse nessuno mi ha cambiato la vita, ma molti hanno contribuito ad indirizzarla sulla strada che ancora sto percorrendo.

L’esperienza più bella sul set o sul palcoscenico? Il giorno che proprio non riesci a dimenticare? Sono fortunato, potrei riempire pagine scrivendo di giornate memorabili, ma sentire gli attori raccontare aneddoti di set o di palcoscenico dopo due minuti diventa terribilmente noioso, non interessa neanche agli attori stessi!

Hai recitato con tante “partner” in ruoli complessi: anche se so che non è carino fare preferenze, c’è qualcuna con cui si è stabilita una sintonia professionale maggiore? È una domanda trabocchetto?!

Forse mi sbaglio, ma nella maggior parte dei ruoli che interpreti, o forse quelli a cui un po’ io sono affezionata, fornisci quasi sempre l’immagine di una persona, di un ragazzo equilibrato, sereno, che tiene tutto sotto controllo. Ma come sei nella vita di tutti i giorni? Così tranquillo come la finzione ti fa apparire? E cosa proprio ti fa perdere la pazienza? Avere tutto sotto controllo sarebbe noiosissimo: l’incertezza, l’imprevisto, abbandonare le proprie certezze per trovarne di nuove, cercare stimoli diversi in quello che si fa sono cose che ci rendono “vitali”; se cercassi solo l’equilibrio non avrei scelto questo lavoro.

Un tratto distintivo della tua recitazione, qualcosa che proprio ti piace della tua tecnica e qualcosa su cui devi lavorare ancora secondo te e che vorresti migliorare? Cerco, e ci sto ancora lavorando, di essere credibile in quello che faccio, di rendere convincenti i miei personaggi. È quello che chiedo io da pubblico quando vado a teatro o al cinema: essere convinto.

All’inizio della tua carriera quali sono stati i momenti più difficili e quelli che ti hanno dato maggiore soddisfazione, confermandoti che stavi andando nella direzione giusta? I momenti difficili possono arrivare, e arrivano, in qualunque momento della carriera, non solo all’inizio. Il solo fatto di riuscire a superarli è una soddisfazione!

Hai mai dei rimpianti? Me li faccio passare, è tempo sprecato.

Se non fossi diventato un attore, oggi saresti? Un altro attore.

Come ti vedi fra 20 anni? Ancora sul set o hai un piano B? Avere un piano B implica la possibilità di non farcela col piano A. No, non ce l’ho.

A chi vorresti dire grazie oggi? A me che 25 anni fa ho deciso, con allegra incoscienza, di mettere piede su un palcoscenico.

I tuoi prossimi progetti? Sto lavorando su diverse cose contemporaneamente: il 30 ottobre sono partito per Tel Aviv dove sto girando un film israeliano, “The pipe organ”; tra novembre e febbraio riprendo in teatro lo spettacolo che col mio amico e collega Cristian Giammarini porto in giro da ormai 6 anni, “Maratona di New York”. Sempre a novembre cominceranno le riprese della serie Ares, diretta da Alessio Inturri, “È la mia famiglia” con Virna Lisi. A gennaio infine, incastrando tutte le date come in un puzzle, debutterò in un nuovo spettacolo: “Doppio Sogno”, scritto e diretto da Giancarlo Marinelli e tratto dal racconto di Arthur Schnitzler, col quale andremo in tournée fino a fine aprile. Come dicevo, sono fortunato.

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