marzo 28, 2015 | by Emilia Filocamo
A tu per tu con il regista Carlo Carlei, dal recente Romeo and Juliet, con i costumi di Milena Canonero, premio Oscar 2015, ai successi come la Corsa dell’Innocente, Fluke e il Giudice meschino

Quasi sempre mi accade che di un’intera intervista in cui si alternano ricordi, emozioni, progetti, qualche rimpianto e tanta passione, mi colpisca particolarmente un vagone di parole di passaggio  nella “circolazione” necessaria del discorso. Non so di preciso come avvenga, certo non c’è premeditazione, ma è come una sorta di campanello che solletica all’improvviso la mia attenzione  e la attira su quell’istante preciso, certo senza tralasciare tutti gli altri, ma con una maggiore attrazione che poi si concretizza in un ripensare a quelle parole a lungo. Nell’intervista fatta con emozione e gioia al noto regista e sceneggiatore Carlo Carlei, concentrata nella mezzora di un pomeriggio particolarmente piovoso, la mia attenzione è andata ad una frase splendida che il regista ha lanciato in mezzo ad altre: il talento, il vero talento, sa riconoscere il talento degli altri, lo ammira e se ne nutre, ne fa tesoro per migliorare, per crescere. Una considerazione che poi, nel corso della nostra chiacchierata telefonica, si è ampliata in un discorso altrettanto valido, quello cioè relativo alla necessità di servirsi del lavoro altrui per crescere, per fare esperienza, per immagazzinarlo come dote necessaria a migliorarsi. Ma la mia prima domanda è sull’ultimo lavoro di Carlei, Romeo and Juliet, film del 2013 uscito in Italia il 12 febbraio scorso con Douglas Booth nei panni di Romeo, Haille Steinfeld in quelli di Giulietta, e poi ancora Paul Giamatti come frate Lorenzo ed Ed Westwick e Christian Cooke in quelli di Tebaldo e Mercuzio e Laura Morante come Lady Montague.

Signor Carlei, perché il mito di Romeo e Giulietta continua ad essere fonte di ispirazione dopo secoli e, soprattutto, quale è stato il suo modo di affrontare questa storia e di raccontarla? La storia di Romeo e Giulietta è assolutamente attuale, si tratta di due adolescenti che si ribellano al destino scelto e voluto per loro dai genitori. Anche nei ragazzi di oggi, negli adolescenti, ad un certo punto, scatta una sorta di interruttore contro il mondo degli adulti. I giovani sono caratterizzati da una sensibilità senza filtro che in qualche modo viene corretta dalla disciplina e dagli argini imposti dai genitori. Questo tentativo di correzione non ha certo valenza negativa, e viene fatto ovviamente in buona fede, ma spesso i genitori dimenticano di essere stati degli adolescenti. Il mio modo di affrontare questa storia è stato innanzitutto quello di raccontare due ragazzi che si amano, vivono, parlano e mangiano come i ragazzi della porta accanto e che non fossero patinati da quella aura sacra che il mito dell’opera di Shakespeare porta con se obbligatoriamente. Ho voluto calarli e calare la loro storia nella realtà, non volevo una Giulietta teatrale ma una recitazione naturale, anche nel linguaggio e che dunque fosse vicina al pubblico dei giovani e che potesse anche attirarli, visto che spesso i ragazzi associano magari questo mito ai tanti polpettoni che diventano quasi inaffrontabili. Detto questo Romeo and Juliet è un film spettacolare da ogni punto di vista, che ha raccolto il meglio anche per quanto riguarda le maestranze italiane e straniere e dunque la troupe, non a caso il premio Oscar 2015 Milena Canonero ci ha dato una mano per la realizzazione dei costumi ed è palese il suo contributo perché i costumi sono assolutamente incredibili. In questo film nulla è lasciato al caso ma abbiamo voluto solo il meglio.

Quali, secondo lei, da addetto ai lavori, sono le principali differenze che ha riscontrato nel modo di fare cinema fra l’Italia è l’estero? Una delle differenze fondamentali è che in Italia ci sono tantissimi talenti che meriterebbero davvero di essere riconosciuti ed apprezzati ma, purtroppo, sono costretti ad allontanarsi e a cercare altrove. Ecco, questo non solo fa tristezza, ma anche tanta rabbia.

Cosa preferisce guardare al cinema o in tv Carlo Carlei? E cosa non le piace? Diciamo che, parlando di tv, il trend generale, internazionale, è che la tv oggi ha di gran lunga superato il cinema per talenti, storie, immaginazione, per la maggiore libertà e vorrei che questo principio fosse abbracciato anche in Italia. Da noi un esempio vincente è stato la serie Gomorra, forse davvero l’unico prodotto italiano di livello internazionale, e poche altre miniserie. Personalmente, parlando di cinema e tv, ho stima di chi ci mette l’anima e la passione in quello che fa; detesto invece il dilettantismo, il pressapochismo. La tradizione del cinema italiano è tutt’altra e mi auguro che il talento trovi modo per esprimersi compiutamente. Abbiamo bisogno di belle storie e, soprattutto, di chi le sappia raccontare nel modo giusto.

C’è stato un incontro professionale che l’ha segnata particolarmente? Dopo la Corsa dell’innocente, che in Italia è stato snobbato ma che ha ottenuto all’estero riconoscimenti importanti come la nomination ai Golden Globe, ho avuto il piacere di ricevere la stima di tanti illustri colleghi di fama internazionale. Senza voler fare un elenco dei nomi, ho incontrato registi di talento quali Oliver Stone, James Cameron, David Cronenberg e la cosa bella è stata essere alla pari, potersi confrontare senza che mi guardassero dall’alto in basso come forse sarebbe avvenuto in altri casi. E poi, anni fa, ho avuto il piacere di conoscere Guillermo del Toro, siamo diventati amici, ricordo che ci leggevamo le reciproche storie. Ed è stato bellissimo quando un anno e mezzo fa, nonostante fosse impegnato nella post produzione di un suo film, è volato con la moglie da Toronto a Roma,bin occasione del Festival di Roma in cui presentavo Romeo and Juliet e ha sottolineato quanto fosse bello il film ebquanto gli fosse piaciuto. Ecco, credo che una cosa del genere sarebbe impensabile in Italia.

In Italia c’è più invidia? Credo che qui siamo tutti un po’ come monadi, chiusi e focalizzati sulle nostre mete. Il vero talento sa riconoscere il talento degli altri, e lo ammira. È importante crescere ed arricchirsi grazie al lavoro degli altri, rispettare il lavoro altrui.

I suoi prossimi progetti? Il mio progetto più importante al momento è quello di continuare ad esplorare e a lavorare sulle tematiche che amo, ma in maniera nuova, e soprattutto mantenere il mio rapporto col pubblico di fedeltà e di rispetto reciproco. Mi sono reso conto che anche quando il pubblico non ha potuto magari avere facile accesso ad un mio film, vederlo subito, con il tempo c’è riuscito ed ha continuato ad apprezzarmi; ancora oggi ricevo tantissime lettere piene di complimenti sinceri. Ecco, credo che sarà così anche per Romeo and Juliet, è come una pianta sempreverde che, in un modo o nell’altro, arriverà dritta al cuore della gente.

Lei è calabrese, qual è il rapporto con la sua terra di origine? Per lo più è stato un rapporto teorico poi, grazie l’anno scorso a Il Giudice meschino, ho avuto la possibilità di tornare in Calabria a 20 anni da La Corsa dell’Innocente e ho potuto lavorare su tematiche legate sempre alla malavita organizzata, sebbene declinate nel problema dei rifiuti pericolosi. È difficile parlare della mia terra e del rapporto che ho, perché sarebbe come parlare del rapporto che ho con me stesso. Nei miei ricordi c’è un bambino che pur vivendo in un paesino del Sud, cominciava a sognare il cinema e   ad amare le storie, la fantascienza, le influenze interiori sono valide quanto quelle esteriori. Il rapporto con la mia terra e con la sua gente meravigliosa non è finito, ma vorrei poter esplorare, anche professionalmente, nuove storie legate al Sud in generale.

I suoi hobby, come trascorre il tempo libero e che genere di musica ascolta? Ascolto molte colonne sonore per deformazione professionale, ma anche musica classica, elettronica e rock d’annata, o cantautori americani della mia generazione, da Leonard Cohen a Bob Dylan. Non sono un tipo da canzonette. Per il resto il mio hobby è il calcio, sono un grande tifoso dell’Inter, mio padre è stato calciatore ed allenatore, e poi una mia passione sono i fumetti. Poi cerco di dedicare tutto il tempo possibile a mia figlia.

E cosa invece la infastidisce? Mi infastidiscono tante cose: la falsità, l’invidia, l’ipocrisia. Detesto la violenza, sotto ogni forma, dalla violenza sulle donne a quella sui bambini e sugli animali. E mi batto per queste cose. Amo molto gli animali, amo i cani, come d’altronde il film Fluke testimonia, ho due asinelli ed in America ho anche finanziato qualche rifugio per animali abbandonati. Ma preferisco non parlare di questo, nel senso che non mi piace fare pubblicità.

Se potesse tornare indietro, c’è qualcosa che non rifarebbe? Sono orgoglioso di tutto ciò che ho fatto, e non sono pentito, magari, potendo tornare indietro, forse le farei diversamente. Ho rammarico sicuramente per i progetti che non sono partiti, a causa del fallimento di un paio di società di produzione con cui dovevo fare due film davvero importanti. E poi, pensandoci bene, forse il mio rammarico è quello di non essermi battuto abbastanza per difendermi dai furti di alcune mie idee che sono state realizzate da altri, e che dunque mi sono state letteralmente ed ingiustamente sottratte. Ma questo mi è servito come esperienza, spero di non ripetere lo stesso errore dovuto al fatto di aver riposto troppa fiducia in alcune persone e ad essere stato troppo generoso.

L’intervista con Carlo Carlei si chiude qui: vorrei dirgli, ma non oso, che fa parte forse proprio di quel Sud che abbiamo in comune “peccare” di generosità, fidarsi, aprirsi. Darsi. Come accade per certe giornate di sole, ugualmente generose nel concedersi, che si tratti di un paesino calabrese dove un bambino sogna il cinema o di una afosa campagna rovente nella controra.

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