agosto 18, 2014 | by Emilia Filocamo
A tu per tu con l’attore Giovanni Esposito nel suo «buen retiro» di Ravello. «Il Sud è una calamita»

E’ domenica. Domenica di post ferragosto, ancora un po’ frastornata tuttavia dall’andirivieni dei turisti mordi e fuggi e di quelli stanziali. E’ una domenica di smorfie, cielo blu, sole, poi nuvole, vento e grigiori. Ma io ho un range di orario piuttosto preciso, comunicatomi da un amico, trait d’union disponibile e generoso, e cioè quello che va dalle 09,30 alle 10,00 ed una sede precisa per “l’avvistamento”.  L’attore Giovanni Esposito, presenza abituale e simpatica qui a Ravello, per quell’ora è infatti in un punto preciso di Piazza Duomo per godersi la colazione. Detto fatto: l’avvistamento avviene, ci accomodiamo appunto al tavolo per un’intervista un po’ sui generis, fatta senza il diaframma gelido di una casella di posta elettronica o di un iphone. Partiamo da Ravello, o meglio partiamo dal Sud che come un cordone ombelicale lega qualsiasi incipit portandolo a destinazione e partendo dal Sud, scopro di recite fatte per beneficenza in parrocchia, di genitori a favore e pungolanti, di studi, letture dantesche e di passione, di “quei giorni” sul set con Johnny Depp ed Angelina Jolie e scopro la semplicità di un attore poliedrico e di talento.

Giovanni, il tema del Ravello Festival 2014 è il Sud: potresti darci una tua definizione di  sud? «Per me il Sud è serenità innanzitutto. Può sembrare una cosa scontata, una frase fatta, ma è così. Magari è una definizione anche un po’ paradossale, contrastante, visto che i Sud di tutto il mondo sono sempre quelli più problematici e caotici, ma anche quando sono via, dovunque, il mio baricentro punta verso sud e la mia ricerca va in quella direzione, sempre».

Quando hai capito esattamente che il cinema sarebbe stato il tuo destino? Ci racconti i tuoi esordi, com’è cominciato tutto? «Che il cinema fosse per me come l’acqua, una sorta di elemento naturale e primordiale, di habitat necessario l’ho capito presto. Contrariamente a quanto avviene di solito per molti miei colleghi, è stata la mia famiglia a spronarmi, per l’esattezza mio padre che mi iscrisse ad un provino per una selezione per l’Accademia. Io quasi puntavo i piedi, all’inizio non m’interessava, volevo solo studiare. In verità avevo cominciato già a fare qualcosa in parrocchia, per volontariato e per raccogliere fondi, avevamo un cartellone di spettacoli intitolato “Giugno al Chiostro” e lo facevamo nei quartieri più difficili, problematici. Poi, appunto mio padre, mi ha spinto a fare questo provino e ricordo di esserci andato senza nessuna consapevolezza. Bene, il risultato è stato che ho vinto la selezione, ho vinto la borsa di studio e soprattutto, questa esperienza mi ha permesso di conoscere il grande Paolo Giuranna. E’ stato lui a farmi appassionare al metodo che c’è dietro la recitazione con le sue letture dantesche così appassionanti. Con lui, alla fine, una terzina dantesca si trasformava, diventava qualcosa che io stesso non avrei mai potuto immaginare. Giuranna è stato il “traghettatore” per così dire del metodo Steiner di recitazione in Italia».

(le foto a Ravello sono di Pino Izzo)

In parte mi hai già risposto, ma qual è stato l’incontro che ti ha cambiato la vita? «Direi che quello con Giuranna lo è stato, mi ha permesso di affrontare il palcoscenico, un elemento per il quale ancora adesso, non ho paura a rivelarlo, avverto una certa tensione. Ricordo che una volta, ad ognuno di noi era stato affidato un canto dantesco e quando toccò a me, mi ritrovai con la platea, piena in parte di pubblico, in parte di altri allievi, che rideva. Lui mi invitò a cena, io ero convinto che non avrei mai avuto altre chances ed invece  mi incoraggiò dicendomi che il mio talento andava solo rodato, affinato e smussato da alcune asperità. Ma che c’era. Assolutamente».

Quali sono secondo te il più grande pregio ed il più grande difetto del cinema italiano? «Il pregio innegabile del nostro cinema è l’artigianalità. Con pochissimo, davvero con pochissimo, siamo in grado di fare cose eccezionali, una capacità che altrove non esiste, assolutamente. Tra i difetti maggiori e più pericolosi c’è sicuramente la mancanza di una cultura produttiva e per cultura produttiva intendo e mi riferisco all’innovazione. Pecchiamo troppo di omologazione, anche nelle sceneggiature scelte, nei prodotti selezionati, non c’è voglia di osare e sono pochi i produttori che leggono le sceneggiature».

Per i giovani talenti che vorrebbero emergere nel mondo del cinema credi che si faccia abbastanza in Italia? Trovi che si punti sui giovani e siano offerte chances ? «Purtroppo no, assolutamente. I giovani devono cercare le chances, le occasioni giuste. Sicuramente i giovani sono agevolati da un punto di vista tecnologico  che permette di crearsi un proprio prodotto e farlo girare ma  dal punto di vista ufficiale il cinema è un mondo complicato perché, appunto, omologato. Io stesso ho presentato con un collega una sceneggiatura, una commedia un po’ sui generis ed abbiamo avuto difficoltà a farla apprezzare ad un produttore, quasi terrorizzato appunto dall’originalità del tema stesso. I produttori preferiscono indirizzarsi verso strade già note, e purtroppo già battute, proprio perché mancano la forza ed il coraggio di osare, come dicevo prima».

La fiction, specie negli ultimi anni, è diventata la regina dei palinsesti televisivi. Come spieghi questo fenomeno: tendenza del gusto oppure mancanza di stimoli sul grande schermo? «E’ sicuramente un indice di un abbassamento del livello, oltre che una conseguenza della suddetta omologazione. Io stesso, trovandomi a parlare con alcuni spettatori, ho capito che magari, guardando un film come quello di Sorrentino, avevano avuto difficoltà a stare dietro alla trama e ad apprezzarlo. Questo perché invece ad esempio le fiction sono prodotti rassicuranti, codificati, spesso sappiamo già come vanno a finire, qual è lo sviluppo della trama, puoi anche essere ad esempio interrotto decine di volte dalla pubblicità, ma riesci agilmente a riprendere il filo, appunto perché si tratta di un prodotto codificato ed omologato. Poi, ovvio, ci sono prodotti di fattura superiore, che comunque fanno leva su sceneggiature di qualità: puoi anche avere un budget risicato, ma se la sceneggiatura è di livello, alla fine il prodotto sarà superiore».

I tuoi prossimi progetti? «A breve uscirà il film di Siani, “Si accettano miracoli” e poi La Buca di Daniele Ciprì con Catellitto e Papaleo. Inoltre fra settembre ed ottobre sarà la volta del film “La nostra Terra”, di Giulio Manfredonia con Stefano Accorsi e Sergio Rubini, un progetto a cui tengo molto soprattutto per la storia piuttosto sui generis: si tratta di una cooperativa che lavora su terre confiscate alla mafia. E poi ho una fiction in uscita in cui interpreto Andreotti nel periodo del caso Ambrosoli».

A chi vuoi dire grazie oggi? «All’attore e regista Renato Carpentieri perché insieme a Giuranna mi ha permesso di mettere alla prova il mio talento facendomi recitare un testo di Vittorini. E’ stata un’esperienza incredibile ed ancora oggi considero quello lo spettacolo più bello della mia vita. In fondo il teatro è alla base di tutto, il teatro è istantaneo e quello che sei devi portarlo tu direttamente al pubblico, nel cinema è diverso, tutto è filtrato dalla macchina da presa e la macchina da presa, spesso, perde degli istanti che il teatro invece rende fruibili e comunicabili al momento».

Il tuo ultimo pensiero prima di andare a letto? «Penso alla colazione, caffè e cornetto! Ride. Si, è il mio pensiero costante. Ho un rapporto particolare con il sonno, anche quando sono in giro in tournee, quando decido di dormire, mi addormento all’istante, e non c’è niente che possa vincere questo. Quindi non sono certo il tipo da bilanci serali».  

Qual è stato per te il giorno più bello sul set? «Scontato sarebbe dire quello sul set di The Tourist di Florian Henckel von Donnersmarck con Johnny Depp ed Angelina Jolie, ma non lo definirei il più bello, semmai quello più particolare, emozionante, vista la situazione.  Per me lo sono tutti: io arrivo sul set sempre felice, anche se sono le sei del mattino, a teatro magari ho più ansia, tensione e ogni tanto mi ripeto “ ma perché non ho fatto l’impiegato delle poste” ma poi è un attimo, mi passa e torno ad essere felice. Tutti i giorni in cui sono sul set sono giorni di felicità per me».

In fondo Giovanni lo aveva anticipato: il cinema è per lui come l’acqua, un elemento naturale e primordiale. Giovanni si alza e torna a godersi la Ravello che scivola verso la fine di agosto dal suo angolo di bar mentre dal Duomo arrivano nitidi i canti della Messa domenicale.

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