settembre 17, 2014 | by Emilia Filocamo
A tu per tu con l’attore Mario Opinato: «A 23 anni ho capito che non potevo essere un agente assicurativo»

Malta è la “barriera” naturale che divide le mie domande dall’attore Mario Opinato, attore protagonista di successi internazionali ed italiani, da Night Trap a Boiler Room a Double Team, oltre che di Orgoglio, Distretto di Polizia, Il Cartaio e molti altri. Il suo rientro dal set nel fine settimana è praticamente la condicio sine qua non perché questa intervista abbia forma e nome. Quando ciò avviene, Mario Opinato mi risponde dall’altro capo del telefono con un “hello” perfetto, così perfetto da indurmi nel dubbio che possa aver sbagliato numero. Non è così, Mario Opinato è dall’altra parte e, nonostante abbia una sfilza di domande da fargli, siamo “ingabbiati” in un tempo massimo di mezzora perché l’attore mi dice di essere pronto per fare lezione. Alla mia domanda, di capire di che genere di lezione si tratti, mi risponde che insegna ad un gruppo di giovani allieve, aspiranti attrici ovviamente, come stare davanti al pubblico, abituandole insomma al palcoscenico. Avendo atteso il suo rientro da Malta, gli chiedo appunto di questa esperienza sul set del film Clavius diretto da Kevin Reynolds.

Signor Opinato, ci racconta la sua esperienza sul set di Clavius a Malta? «Era un set molto chiuso, blindato, come in genere succede per tutte le produzioni americane. Kevin Reynolds ha diretto numerosi film con protagonista Kevin Costner, da Robin Hood a Fandango, fino a Waterworld , senza dimenticare gli altri titoli come Red Dawn o Montecristo. Io ho un contatto a Malta e, soprattutto, ho la fortuna di parlare perfettamente inglese. Da Catania, la mia città di origine, sono quindi andato a Malta. Il film è una sorta di prosieguo, non un sequel, della storia raccontata da La Passione di Cristo di Mel Gibson. Dopo la morte di Gesù, i tribuni Romani si interrogano sull’identità di quest’uomo presentatosi come figlio di Dio. Il cast è internazionale e splendido, si va da Joseph Fiennes di Shakespeare in Love a Tom Felton, l’antipatico Draco Malfoy di Harry Potter. Sono stati scelti attori di diverse provenienze anche per interpretare gli Apostoli; io interpreto il ruolo di un samaritano, ho un piccolo ruolo, un cameo. Lì una sola scena dura un giorno e mezzo, anche se piccola, è tipico degli americani. Clavius è il secondo film americano per quest’anno, l’altro, intitolato 2047 –Sights of Death che è stato girato a gennaio ed uscirà negli Usa a settembre mentre è già uscito a Roma in 4 sale. E’ un film di genere fantascientifico e catastrofico, anche questo con un cast di tutto rispetto, si va dal Danny Glover di Arma Letale a Michael Madsen, dal Rutger Hauer di Blade Runner e Lady Hawke, alla splendida Daryl Hannah».

Lei è un attore versatile che spazia dal cinema alla fiction fino al teatro. Ma dove si sente più a suo agio? «Io mi sento bene solo quando lavoro e non faccio alcuna distinzione fra un cortometraggio ed un lungometraggio. Certo, sarebbe banale e scontato, dirti che mi sento benissimo sul set di un film con una grande produzione alle spalle ed in cui vengono a prenderti con una Mercedes in un albergo a 5 stelle e ti pagano tanto. Ma sarebbe, appunto, banale. La passione e la voglia di fare questo mestiere restano le stesse, si tratti di una grande o di una piccola produzione».

Come nasce il suo amore per il cinema? E’ figlio d’arte, oppure è un desiderio nato successivamente? «Sono figlio di un agente di assicurazioni che a 18 anni mi ha messo giacca e cravatta perché facessi la sua stessa attività. Ricordo che avevo 23 anni quando mi sono visto a Catania, ad agosto, in giro con 40 gradi per incassare un assegno post datato ed in quel momento preciso ho capito che la mia vita, tutto il resto della mia vita, non poteva esser quello. All’inizio sono entrato in una compagnia di teatro/danza, io ho iniziato come ballerino, e poi da lì sono andato direttamente a Los Angeles facendo un passaggio a Rio De Janeiro, più che altro per imparare i balli. Non avevo assolutamente idea o cognizione di poter entrare all’Actor’s Studio. Io volevo solo continuare a fare danza ma a 24 anni si è già grandicelli per la danza, anzi, è piuttosto tardi, mentre c’è ancora tempo per fare  l’attore. A Los Angeles la mia faccia piaceva, mi dicevano che avevo la faccia da duro, da cinema. Ricordo che conobbi una ragazza di Indietro Tutta, il programma di Arbore, che era lì e che mi convinse a fare un provino con lei all’Actor’s Studio, alla fine hanno scelto me e non lei e dopo sei mesi mi sono trovato a seguire le lezioni; ho trascorso ben 3 anni all’Actor’s Studio. Sono rimasto lì per undici anni, alternando il teatro, recitavo Pirandello in inglese, ai film di low budget, ben 5. E da lì sono arrivato ad un film importante come Double Team con la casa di produzione di Jean Claude Van Damme e con Mickey Rourke».

Ci parla di Orgoglio, la fiction di grande successo e di cui è stato protagonista? «Fu Giorgio Serafini, un amico innanzitutto, a propormi Orgoglio. In Italia io non conoscevo nessuno e nemmeno immaginavo di poter essere scelto, la produzione era la Titanus di Goffredo Lombardo, il grande produttore de IL Gattopardo. Feci il provino a settembre con Serafini e poi tornai a Los Angeles. Alla Vigilia di Natale ero rientrato a Catania per le vacanze, ricordo che mi trovavo sul lungomare di Catania a mangiare una granita quando mi fu detto da Serafini al telefono che ero stato preso. Ecco, da quel momento è iniziata la mia popolarità come personaggio pubblico, nel senso che fiction come Orgoglio non ti danno il successo ma ti garantiscono la popolarità».

L’incontro che le ha cambiato la vita? «Sicuramente quello con Giorgio Serafini, è stato lui poi a traghettarmi dopo Orgoglio da una fiction all’altra, da Il Bene e il Male ad un Amore Spezzato fino a Il Falco e la Colomba. Poi di incontri belli ed importanti ce ne sono stati tanti, da quello con Juliette Binoche sul set di Mary insieme al grande Abel Ferrara: ricordo che lui amava girare senza sovrastrutture, ad esempio, mentre eravamo seduti al tavolo dell’Ultima Cena, magari in pausa, lui cominciava a girare all’improvviso, mettendo luci e tutto il resto. Poi l’incontro con Dario Argento per il Cartaio e ovvio con star come Mickey Rourke e Van Damme che ho conosciuto nel pieno della loro popolarità. E ancora con la bellissima Sharon Stone sul set di La Dea del Successo. Ma Serafini merita il primo posto».

So che non si fanno nomi o preferenze, ma c’è un partner o una partner con cui sul set si è stabilita maggiore armonia? «Con la splendida Caterina Murino, assolutamente, che dopo Orgoglio è volata sul set di Casino Royale. In Orgoglio lei è stata mia moglie ed è nata un’amicizia splendida, ricordo che quando siamo arrivati ad Orgoglio eravamo due sconosciuti, giravamo per strada in jeans e maglietta, tranquilli. Dopo il successo della fiction, la gente ha cominciato a fermarci, a riconoscerci, ad abbracciarci e a chiedere di fare foto. E poi ridevamo tanto insieme, poiché Orgoglio era girato anche nell’ambiente popolare, ricordo che io e Caterina ci ritrovavamo quasi sempre a girare seduti a tavola o sdraiati a letto, io in mutandoni e calzamaglie e lei sempre in camicia da notte e ci veniva da ridere, perché eravamo sempre là, tutto il giorno».

I suoi prossimi progetti? «Adesso riprendo la stagione teatrale, che purtroppo, ahimè sta un po’ vacillando in tutta Italia. Sarò al Metropolitan e all’Ambasciatori di Catania con Liolà di Pirandello e con la Fortuna con la F maiuscola di Eduardo De Filippo. A dicembre poi sarà la volta di un film indipendente con Sandra Milo, Marina Suma e Fioretta Mari, intitolato Ballando il silenzio, un film denuncia contro il femminicidio ,un argomento verso il quale sono molto sensibile».

Cosa augura al cinema italiano? «Il mio augurio è quello di continuare a fare miracoli perché ogni anno, nonostante le difficoltà, tiriamo fuori un film magico. Siamo d’altronde il Paese che ha vinto più Oscar al mondo. Pur non avendo spesso i mezzi, i soldi, facciamo dei miracoli incredibili, certo non possiamo più aspettarci il record di 400 film all’anno, perché il neorealismo è finito da un pezzo ed attori del calibro di Mastroianni non possono più tornare, ma se siamo premiati a Cannes e a Venezia, un motivo ci sarà».

Ci dice un pregio ed un difetto della sua recitazione? «Il pregio è che sono un artigiano quando lavoro e faccio tutto con estrema meticolosità e perizia, poi sono molto pacifico sul set e non litigo con nessuno, anzi ho proprio questa fama di non litigare mai con nessuno e forse anche per questo mi chiamano. Come difetti  ti dirò che andando negli USA, ho studiato dizione in inglese ma non in italiano, quindi la mia cadenza siciliana si avverte ancora molto  e a teatro può diventare un problema. Ma non è poi così grave, essendo un caratterista principalmente, talvolta questa cadenza mi facilita nei ruoli. Se, invece, vuoi conoscere i difetti del mio carattere, credo che ci servirà molto più tempo e tanti più fogli da riempire».

Lei è un uomo del Sud, ed il Sud è il leitmotiv del Ravello Festival 2014: se le dico Sud, lei a cosa lo associa? «Ovviamente al sole e alla buona tavola, ma anche alla disperazione. Spesso penso, e mi riferisco con dolore anche alla mia città, a Catania, che si resta qui solo per il clima. Molti vanno via, centri cittadini che prima erano considerati dei salotti, risentono della crisi con la chiusura di tantissime attività commerciali. Io ripeto spesso la frase di Einstein che dice che non possiamo pretendere che le cose cambino se facciamo sempre le stesse cose. La creatività d’altronde nasce dalla crisi, e fa superare se stessi. La crisi deve far nascere ingegno e questa può essere una spinta importante, un modo per salvarsi».

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