dicembre 27, 2015 | by Emilia Filocamo
A tu per tu con un campione della boxe, Daniele Petrucci, fra ricordi, passione e l’abitudine di allenarsi a suon di musica

Lo ammetto: non avevo mai intervistato un campione, per di più di boxe, un atleta abituato non solo a fronteggiare avversari, ad accogliere e smistare adrenalina in base al momento e alla sfida che lo attendono, ma soprattutto un uomo capace di sentirsi addosso, oltre al sudore, alla fatica, al dolore per i colpi non evitati, l’amore della gente, quel tifo e quel calore che, in certi casi, diventano come una coperta, uno scudo per affrontare poi sfide ben più imponenti a mio parere, quelle della vita. Il pugile Daniele Petrucci è una di queste figure divise fra ring e vita, fra desiderio di vittoria e consapevolezza dei propri limiti e delle proprie necessità, è un trionfatore, un uomo che ha fronteggiato diversi “nemici” sportivi, ma anche una persona di  una semplicità disarmante, è l’allievo che, dopo la morte del suo maestro, ha lasciato il ring per continuare la sua opera di educazione sportiva delle nuove generazioni, è l’atleta che, candidamente, quando gli ho chiesto di inviarmi delle sue foto, anche di combattimento, mi ha risposto di cercarle perché non ama tenere “trofei” formato immagine. E la sua concretezza non è solo quella dei guantoni, ma quella di un ragazzo semplice, cresciuto con un sogno e che ha fatto di quel sogno il proprio destino. È uno sportivo con una consuetudine particolare: quella di utilizzare la musica come sprone per gli allenamenti.

Daniele, so che lei ha un’abitudine, quella di allenarsi a suon di musica. Come la sceglie e in cosa la aiuta? È un qualcosa che mi carica, di solito utilizzo il rap quando voglio fare un pieno di energia altrimenti, per rilassarmi, scelgo musica leggera. Aiuta molto.

Come si svolge la giornata tipo di un campione? Immagino sia scandita dagli allenamenti, è così? Di solito di mattina se non vado in palestra, vado a correre, poi c’è una fase di riposo, e di pomeriggio riprendo con gli allenamenti. In totale, quotidianamente, prevedo un allenamento di tre ore e mezzo o quattro.

Il momento più bello e quello più faticoso della sua carriera? Non so un combattimento che l’ha provata più di altri? Guarda per me sono stati tutti momenti indimenticabili, non saprei sceglierne uno, ogni volta che salivo sul ring, quello era il momento più bello. Di difficile c’è stata solo una lotta psicologica con me stesso, quando mi imponevo di smettere perché non ce la facevo più fra allenamenti, incontri e diete; ma poi alla fine la passione è prevalsa su tutto.

Che tipo di bambino era Daniele Petrucci? Sognava già questo sport? Direi proprio di si perché avevo la palestra vicino casa. E questa passione adesso la trasferisco ai ragazzi, ho una scuola a Roma e li preparo per i combattimenti.

Ecco, parlando di giovani: cosa consigli più spesso ai tuoi allievi e qual è secondo te l’errore da evitare?  Consiglio innanzitutto la puntualità, quella è fondamentale per un atleta e poi di lavorare sodo, ma non solo dal punto di vista fisico. Questo è uno sport di intelligenza, di tattica e un bel fisico allenato non è garanzia di successo. L’errore è che ovviamente non devono prenderle, ma darle! Scherzi a parte, la regola d’oro di questo sport, in cui si è soltanto in due, è che vince chi ha più intelligenza, più strategia: a volte mi accorgo che ci sono allievi che in palestra danno il massimo ma che sul ring non rendono e viceversa.

C’è qualche combattimento all’orizzonte? È un anno ormai che ho deciso di non combattere più, da quando a Gennaio è mancato il mio maestro e ho deciso di prendere il suo posto.

E le manca il ring? Il ring mi manca sempre, ma come ti dicevo prima, poi mi dico basta; per esperienza so che le pause lunghe di un atleta non giovano, non si può tornare sul ring come prima, è matematicamente impossibile.

Un campione come lei ha qualche rimpianto? Rimpianti no, ma qualche errore si, c’è stato. Mi pento di essere passato al professionismo perché qui in Italia non è riconosciuto come merita, come all’estero, sarebbe stato meglio se fossi entrato in qualche gruppo sportivo, anche economicamente sarebbe stato di certo più redditizio.

Ecco, parlando di estero, ha mai pensato di esportare il suo talento altrove? Certo: sono stato 3 mesi negli Usa ma se non entri in quel meccanismo, se non cresci là anche atleticamente, tutto è molto più difficile. E poi devi essere fortunato, avere l’occasione giusta, sono cose che contano.

Lei ha qualche film preferito sul pugilato? Penso a Million Dollar Baby, ad esempio, in cui la boxe è vista dal punto di vista femminile. Ad esserti sincero Million Dollar Baby non mi piace, è eccessivo, e poi secondo me se vuoi raccontare una storia di boxe non puoi parlare di una persona che subisce una menomazione fisica, è spingere alle estreme conseguenze i rischi di questo sport. Rocky, invece, resta un film memorabile e che adoro.

Prima di un combattimento qual è il suo pensiero più ricorrente, ha un rito scaramantico? Assolutamente nessun rito, salgo e faccio il mio dovere, non penso a nulla.

Qual è la regola d’oro del suo mestiere? Credo una regola valida anche per la vita in generale: l’umiltà. Pur essendo arrivato da sportivo ad un certo livello, ho sempre tenuto i piedi ben saldi a terra. Ho vinto tanti titoli, ma non mi sono mai montato la testa. Invece vedo altri che, ancora freschi di poche vittorie, facilmente perdono il contatto con la realtà. Ecco, quello è un grandissimo errore.

L’intervista con Daniele Petrucci termina qui, poi, come avevo anticipato c’è la richiesta delle sue foto che si esaurisce con una mia ricerca su internet. Ed è a quel punto che comprendo ancora meglio cosa Daniele Petrucci intendeva con “ho vinto tanti titoli”. Lui è rimasto un uomo semplice, con i piedi ben piantati a terra, ma quello che ha fatto in nome di una passione e del sacrificio, resta ed è un testimone scalpitante, anche se si cerca di “sedarlo” con un’innata ed ammirabile umiltà.

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