ottobre 19, 2014 | by Emilia Filocamo
Acting coach regista ma soprattutto scrittore. Daniele Falleri si racconta fra il set di Le tre rose di Eva ed il palcoscenico

Scrivere è un istinto, una passione, una mania, un bisogno che non si spiega, che spinge verso la pagina in qualsiasi momento e che, soprattutto non risente della stanchezza o dell’ essere oberati dagli impegni della quotidianità e del “ mondo reale” . E’ qualcosa che scatta ed impone dedizione, ma una dedizione leggera, piacevole, un istinto appunto che magari, chi sta intorno, non riesce a decifrare e a calibrare nella sua interezza, nella sua complessità ed impulsività. Chi ha dentro questo bisogno, ci convive con gioia, chi ne sta fuori lo guarda con ammirazione, spesso con scetticismo. Tutto questo per spiegare il grande amore di Daniele Falleri, regista teatrale, sceneggiatore, acting coach delle fiction di maggior successo in prima serata, da Carabinieri a Le Tre Rose di Eva. Daniele non nasconde questo suo amore, questo bisogno connaturale ed istintivo che lo porta a scrivere e che lo ha guidato in direzione della carriera di cui è appunto padrone. Riesco a farmi dedicare un bel po’ del suo tempo prezioso solo nel weekend, nel primo pomeriggio, quando è in pausa dal set ma di certo non dal suo bisogno di scrivere, come lui stesso mi confesserà più volte nel corso dell’intervista.

Daniele, tu sei un acting coach. Qual è la cosa più difficile da insegnare ad un attore? «In realtà ciò che mi appassiona e mi ha sempre appassionato è la direzione degli attori. Ovviamente, lavorando attivamente sia a teatro che in tv, va fatta una differenza sostanziale, sebbene poi i risultati e la finalità restino gli stessi: tirare fuori le potenzialità degli attori sulla base delle loro capacità Ognuno, insomma, viene migliorato ai limiti del possibile. Tornando alle differenze, è ovvio che in teatro c’è la possibilità di lavorare nel dettaglio, ci sono più prove ed è possibile dunque agire sulle sfumature, si cerca un percorso. Nel mio metodo, ad esempio, c’è sempre una fase di rilassamento attivo, provengo da una preparazione all’americana, da Actor’s Studio per intenderci. In teatro diciamo che il lavoro è più approfondito e capillare. In tv, invece, cerco in quel frammento di storia da raccontare di capire le sfumature di cui ho bisogno e che mi interessano, in modo tale che l’attore possa realizzarle ed inserirle nel flusso più ingente della storia. Magari si unirà ad un flusso che gireremo che so fra un mese, o si legherà ad una storia e ad una parte già girate in precedenza. Io non impongo nulla all’attore, cerco di indicargli una cosa e lo porto per mano, dico sempre che non mi piace far indossare ad un attore un abito già confezionato, ma modello l’abito in base alle sue capacità e necessità. Io gli racconto il personaggio, ciò che serve in quel momento e poi lascio fare a lui e aspetto che mi dia risposta e ti assicuro che i risultati arrivano. Poi, ovvio, ci sono dinamiche sul set diverse, magari hai solo 40 minuti di tempo ed in quella frazione devi ottenere il massimo, magari al primo ciak delineo le cose fondamentali e poi al secondo ciak arriva il labor limae. E’ come se nel primo ciak l’attore dovesse passare intorno a delle boe, nel secondo, invece, bisogna pensare ai dettagli, e dunque allo stile del nuoto. La qualità deve essere comunque sempre alta perché si tratta sempre di fiction di prima serata, di successo  e dunque con un numero notevole di spettatori».

Quando ti ho telefonato la prima volta, mi parlavi di un set in cui eri molto impegnato. Puoi raccontarci quale? «Si tratta de Le Tre Rose di Eva 3: siamo alla terza serie dunque conosco già gran parte degli attori e so perfettamente come prenderli. Vedi, questo è un lavoro che si fa insieme all’attore, e non può essere diversamente: entrambi, sia io che l’attore, spingiamo nella stessa direzione e anche quelli che sono apparentemente più ostici, alla fine arrivano al risultato che voglio. Certo, anche qui va fatta una distinzione accurata: io ho lavorato con attori come Manfredi, Villaggio, Franca Valeri che di certo non hanno bisogno di indicazioni sul come recitare, ma magari posso suggerire loro solo delle sfumature. Dai giovani certo non posso pretendere l’assurdo, specie se mi trovo davanti magari ad un diciassettenne che non può possedere un bagaglio di esperienza. Comunque la passione per questo lavoro mi fa superare qualsiasi difficoltà».

Volevo chiederti di due esperienze credo fra loro diversissime e di due prodotti tv di grande successo: il Commissario Manara e, appunto, le tre rose di Eva. Ci racconti queste due fasi della tua carriera e cosa hanno rappresentato e rappresentano per te? «Anche qui devo fare una distinzione necessaria: per le 3 Rose di Eva mi sono occupato dell’acting coach e anche del coordinamento editoriale. Nel caso del Commissario Manara, io sono l’autore e dunque ho seguito questo prodotto anche sul set per curiosità mia, ma non era necessario che fossi lì. Sono stato poi regista di seconda unità di Un amore, una vendetta, con Alessandro Preziosi ed Anna Valle e poi di Al di là del lago con Fabio Testi, Kaspar Capparoni, Roberto Farnesi, Gioia Spaziani e Martina Colombari . Adesso ho finito di girare, ad Aprile esattamente, la serie Solo per Amore che andrà in onda a gennaio 2015 e che spero sarà la prima di una serie di serie. Nel cast ci sono Valentina Cervi, Antonia Liskova e Massimo Poggio. Manara è stata un’esperienza totalmente diversa perché lì scrivevo e andavo poi sul set per una mia scelta. Per le prime quattro serie di Carabinieri, invece, ero sceneggiatore e poi anche acting coach».

Sei regista, sceneggiatore, acting coach e scrittore. Ma in quale di queste vesti ti vedi sinceramente meglio e ti senti più a tuo agio? «La scrittura è la mia più grande passione, una passione irrinunciabile. Ho proprio un amore folle per il racconto ed il raccontare. Io posso stare anche 15 ore al lavoro e magari, invece di riposarmi, tornare a casa e scrivere per ore. Quello è il mio mondo, l mia pace. Se mi togliessero la scrittura, sarei monco. Certo, ammetto che probabilmente la scrittura da sola non mi basterebbe nel senso che avrei bisogno poi di una parte pratica, attiva, anche fisicamente e quindi il mio star bene nasce proprio da questo equilibrio. Sei mesi sono isolato, a volte con uno o due colleghi, per scrivere nel mio mondo fatto appunto di racconti e di raccontare, poi magari gli altri 6 sono sul set e dunque sono completamente assorbito dal turbillon del cast ed in cui non sto seduto un attimo. Anzi, la regia richiede anche una forma fisica ed un’energia notevoli, ecco perché penso che se un giorno, ad una certa età, non avrò più la forza sufficiente per stare sul set, la scrittura non mi abbandonerà mai. E poi tutto ciò richiede anche una severa disciplina: quando lavoro sul set non vado mai a letto più tardi delle 23,00, esco pochissimo, solo il sabato. Se sono in un periodo di scrittura, allora il mio svago è andare a teatro».

Come nasce la tua passione per la regia, la sceneggiatura. Sei figlio d’arte o hai cominciato tutto da solo? «Io sono tutto tranne che un figlio d’arte. Vengo da un piccolo paese della Toscana dove non solo il teatro, ma anche la scrittura non erano catalogati fra le forme di sussistenza o come fonte di garanzia per il futuro. Forse è stato proprio il mio essere isolato in una realtà appunto tanto piccola, che mi ha aiutato a guardarmi intorno e a tentare di fare altro. Avevo 13 anni, mi ammalai e fui costretto a rimanere a casa da scuola per qualche giorno. Fu proprio allora che mia madre mi diede da leggere il Diario di Anna Frank, un libro che mi ha letteralmente folgorato e che ancora porto sempre con me. Dopo quella lettura, ho voluto un diario, si un diario! Uno di quelli con il lucchetto e dai 13 anni fino ai 19, dopo il militare, ogni giorno annotavo là dentro le mie giornate. Tutti i giorni, con precisione e dovizia e quando saltavo un giorno per un motivo qualsiasi, quello successivo recuperavo scrivendo più pagine. E’ stato quello quasi un esercizio di formazione, dalle prime cronache delle mie giornate, sono passato a scrivere delle prime sensazioni od emozioni fino poi ai rapporti con la famiglia e con gli amici, le dinamiche insomma in cui ero coinvolto. Intorno ai 20, 21 anni ho scritto dei racconti, delle favole per bimbi che vinsero anche premi, sebbene a livello provinciale . Di lì, poi sono passato a scrivere una sceneggiatura, ero affascinato già dalla scrittura per immagini e così poi ho studiato sceneggiatura, e sono arrivati il teatro e tutte le altre esperienze».

C’è stato un incontro che ti ha segnato professionalmente? «Ci sono stati tantissimi incontri, ognuno ovviamente corrispondente ad una fase della vita. Una delle persone per me più importanti è stata sicuramente Roberta Manfredi, la figlia del grande Nino, l’incontro con lei e con il marito Alberto Simone, un talentuoso sceneggiatore, è stato fondamentale. Li conobbi la prima volta ad un laboratorio in cui avevamo in comune gli stessi insegnanti americani e grazie a loro e a Nino Manfredi, ho avuto quella fiducia di cui avevo bisogno, con loro ho firmato i primi contatti importanti. E poi ancora la grande Franca Valeri, è stata lei ad insegnarmi due aspetti fondamentali del teatro: l’autoironia e poi, soprattutto, la sintesi. E poi ancora la collaborazione con Raffaele Mertes, il regista de Le 3 rose di Eva, con lui sono ovviamente in contatto quotidiano ed è nata una sintonia straordinaria. L’ho conosciuto in occasione della prima serie di Carabinieri nel 2001 ed è stato davvero il mio maestro, da lì abbiamo fatto 14 serie insieme nell’arco di 14 anni, una cosa straordinaria, con una media di 1 o 2 serie all’anno! Io ho imparato ad essere un regista da lui, guardando con quale incredibile praticità e facilità riusciva a risolvere problemi che per altri sarebbero stati impossibili  e una fonte sicura di ostacolo».

I tuo prossimi progetti? «A parte le 3 Rose di Eva e la serie di cui ti ho parlato che uscirà a gennaio del 2015, ho diversi sogni nel cassetto. Innanzitutto riprenderò la regia teatrale che, causa forza maggiore ed impegni sul set, ho dovuto interrompere. Ho scritto varie commedie e ti assicuro che è una soddisfazione immensa sapere che la mia commedia il Marito di mio figlio è quella che viene più rappresentata in assoluto in Italia dalle compagnie amatoriali. Pensa che, solo in questo momento, questa mia commedia viene rappresentata da ben 20 compagnie in contemporanea ed altre due, una di Udine ed una di Torino, la faranno. Il mio obiettivo è infatti realizzarne un film, ho già scritto la sceneggiatura. E poi vorrei da gennaio dedicarmi alla mia passione più grande e scrivere un romanzo».

Se non avessi fatto questo mestiere oggi saresti? «Probabilmente sarei diventato quello per cui ho studiato, un interprete parlamentare di inglese e tedesco. Ho vissuto all’Estero fino a 25 anni e lavoravo come interprete, in realtà tradurre diventò in seguito anche l’unico mezzo per mantenermi visto che a teatro, all’inizio, non si guadagnava nulla e si faceva tutto per la gloria. L’inglese ancora mi è molto utile, per quanto riguarda il tedesco, mi piace ascoltarlo a volte, specie quando incontro dei turisti magari in metropolitana e sentirli mi ad una fase della mia vita. Poi è arrivata la prima sceneggiatura e quindi ho lasciato quella carriera,ma in fondo era comunque qualcosa che andava nell’alveo della comunicazione, di questa necessità fisiologica che ho di comunicare».

Daniele come ti vedi fra 20 anni? Ancora sul set o sul palcoscenico? «Fra 20 anni mi vedo con una penna o una tastiera fra le mani, o comunque con qualsiasi altro mezzo ultra moderno e di ultima generazione che mi permetterà di scrivere. E se anche dovessi avere problemi alle mani, scriverei con una penna piazzata in bocca! E poi mi piacerebbe certo dirigere film miei, ma questo dipende da tanti altri fattori, dai finanziamenti, ad esempio. Invece lo scrivere è una cosa mia e che nessuno potrà mai togliermi».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Ci sono tante persone che dovrei ringraziare ma restringendo all’ambito degli affetti familiari, dico sicuramente grazie a mia madre, purtroppo venuta a mancare da poco. Un dolore enorme. Mia madre mi ha dato tutto ed ho sempre avuto con lei un rapporto speciale, lei mi ha avuto che era giovanissima, siamo stati come fratello e sorella, avevamo una complicità estrema. E’ stato un punto di riferimento fondamentale e, infatti, ogni felicità, ogni successo, ogni firma di un nuovo contratto, li ho condivisi sempre con lei per prima. E poi devo ringraziare tanti altri, tantissimi: per un mio istinto, o forse per la mia sensibilità, ho avuto la fortuna di scegliere e di circondarmi solo di persone belle che ringrazio tanto per ciò che sono diventato oggi, avendo avuto la fortuna di fare il mestiere che amo. In genere sono una persona generosa e cerco sempre di ricambiare quanto mi è stato dato in termini umani e professionali dando il doppio».

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