luglio 14, 2014 | by redazione
Addio a Lorin Maazel, gigante del podio

Il Presidente Renato Brunetta e la Fondazione Ravello ricordano, con reverente ammirazione, Lorin Maazel, che fu straordinario direttore d’orchestra e che con il suo gesto e la sua intelligenza musicale seppe arricchire, in più di un’occasione, la storia ed il fascino di Ravello e del suo Festival.

Ricordo di Lorin Maazel
(tratto da Il Mattino del 14 luglio 2014)

Come i poetici soldati di Ungaretti, stanno cadendo i grandi direttori di un’immensa generazione, quasi foglie sui rami d’autunno. Il 2014, che si era aperto con la morte di Abbado, in una domenica di mezza estate si è portato via anche Lorin Maazel: aveva ottanquattro anni ed era un gigante del podio.  Francese di nascita, con genitori americani, Maazel viene ricordato oggi soprattutto per un’attività instancabile di cui, ad esempio, sono testimonianza le oltre trecento incisioni discografiche. Dirigeva spesso e volentieri e aveva avuto accesso a tutte le maggiori orchestre sinfoniche e teatri del mondo, coltivando un rapporto più assiduo e stabile con i complessi di Cleveland, New York, con l’Orchestre Nationale de France e con la Staatsoper di Vienna. Il fatto stesso che fosse così presente in ogni angolo del pianeta, Italia ovviamente inclusa, ne aveva da un lato accresciuto enormemente la popolarità, dall’altro, però, gli aveva forse sottratto quell’aura di mito da cui, invece, erano circondati colleghi più riottosi a concedersi, tipo Kleiber, tanto per fare un nome. Ma Maazel era realmente un musicista eccezionale.
Enfant prodige, a dieci anni dirige la Pittsburgh Orchestra e, dodici mesi più tardi, Arturo Toscanini gli mette in mano, come si fa con i giocattoli ai bambini, la NBC Symphony di New York. Quel giocattolo chiamato orchestra, gli sarebbe piaciuto al punto che Maazel non avrebbe mai più avuto il coraggio di staccarsene.
Si diceva, appunto, del suo rapporto con l’Italia. Ci arriva nel 1951, con una borsa di studio. Nel 1953 debutta a Catania, due anni dopo alla Scala con Aldo Ciccolini e, nel 1957, collabora con il pianista mito di quell’epoca, Arturo Benedetti Michelangeli. Al San Carlo giunge solo nel 1984, alla testa della Chamber Orchestra of Europe. Vi farà ritorno varie volte: nel 1986 dirigendo i complessi del Teatro in una “Messa da Requiem” verdiana, in seguito sempre con orchestre ospiti di lusso, di quelle che a Napoli non si vedono più, tipo Filarmonica di Israele o Bayerischer Rundfunk. Era stato pure tra i primi protagonisti delle sontuose Panatenee Pompeiane degli anni Ottanta, e poi del Festival di Ravello, dove nel 2002 aveva diretto le ultime tre sinfonie di Mozart con la Philharmonia Orchestra.
In un’intervista rilasciata a chi scrive, in occasione del suo concerto al Teatro Grande di Pompei, disse di volersi rifare alla vita dei delfini, libera e priva di confini. In effetti, ha vissuto senza negarsi alcun piacere artistico (e non solo), coltivando un amore smisurato non solo per la musica, ma più in generale per la cultura (dalla matematica alla filosofia) e, ad esempio, per le lingue: ne parlava tante, correntemente e con disinvoltura. Forte di un carisma assodato, Maazel ha spaziato tra autori anche molto diversi, maturando un repertorio ampio e trasversale che ne ha fatto un artista strapagato e buono, anzi ottimo, per ogni occasione. Quando si trattò, nel 1980, di trovare un sostituto per Willy Boskowski, sul podio per venticinque anni di fila in occasione del leggendario Concerto di Capodanno dal Musikverein di Vienna, la scelta cadde naturalmente su Lorin Maazel, e non soltanto per il suo eccellente rapporto con i Wiener Philharmoniker, ma anche per la sua capacità di profondere verve ed eleganza in quel genere così accattivante. Il successo fu tale da indurre i Wiener a puntare su Maazel per altri sei anni.
Ma del grande direttore scomparso ieri si potrebbero ancora citare altri cimenti importanti. A lui, ad esempio, va dato il merito di aver creduto nel cinema quale mezzo di diffusione alternativo dell’opera lirica, collaborando prima con Joseph Losey per “Don Giovanni” (dove non era la musica la parete migliore del progetto, ma non è questo che conta) e con Francesco Rosi per “Carmen”. Non gli piaceva rischiare troppo, forse, e in ogni caso sapeva, Maazel, di poter risolvere con il già lodato “mestiere” ogni situazione scabrosa. Eppure, nel suo palmares, può vantare anche una supermaratona con tutte le sinfonie di Beethoven eseguite in un’unica giornata: roba da guinnes, forse un po’ circense; ma roba da grandi, in ogni caso.
Non solo direttore, ma anche violinista e, per finire, compositore: Lorin Maazel ha scritto un’opera, ispirandosi ad un testo per nulla banale, “1984” di Orwell. Il Covent Garden di Londra l’avrebbe messa in scena nel 2005, senza suscitare clamore speciale ma sicuramente un’interesse che andava oltre la semplice curiosità. È significativo che ieri sera, al San Carlo, Nicola Luisotti gli abbia voluto rendere omaggio durante l’esecuzione di “Madama Butterfly”, perché del titolo pucciniano, Maazel è stato interprete tra i più raffinati su disco, riunendo intorno a sé un super cast (Scotto, Domingo, Milnes) in anni lontani. Tra i suoi rimpianti c’è, forse, quello di non aver preso la direzione stabile dei Berliner: quando l’orchestra tedesca, nel 1989, scelse Abbado, Maazel non fece mistero di esserci rimasto male. Ma non può rimpiangere nulla sul piano del successo, della popolarità e della gioia di far musica: “Non ho mai diretto – ha detto un giorno – due volte una battuta nella stessa maniera, nella mia carriera”. Eppure, quelle battute per lo più gli venivamno sempre molto bene.

di Stefano Valanzuolo

 

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