novembre 19, 2015 | by Emilia Filocamo
“Ai giovani attori dico di non fidarsi facilmente perché ci sono tanti furbi in giro”. Da Squadra Mobile la bellissima Mavina Graziani

Una consapevolezza è anche una forma di libertà, accettare ciò che si è, capire chi si è, è una sorta di rinascita, di nuovo battesimo. Ed una presa di posizione per la quale non bastano successo, lavoro, ostinazione, sacrifici e magari qualche sconfitta, ma serve soprattutto il coraggio. È questo che mi colpisce dell’intervista all’attrice Mavina Graziani, una ragazza bellissima, rodata a suon di sacrifici, provini, attese, una ballerina che ha intuito, dal richiamo del suo corpo, la necessità di dover a quello stesso corpo qualcosa di più, di dovergli attribuire “un ruolo” preciso, bisogno che è poi ovviamente sfociato nella recitazione, nel suo percorso professionale. Mavina Graziani, per ovvie motivazioni, dirà molto poco del suo ruolo in Squadra Mobile, sfiorerà l’argomento per poi ancorarsi al suo amore professionale, il teatro, al suo amore concreto, un figlio, e al suo modo di vivere il suo mestiere, di guardarsi allo specchio e dirsi: sono un’attrice. Senza compromessi, timori, o ripensamenti.

Mavina come sei una ballerina, una presentatrice ed un’attrice. Come si armonizzano in te tutti questi talenti e quale prevale? Ho studiato danza per tanti anni, da quando ne avevo 3 fino ai 16. Ovviamente con il tempo ho cercato altre vie, sono stata sempre affascinata da ciò che siamo in grado di esprimere attraverso il corpo, ho lavorato nel mondo della moda anche, ma poi, alcune coincidenze, la nascita di mio figlio innanzitutto, mi hanno allontanata da quel percorso e avvicinata alla recitazione e alla carriera di attrice. Era destino. Certo, non posso nascondere che ogni volta in cui vedo un balletto, mi emoziono da morire, perché resta parte di me, ed una parte importante.

Il tuo aver percorso diverse direzioni artistiche ispira la mia domanda: quanto contano secondo te studio e preparazione nel tuo mestiere? Sai, a proposito di questo argomento ci sono molti punti di vista, il mio punto di vista è che questo è un mestiere come gli altri e, pertanto, richiede preparazione. È come nel campo dell’atletica, non manderesti mai un atleta ad affrontare una gara se non si è mai allenato. Di sicuro sono fondamentali anche le occasioni, la capacità di trovarsi al momento giusto nel posto giusto, ma allenarsi, prepararsi sono elementi imprescindibili. Altrimenti il rischio è quello di perdersi e di fare una cosa fine a se stessa ma che non porta da nessuna parte. E che non dà soddisfazione.

Puoi anticipare ai nostri lettori qualcosa del tuo ruolo in Squadra Mobile? Purtroppo no, non posso dire molto, solo che farò parte di questo progetto di successo e che ne sono felicissima.

Qual è stato il momento più difficile del tuo percorso artistico? Ma anche quello più emblematico? È stato probabilmente quello di dover accettare la mia carriera con tutti i sacrifici conseguenti, ossia dire io sono un’attrice e faccio questo mestiere; mi alzo tutte le mattine e quando sono in grado di sillabare e riuscire ad ammettere chi sono, allora mi sento completo. Molte volte anche gli altri considerano questo mestiere quasi alla stregua di un hobby. Ma se si è in grado di ammetterlo a se stessi e di esserne consapevoli, allora questa consapevolezza arriva anche all’esterno.

Sei una mamma, oltre che un’artista: se tuo figlio scegliesse di seguire il tuo stesso percorso artistico, ne saresti felice? Sì, ne sarei felice, e farei in modo di sostenerlo in qualsiasi modo. Avrei voluto essere sostenuta anche io quando ho cominciato! Certo, a volte ho dei rimorsi quando, per lavoro, non riesco a vedere mio figlio magari per 20 giorni, mi spiace essere una mamma non sempre presente, ma fa parte di questo mestiere, del mestiere che amo.

A cosa stai lavorando in questo momento? Proprio il primo novembre abbiamo finito una tournée teatrale con il testo “Dark play”, una iniziativa realizzata con una giovane compagnia che si è autoprodotta e dove c’è stato l’azzardo di unire teatro e tecniche cinematografiche, con la regia di Matteo Fasanella.

Hai qualche rimpianto? Forse, tornando indietro, farei il DAMS a 18 anni e poi la Silvio D’Amico, sarebbe stato bello scoprire questo mestiere a diciotto anni.

La tua famiglia ha sostenuto la tua scelta artistica? Non mi è mai stata contro ma ha sempre vissuto questa mia passione come un di più e non come una cosa necessaria. Sono stati piuttosto disorientati quando ho chiaramente fatto capire loro che volevo farlo a tempo pieno.

A chi vuole dire grazie oggi Mavina Graziani? Per quanto possa sembrare paradossale, dico grazie proprio alla mia famiglia, perché nonostante tutto, ho avuto il loro sostegno.

Se avessi in questo momento la possibilità di dire qualcosa a qualcuno a cui non hai parlato in tempo per vari motivi, chi sarebbe e cosa vorresti dirgli? In verità non ho molti peli sulla lingua   perché sono piuttosto diretta, tuttavia, se potessi rivolgermi ai giovani attori che vogliono fare questo mestiere, direi di non fidarsi facilmente, di fare attenzione alle scuole e alle accademie truffa, perché ci sono tanti furbi in giro. Ci sono cascata anche io.

Hai lavorato nel mondo della moda, sei una bellissima ragazza, ma quanto tempo dedichi alla cura del tuo corpo? Poco, troppo poco, e so che è vergognoso. Avendo un figlio, saltando sempre da un casting all’altro, non ho molto tempo e ti dirò che a volte vado perfino a letto ancora truccata.

Ti va di anticipare il tema del prossimo Ravello Festival? Un tema che potrebbe essere interessante è “L’Anima”, intesa come spontaneità, intuizione, istinto. Ho anche scritto un soggetto per il teatro sull’introspezione, resta nel mio cassetto ma credo che sia un invito a conoscere meglio se stessi.

Un invito che è in fondo la filosofia di vita di Mavina Graziani: guardarsi dentro con consapevolezza e rendere il mondo partecipe di ciò che si vuole davvero, di ciò che si è.

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