dicembre 15, 2015 | by Emilia Filocamo
“Al Duse di Bologna reciterò accanto a mio padre in Natale in Casa Cupiello e dedicheremo lo spettacolo a Luca De Filippo”. Francesco Bianco e l’amore per il teatro, quello vero

Febbraio 2015, Roma. La città è stata appena “battezzata” da una pioggia leggera che non disturba e non infastidisce perché già strizza l’occhio alla primavera con delle incursioni impreviste di sole che baciano Piazza Navona. Io e l’attore Francesco Bianco avremmo dovuto incontrarci di persona quel giorno, proprio lì, al centro di Roma, fra i turisti, le aste per i selfie che impalavano sorrisi e le bancarelle. Ma gli imprevisti, gli orari e le difficoltà hanno impedito questo incontro, rimandato più volte e mai realizzatosi, un incontro che doveva completarsi con un’intervista. Francesco Bianco è figlio d’arte, figlio di Tommaso Bianco, ma questa cosa scivola via, passa quasi in secondo piano, non ama fregiarsi di un’eredità importante, è un artista semplice, di talento e che nel suo talento ha costruito un tempio di voglia di vivere: è un ragazzo alla mano, un entusiasta che coinvolge e travolge che con quel suo sorriso beffardo che sembra prendersi gioco di tutto fino a quando non si pronuncia la parola teatro. A quel punto Francesco Bianco cambia, una trasformazione incredibile che rende giustizia al suo essere un artista. Raggiungo telefonicamente Francesco in un momento particolare, a pochi giorni dal suo debutto al teatro Duse di Bologna in Natale in Casa Cupiello, al fianco di suo padre Tommaso.

Francesco, cosa accadrà il 14 dicembre a Bologna? E come ti stai preparando per questo appuntamento? Accade che farò Natale in Casa Cupiello con mio padre, io sarò Nennillo, farò il figlio sia sulla scena che nella vita: affronterò questa parte con molta serietà, come d’altronde faccio per ogni cosa che riguarda il teatro.

So che dedicherete lo spettacolo a Luca De Filippo, recentemente scomparso, è così? Beh Luca è stato il massimo rappresentante di Nennillo, e sarà una grande responsabilità anche se, personalmente, preferirei dedicare gli spettacoli alle persone quando sono ancora in vita e non dopo. Sarà un’esperienza bella quella al Duse, da sette anni mio padre ha creato a Bologna una sua scuola di teatro un po’ particolare, sceglie persone che vogliono avvicinarsi al teatro e le porta su palcoscenici importanti. Gli unici professionisti il 14 saranno lui e la sua compagna: è un esperimento a metà fra l’amatoriale, la scuola ed il professionismo, e poi ha voluto anche me. Mio padre Tommaso fa questo spettacolo da 3 anni, il primo anno sempre al Duse, il secondo non a Bologna e quest’anno ha deciso di tornare a Bologna.

Sei figlio d’arte, ma questo non credo giustifichi la tua scelta professionale: quando e come hai capito esattamente che il teatro sarebbe stata la tua vita? La folgorazione l’ho avuta a  15 anni: mio padre mi portò a vedere Casa di Bambola di Ibsen di Giancarlo Sepe: Sepe è un visionario, il suo teatro è avvicinabile al teatro danza con uno studio sui movimenti molto particolare. Io venivo dal teatro classico, e rimasi folgorato, ma poi come mi ripeto spesso, faccio questo mestiere grazie all’amore di papà, alla passione che ha sempre messo nel farlo; se mio padre avesse fatto il ladro a quest’ora lo sarei anche io. È un amore che non vedi in tutti, mio padre non è un attore impiegato, ma un attore, sono pochi ormai quelli che non fanno gli attori impiegati.

Il consiglio che tuo padre ti dà più spesso ed il complimento più bello che ti ha fatto? Il consiglio è che mi dice sempre di non fare questo mestiere e il complimento… non mi fa complimenti. Anzi qualche giorno fa mi ha detto: “Se ti ho chiamato per fare Nennillo è perché ti ritengo all’altezza”. Questo per farmi capire che non mi ha scelto perché sono suo figlio, ma perché appunto mi reputa capace. La sua preoccupazione è piuttosto che questo non è il tipo di mestiere che mi può far vivere.

Dopo questo debutto cosa ti aspetta? Mi sto dando da fare per un lavoro fisso! No, scherzi a parte ho un progetto sul Mercante di Venezia ma è necessario avere fondi cospicui perché non ci si può arrangiare nel teatro. Per circa 4 anni ho presentato “Non ha sangue un ebreo?” con il Teatro Stabile d’Innovazione Il teatro cooperativa Galleria Toledo. Si tratta di un monologo sul Mercante di Venezia, uno studio fatto con Manferlotti e la De Filippi che ho portato in giro fra le strade e le gallerie, una bella esperienza.

Come trascorrerai la sera precedente al debutto al Duse? Hai qualche scaramanzia? No, non siamo scaramantici, anzi proprio qualche settimana fa mio padre mi diceva che chi è superstizioso porta male. Faremo un’anteprima nel teatrino dell’Accademia di Belle Arti di Bologna coordinata dal professor Franco Savignano con i ragazzi dell’Accademia che ci hanno aiutato nella realizzazione delle scene. Credo che la faremo il 12 o il 13. Poi questo mercoledì faremo un’altra prova più che altro basata sui movimenti per mettere a proprio agio gli attori che dovranno muoversi su un palcoscenico così grande come quello del Duse.

Come ti immagini fra 20 anni? Alla regia di un tuo spettacolo? Mi vorrei vedere realizzato al di là della dimensione del teatro, anche in coerenza di una vita quotidiana: io ho solo due passioni, quella per il teatro e quella per le donne! Spero di realizzarmi e ciò potrebbe anche esulare dal teatro.

La battuta di un’opera teatrale che è un po’ la tua massima e che porti sempre con te? “ è finito il teatrino” tratta da ‘E fuori nevica’ di Vincenzo Salemme. Io l’ho aggiunta alla fine di ‘Non ha sangue un ebreo?’ e, poiché scrivo anche, ho in progetto la realizzazione di un lavoro intitolato Servo di Shylock, in cui il Mercante di Venezia è visto da una prospettiva diversa, quella appunto del servo. Sai a proposito del teatro dico sempre che non esistono vari tipi di teatro, il teatro non è terapia ed è uno solo.

Se non fossi diventato un attore, oggi saresti? Volevo aprire una drogheria, diventare commerciante di salumi e formaggi. Il bello è che ho fatto la pubblicità della mortadella Fiorucci e ancora prima quella dei Kinder Cereali e quella dei torroni Sperlari. Mi hanno sempre scelto perché sono naturale, spontaneo.

Qual è il tuo pensiero sul teatro di oggi? Dico sempre che per fare questo mestiere ci vuole coscienza di se stessi e conoscenza di ciò che fai. Il teatro di adesso spesso pecca di connessione, di interrelazione e per dirla con una frase è uno che chiede “Come ti chiami?” e l’altro risponde “Mezzogiorno meno un quarto”. E spero che questo esempio renda l’idea.

Sei mai stato al Ravello Festival e ti va di provare ad indovinare il tema della prossima edizione? Si, ci sono stato 8 anni fa ma non ricordo esattamente in quale occasione. Come tema suggerirei “La Verità”. È difficile dire la verità, perché c’è sempre un filtro, siamo sempre oberati da mille sovrastrutture. Ogni tanto sarebbe bello dire la verità nuda e cruda, essere sinceri.

L’intervista con Francesco Bianco si chiude qui fra mille altri aneddoti e un’immagine bellissima che mi confida, quella di essere praticamente nato sulle scene e non in senso metaforico; al teatro Argentina, quando sua madre rimase incinta e la sua carrozzina stava sempre messa da qualche parte sul palcoscenico. Non so quando ci sarà l’occasione di incontrare dal vivo Francesco Bianco, se sarà in una piazza di Roma o in un teatro di Napoli, eppure mi sembra di averlo conosciuto già cento volte grazie al suo amore indicibile per il teatro, a quella passione che lo rende a volte scanzonato, a volte malinconico, e poi d’improvviso saggio, come se infilasse e sfilasse tante maschere senza mai dimenticare il cuore.

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