maggio 14, 2014 | by Emilia Filocamo
Al Niemeyer Giovanni Bellucci presenta il suo Shakespeare: “La bellezza? Andare contro corrente”

Il Sud è una sorta di fonte primaria di ispirazione, una profondità viscerale che emana energia, passione”. Giovanni Bellucci, che sabato 17 maggio (ore 21.30) duetterà nell’auditorium Oscar Niemeyer di Ravello con Giancarlo Giannini in un evento-anteprima costruito su una lettura trasversale di Shakespeare, utilizza il linguaggio dell’anima per approcciarsi al Ravello Festival e al tema dell’edizione estiva: Sud. (info www.ravellofestival.com) Ascoltando le sue parole il sud non si associa affatto ad un’area geografica, a un cesareo che divide il corpo dal frutto. Si intravede piuttosto la divisa pied de poule di un pianoforte, lo smoking dei tasti bicolori. “Per un pianista il Sud corrisponde alla zona bassa della tastiera, quella dove sono i bassi – aggiunge – Ma anche nella lettura di una partitura il sud è la parte armonizzante. Io, solitamente, do molta importanza ai suoni gravi: a questo sud che permea necessariamente la composizione. Il Sud va visto un po’ come armonia appunto, d’altronde se si pensa alle origini della nostra cultura e facendo riferimento allo spettacolo di sabato, alle astruse teorie che vorrebbero addirittura Shakespeare nato in Sicilia (un’esagerazione anche se un terzo delle sue commedie e tragedie sono ambientate in Italia) ci si rende forse conto di quanto questo Sud sia una sorta di fonte primaria di ispirazione”.

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Shakespeare scriveva, “la bellezza provoca i ladri più dell’oro”. Cosa è per lei la bellezza? E parafrasando il titolo del film di Sorrentino, oggi qual è la grande bellezza? “Per me la bellezza è andare contro corrente, scorgere e scovare ciò che di sublime c’è nell’esistenza ed in questo l’arte si rivela uno strumento di ricerca indispensabile senza il quale saremmo irrimediabilmente pigri”.

Lei torna a Ravello con una straordinaria anteprima. Dopo anni di carriera e di “prime” prova ancora le stesse emozioni alla vigilia di un esordio? “Il bello di questo tipo di attività, e più in particolare il condividere un’esecuzione musicale, è l’assenza della routine. Se si meccanizzasse anche l’emozione, allora non ci si distinguerebbe da un impiegato, con tutto il rispetto per questa categoria. Un’esecuzione è anche un salto nel buio. E poi le sensazioni non possono mai essere le stesse anche perché le variabili sono molteplici: l’ambientazione, la location, l’acustica del luogo. Sarebbe dunque davvero triste essere impermeabili all’ansia o alle emozioni anche se l’esperienza aiuta a dosarle nella misura giusta”.

Cosa andrà in scena all’auditorium Oscar Niemeyer? Insomma ci parli di questa “Notte di mezza estate”. Il progetto di un recital che potesse offrire una lettura trasversale di Shakespeare, contemporaneamente musicale e teatrale, è una cosa a cui lavoravo da tempo anche perché esiste un panorama musicale ispirato a Shakespeare non vasto ma molto interessante che va selezionato e riscoperto. Un progetto in cui i personaggi e la musicalità possono essere accostati da un filo senza soluzione di continuità, come fosse un percorso di due amici che si incontrano, recitano e suonano, dando una lettura nuova che poi sarà il pubblico del Ravello Festival a scoprire e spero apprezzare.

Come è nata la collaborazione con Giancarlo Giannini? Il fatto che un grande attore ed un musicista si rimettano in discussione con questo spettacolo condividendo lo stesso ideale, credo sia un evento eccezionale. E il fatto che Giannini abbia sposato con entusiasmo il progetto è per me motivo di grande gioia.

Lei ha incontrato il pianoforte in età avanzata, sfatando un classico luogo comune. Cosa consiglierebbe ad un allievo di pianoforte che sogna la carriera concertistica? Quali sono gli errori da non commettere? L’errore da non fare, quando ci si avvia allo studio della musica, è quello di pensare subito alla carriera da concertista e non allo studio. Oggi ci sono musicisti che ad 8 anni hanno già un ufficio marketing ma non si dà valore all’importanza dell’interpretazione. Beethoven, ad esempio, odiava gli enfant prodige e sono convinto che iniziare in età non troppo precoce permetta di avere appunto un avviamento alla musica più consapevole e meno traumatico.

C’è un concerto che le è rimasto nel cuore fra tutti quelli fatti nel corso dei suoi anni di attività? Ha una sorta di “figlio prediletto”? Ci sono stati momenti e progetti, concerti che hanno avuto un significato particolare e che sono andati al di là dell’ordinario. Al momento sicuramente la mia incisione integrale delle 32 sonate e delle 9 sinfonie di Beethoven, incise in 14 cd, progetto che necessita di 3 anni per essere completato, è qualcosa di cui sono estremamente soddisfatto. È un po’ la “bibbia della musica” e poi un impegno che mi permette di vivere in contatto col sublime, un’esperienza unica, specie in un periodo di grande confusione dei valori come questo in cui viviamo.

Cosa pensa del panorama musicale odierno? C’è qualche giovane pianista che ha calamitato la sua curiosità o attenzione per talento ed interpretazione? Rispondere a questa domanda è complesso perché non ci sono i presupposti o meglio non posso fare dei nomi. So che ci sono dei musicisti che hanno un talento incredibile ma che meriterebbero di più e che purtroppo restano invisibili e nell’anonimato. Non sono nomi conosciuti e proprio per questo restano talenti nascosti, perché non fanno notizia.

Si fa abbastanza per la musica classica in Italia? In Italia si è fatto quasi tutto per distruggere la musica classica e spero che non si arrivi al colpo di grazia. Ci sono persone con un grande talento musicale e la speranza è che trovino gli interlocutori giusti. La musica, lo studio di uno strumento musicale, sono fondamentali: tempo fa discutevo con un medico molto noto sul fatto che lo studio della musica nei bambini in età precoce, aiuta non solo lo sviluppo dell’intelligenza ma anche quello motorio. Ad esempio lo studio di uno strumento completo come il pianoforte permette di coordinare mani e piedi, la stimolazione agisce direttamente sull’ippocampo e dà al bambino uno sviluppo intellettivo e motorio superiore.

Tra tutte le collaborazioni fatte, c’è stato un interprete con cui ha suonato che le ha lasciato più degli altri in termini non solo professionali, ma anche umani. Non riesco a fare una classifica delle collaborazioni o a fare dei nomi anche perché per me le collaborazioni con altri musicisti non sono stabili. Ciò che ritengo tuttavia fondamentale è collaborare con artisti appartenenti ad altre discipline e puntare sull’atipicità dell’esperienza valicando appunto la propria specializzazione. Ad esempio, il pianoforte è uno strumento che impone una sfida costante: far parlare una macchina, cercare di farla trascendere dalla parte puramente meccanica e cominciare una narrazione. Mahler scriveva che “sul testo musicale il compositore troverà tutto, tranne l’essenziale” e questa frase che trovo geniale rende bene la differenza fra un esecutore ed un interprete. Un interprete va all’essenza, allo spessore ed è quello che cercherò di tradurre con il pianoforte appunto sabato all’auditorium di Ravello.

Quale genere di musica ascolta, al di fuori del suo campo? Solitamente mi dedico ad altre attività – mi piace il cinema ad esempio – o comunque a discipline artistiche complementari ma diverse. Non ho molto tempo libero ed in genere quello che dedico alla musica è appunto dedicato alla musica definita classica. Accezione limitativa perché andrebbe piuttosto definita musica d’avanguardia. Tutta la musica che definiamo di consumo è nettamente in ritardo rispetto a quella d’avanguardia. Non è una perversione dire ad esempio che per certi aspetti Palestrina è più moderno di Mozart. È stato poi Beethoven ad imprimere alla musica un nuovo slancio, complice il romanticismo, e a far ritrovare coraggio al linguaggio musicale.

Se potesse tornare indietro nella sua carriera artistica, cancellerebbe o modificherebbe qualcosa? Non so, cambierebbe, un giorno, una scelta fatta o un concerto a cui ha detto si e non avrebbe dovuto. Se potessi tornare indietro sicuramente suonerei un altro strumento. L’organo sicuramente perché è all’organo ho mosso i miei primi passi. Mi piaceva l’aspetto rituale dello strumento ma non nel senso squisitamente religioso, quanto piuttosto di uno strumento legato a qualcosa e a servizio di qualcosa. Forse influisce su questo un aspetto della mia vita che non ho approfondito mai troppo: la mia parentela con Papa Giovanni XXIII, cugino di mia nonna materna. Forse un qualcosa di ieratico è rimasto sedimentato in me, una corrispondenza non religiosa tout court ma musicale. Forse per questo amo tanto anche Listz.

I suoi prossimi progetti? Dopo Ravello mi aspetta la Francia il 4 giugno con un concerto al Louvre che sarà trasmesso in diretta su Radio France e che sarà dedicato alle città portuali da Napoli a Londra a Venezia.

Professionalmente parlando a chi oggi sente di dire grazie? Dico grazie a tutte le persone che hanno fatto dell’arte la loro ragione di vita e dunque ai grandi geni: da Beethoven a Listz a tutti gli altri che hanno arricchito la mia vita e quella di tanti altri. Ma dico anche grazie a tutti i direttori artistici e agli organizzatori che hanno creduto nelle mie capacità artistiche e mi hanno permesso di comunicare le mie emozioni al pubblico. E qui la lista dei nomi sarebbe lunghissima. Ma sono sicuro che anche senza nominarli, leggendo questa intervista, si riconosceranno nelle mie parole.

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