aprile 18, 2015 | by Emilia Filocamo
“Alla musica non devo chiedere più nulla” il cantautore romano Orlando Andreucci racconta il suo nuovo disco: La vita la morte l’amore la sorte

Alcuni incontri, pur senza interessare il corpo, pur senza implicare un contatto fisico, visivo, uno scambio di sorrisi, il sedersi ad un tavolo a chiacchierare ed il necessario antecedente di una stretta di mano e di una opportuna presentazione, hanno un valore inspiegabilmente potente, emblematico. Arrivano imprevedibili e sono più sostanziosi di quelli che magari sono garantiti da un contatto reale. Quando raggiungo al telefono il cantautore Orlando Andreucci, vengo letteralmente investita da così tanti ricordi, aneddoti, episodi che contengono note, pentagramma, sacrifici, saggezza ed esperienze di vita che il fatto di parlarci al telefono, di non confrontarci anche visivamente, sembra del tutto irrilevante. Ho infatti l’impressione, e questo sin dalle sue prime battute, di averlo incontrato davvero, di essermi accomodata con lui appunto come dicevo ad un tavolino di un bar, o magari su una panchina, e di aver cominciato una splendida conversazione. Su tutto, in tutto, permeante, costituente ed ispirante, la musica, la sua musica, quella in cui “sguazzava” sin da bambino, per ragioni familiari, per autentica passione,  quella alla quale, come mi dirà alla fine, non deve chiedere più nulla, quella che non sta in tv ma nelle radio, quella che dice sentimentalmente e che resta per sempre, componendosi di parole che suonano.

Signor Andreucci, leggendo la sua biografia, ho letto che lei è nato artisticamente per gioco a 45 anni: può spiegarci cosa significa? Certo. Innanzitutto fino a 45 anni non mi sono mai interessato di musica come interprete, ma ho sempre vissuto in un ambiente dove si respirava musica. Mio padre è stato uno dei primi agenti di commercio e lavorava per la Dischi Ricordi; così, avendo diversi clienti che lavoravano o vendevano impianti ad alta fedeltà, sono stato uno dei primi bambini che intorno agli 11 anni possedeva un impianto stereo con amplificatore, pur non venendo da una famiglia particolarmente agiata. Ma il mio rapporto con la musica è stato particolare: a 5 anni ricordo che mio padre fece arrivare in casa la maestra di piano e lei mi disse che avevo problemi perché non leggevo la musica. Eppure avevo una memoria prodigiosa. Bastava che lei si voltasse e io ripetevo a memoria ciò che suonava. Così mio padre non mi fece continuare le lezioni di musica. Successivamente ho continuato il lavoro di mio padre, mi sono sposato, ho cambiato casa, e ho cominciato a suonare la chitarra, a comprare i primi strumenti, quali tastiere e sassofono. Ricordo ancora quando andai a Viterbo da un mio ex cliente per acquistare un sassofono e mentre mio nipote guidava, io mi cimentavo a suonarlo e a Ponte Milvio ero già in grado di suonare New York, New York. Certo, ammetto di essere un po’ sono restio allo studio, perché ritengo che sia fondamentale avere qualcosa dentro ed abbinare quel qualcosa ad una buona tecnica. Oggi, invece, la maggior parte dei musicisti italiani, diciamo l’80 per cento ha una tecnica ineccepibile, ma essere bravi sentimentalmente è un’altra cosa, è cosa rara.

Lei è un cantautore, ma quali sono le sue fonti di ispirazione quando scrive? Come cantautore, al di là delle suggestioni fra passato, presente e futuro, ciò che mi stimola sono immagine e parola. La parola per me deve suonare, ci sono parole che suonano e parole che non suonano. E poi sono convinto del fatto che l’ispirazione arrivi solo quando non ci sono condizionamenti e si fa leva sui  propri principi.

Ci parla di questo suo nuovo disco? “Tutti i posti” è la mia nuova fatica e conferma il sodalizio artistico con il pianista, tastierista e compositore Primiano Di Biase. Parlando dei brani contenuti,  “Avviso ai naviganti”, è una riflessione dedicata ai disperati che vengono dall’Africa. Il video è stato realizzato con alcuni video della Marina Militare e la responsabile di Amnesty International, dopo averlo visto, mi ha chiesto di poter far proiettare il video nelle scuole e di esibirmi anche. Ma affronto temi molteplici, c’è quello della passione, che può assumere varie sfaccettature, ed essere intesa come passione per le persone o per le cose. C’è l’amore, con un’ampia panoramica su tutti i tipi di amore. Oppure temi come la necessità di prendere solo l’essenziale, riflettendo su quante  cose inutili possediamo, e infatti nel brano relativo concludo dicendo che  prenderò quello che mi serve soltanto lasciando agli altri quello che non mi serve, cercando di essere e di apparire sempre meno. Questo perché sono convinto che troppo spesso siamo affascinati più dall’autore che dalle opere. Fare un disco, un film o un quadro, è un bisogno che nasce da un’esigenza interna che potrebbe sembrare esibizionismo, in realtà tutto comincia perché siamo creature fragili in cerca di costanti conferme. E le conferme arrivano. Ricordo sempre con piacere un giorno in cui mi sono esibito dal vivo in un piccolo locale che si trova a Borgo Pio nei pressi di San Pietro. Una signora del pubblico mi ha stretto la mano e mi ha ringraziato con una tale gioia che non riesco a dimenticare quell’episodio. Un cachet dura per un po’, un grazie dura tutta la vita.

Cosa pensa del rapporto fra i giovani e la musica nel nostro paese? La musica, innanzitutto, non si può giudicare. So che potrò apparire presuntuoso ma ci sono cose che mi interessano ed altre che non mi interessano per niente. Il 98% non solletica il mio interesse, come in tanti altri settori ci sono idee troppo sfruttate, la musica è figlia della società, è uno specchio e i giovani di oggi sono  molto meno fortunati rispetto a me e alla mia generazione. Sono convinto che la musica dovrebbe andare in tv almeno un anno o due dopo la radio. I video distraggono così come i look degli artisti. A volte penso che anche a teatro, nei concerti, dovrebbe esserci uno schermo che fa intravedere solo i profili degli artisti, mostrandoli solo alla fine, proprio per non pregiudicare un’idea precisa che sia ristretta e concentrata solo sulla musica, ma so che è un’utopia per la nostra società.

Presenterà il suo disco il 17 maggio, giusto? Sì, al teatro Arciliiuto di Roma, ci esibiremo in tre rispetto alla formazione del disco che conta sei elementi.

Conosce il Ravello Festival? Conosco Ravello, uno dei posti più belli del mondo, ma non sono mai stato al Ravello Festival. Mi piacerebbe esibirmi là, magari solo chitarra e voce, in una dimensione diversa dal gruppo.

Cosa augura alla musica italiana? Auguro che tutto ciò che si fa sia senza finalità. Ci vorrebbe uno slogan per condensare questo pensiero. Devo pensarci… Ah, ecco mi è venuto lo slogan: è un po’  come quella massima, chiedi poco ed otterrai molto, non chiedere nulla e sarai libero. Ecco con la musica avviene più o meno lo stesso, io non devo chiederle più nulla, ma chi fa questo mestiere deve essere pronto anche ai sacrifici, perché i compromessi influenzano la creatività.

Sono le ultime battute di questa intervista in bilico fra musica e ricordi. Ritornando alla metafora con cui si è aperta, è arrivato il momento di congedarci, di ringraziare Orlando Andreucci, stringergli la mano, ed alzarmi dalla panchina sulla quale mi sono seduta ad ascoltarlo con gioia ed ammirazione.

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