dicembre 3, 2015 | by Emilia Filocamo
Alla scoperta della professione dello stuntman con Claudio Pacifico, protagonista di set spettacolari come Prince of Persia, Gangs of New York, Pirati dei Caraibi e Mission Impossible

La prima parola che mi viene in mente introducendo questa intervista è domatore. E non è un caso. Perché se con una dose sufficiente di fantasia provo ad immaginarmi paura e rischio come due bestie feroci, allora mi è altrettanto semplice individuare come domatore chi ha la capacità di   fronteggia queste due creature quotidianamente, per lavoro. Claudio Pacifico, sembra quasi un ossimoro questo suo cognome che presupporrebbe un’esistenza tranquilla e magari scontatamente piatta, è uno di questi straordinari domatori, uno dei migliori, uno stuntman di calibro internazionale, titolare della Stunt Concept International Academy di Roma, figlio d’arte con l’arte attaccata alla pelle ed al cuore, una di quelle figure eccezionali e rocambolesche che trasformano i set in meraviglia, in detonatori di adrenalina ed ammirazione. Ma, attenzione, Claudio Pacifico userà il termine paura pochissime volte, la paura di cui mi parlerà non è una bestia da cui fuggire, ma un qualcosa da educare, appunto da domare e trasformare in un “addomesticabile” rischio.

Signor Pacifico, cosa è per lei la paura? La paura è innanzitutto una cosa soggettiva, nel mio caso, così come nel caso di tutti gli stuntman che hanno a che fare con salti, fuoco ed altri pericoli, da professionista del rischio, la paura non può essere insicurezza ma deve essere educata in tecnica innanzitutto e poi in cultura. La si deve guardare in faccia e quando si è diventati bravi, allora ecco che la si trasforma in rischio, in avvertimento del pericolo e dunque in consapevolezza. La paura di per sé è deleteria perché inibisce, blocca e dunque cozza con la natura stessa di questo mestiere.

Lei è figlio d’arte: ma il suo mestiere si può insegnare? È frutto solo di una trasmissione di geni o si può apprendere? Hai detto una cosa molto corretta: è una trasmissione di geni. Sono figlio d’arte, sì, mio padre è Benito Pacifico e ovviamente posso dirti che stuntman si nasce, non si diventa. Io sono sicuramente nato con questa mentalità e per mio padre è stato piuttosto facile perché avevo già l’attitudine giusta, non ci si può improvvisare in un mestiere così difficile ed intenso. Perciò sì, ci si nasce. Adesso tuttavia, e la mia Accademia ne è un esempio, si può anche imparare.

Solitamente come si prepara ad un set? È un allenamento costante, di tutti i giorni, adesso che mi hai chiamato, ad esempio, devo volare con l’elicottero e poi lanciarmi con il parapendio, ieri ero in un combattimento di armi con i miei ragazzi. Non puoi pensare di poterti preparare al momento, devi essere pronto sempre ed in questo c’è una grande responsabilità. Certo può capitare un set particolare in cui c’è necessità di un reset di tutto quello che ti servirà. Se ti prepari al momento sarà già troppo tardi. Devi essere sempre pronto, è il lavoro che lo chiede.

Lei è stato su set eccezionali e di livello internazionale: qual è stato il momento più bello e quale quello più difficile? Sono più di 30 anni che è il momento più bello, io sono un po’ “autistico” in questo senso e cerco di migliorare sempre e di fare ricerche costanti. Quest’anno ho preso il brevetto per l’elicottero, poi per il biposto, sono curioso, mi piace sfidarmi. Ad esserti sincero non ricordo un momento brutto, magari più faticoso ed in quel caso la fatica è coincisa con la soddisfazione. È stato ad esempio il caso de ‘I Corsari’, in cui facevo da controfigura a Geena   Davis, ero sempre in azione, in movimento ma questo mi ha laureato agli occhi del mondo come stuntman internazionale e perciò sono venuti i film in America. Se non avessi avuto una dedizione massima per questo mestiere il momento giusto non sarebbe mai arrivato.

Quali set la aspettano adesso? Ho 2 film in preparazione: un western internazionale, una produzione italiana, americana e tedesca le cui riprese partiranno fra febbraio e marzo con Enzo Castellari, girato in Spagna e nel cast ci sono Franco Nero, Bud Spencer e tanti attori stranieri. A gennaio, invece, sarò sul set di John Wick 2 con Keanu Reeves e coordinerò i ragazzi per le scene di combattimento. Intanto continuo con i corsi in Accademia.

Parlando di giovani, qual è il consiglio che sente di dare a chi vuole fare il suo mestiere? Consiglio di evitare assolutamente di prenderlo sottogamba, di pensare che sia un mestiere che si può fare solo con un po’ di allenamento e diventare subito professionisti. I ragazzi devono pensarci bene, i rischi sono notevoli e la dedizione deve essere totale. La cosa bella è che, una volta capito il meccanismo, gli allievi entrano davvero in un’altra dimensione, intendo nel modo di muoversi, nell’espressione del viso. Oggi è tutto un po’ pret a porter, tutti possono improvvisarsi, da me uno stuntman deve allenarsi almeno 4 o 5 anni prima di diventare un valido professionista, sempre che ci riesca.

Qual è il consiglio che suo padre le ha dato più spesso? Mio padre mi ha sempre spinto a non accontentarmi, anche se già mi muovevo bene, e a farmi rispettare. Lui in me vedeva già delle grandi potenzialità ma pretendeva la cura del dettaglio e spesso anche se tutti intorno mi battevano le mani, mi faceva notare il difetto. Ha sempre voluto la perfezione, o quantomeno che mi avvicinassi il più possibile alla perfezione.

È mai stato a Ravello? Vuole provare ad indovinare il tema del prossimo Ravello Festival? Ricordo di essere stato a Ravello per lavoro ma non chiedermi il film perché avendone fatti più di 250, ho qualche difficoltà. Come tema suggerirei la “consapevolezza dell’espressione corporea” qualcosa insomma che unisca la danza ad una performance di scherma o di stunt. Alla fine il movimento diventa espressione totale, un po’ come avviene nella musica ed è qualcosa di cui il mondo di oggi, così meccanico e quasi poco umano, ha assolutamente bisogno.

L’intervista con Claudio Pacifico si chiude qui: so già che se provassi a richiamarlo per porgli qualche altra domanda, la mia telefonata andrebbe a vuoto. È uno stuntman impegnatissimo: un supereroe tutto terreno che va incontro al pericolo e, come se lo conoscesse da sempre, non teme di abbracciarlo.

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