marzo 28, 2014 | by Emilia Filocamo
Alyn Darnay, regista e creatore della Chaos Films, racconta il suo precoce amore per il cinema e per il genio di Paolo Sorrentino

A dodici anni generalmente si gioca a calcio o con le Barbie e i videogames. Quando, invece, Alyn Darnay, regista, produttore e titolare della Chaos Films, racconta i suoi 12 anni, come per magia sembra di rivedere Super8, film prodotto da Steven Spielberg in cui un gruppo di ragazzini, gira un film appunto con una Super8. Alyn Darnay trascorreva la sua infanzia così, andando a vedere lo stesso film anche due volte nella stessa serata, senza mai esserne stanco. “Sono sempre stato affascinato dal mondo del cinema – racconta emozionato – restavo letteralmente inchiodato allo schermo, rapito dalle storie che venivano raccontate e, soprattutto, dal modo in cui venivano raccontate. Così ho deciso di provare a raccontare le mie storie, insomma a raccontare quello che poteva emozionarmi e, in un certo senso, colpire anche gli altri: a dodici anni, infatti, munito di una telecamera 8mm, coinvolsi i miei amici come attori. Ho realizzato proprio in questo modo una decina di film sui soggetti più disparati e allora ricordo che vinsi anche un premio per un film di 30 minuti dal titolo “Il meraviglioso mondo dei fratelli Grimm” Trascorrevo tutto il tempo libero a riprendere cercando di affinare le posizioni, l’angolatura delle riprese e, cosa fondamentale, anzi direi la più importante, cercando di far reagire gli attori in maniera forte davanti all’obiettivo“. Alyn Darnay ci riflette un attimo per poi dare un suggerimento: “Ecco, io credo che non avrai difficoltà a scrivere che ho sempre e solo desiderato essere un regista!”

Per chi non è un addetto ai lavori è difficile comprendere se si nasce registi, così come si nasce scrittori o attori, o se è qualcosa che si può imparare. Tu cosa ci dici in proposito? Sicuramente esiste una certa predisposizione naturale, una sorta di sesto senso, di gene che ti appassiona e ti fa eccellere in quello che fai. È un po’ come una persona che ama i computer e che si sente a proprio agio fra codici e programmi o una ballerina che si sente irrimediabilmente ed inevitabilmente attratta dalla precisione e dalla leggerezza di un movimento. Sicuramente si può imparare la tecnica, ed affinarla per ottenere un buon prodotto, un film fatto bene, ma nessuno può insegnarti come possedere un occhio attento e specializzato nella composizione perfetta di un film o come rendere la drammaticità di un momento o di una situazione attraverso una sola inquadratura. Non c’è nulla di semplice nel fare il regista, è una professione difficilissima e competitiva: è per questo che alcuni registi, cameraman o sceneggiatori raggiungono il top ed altri continuano a chiedersi perché alla gente non piacciano i loro film.

Chi è stato il tuo primo fan? Insomma chi per primo ti ha detto: Alyn, tu sei un regista! Alyn tradisce una certa emozione nella voce e nell’accento, un’inflessione dolce e leggera, come un’increspatura a pelo d’acqua. Poi l’emozione diventa gioia di comunicare. Non ho dubbi: mia madre. Lei mi ha sempre sostenuto in tutto quello che ho fatto e credo di aver ereditato principalmente da lei la maggior parte dei miei valori. Anche mio padre mi è stato vicino, ma lui era un tipo più del genere “Hey, che sta combinando il ragazzo? Che fa di buono?” Insomma, un tipo più pratico e schematico: ci è voluto un bel po’ di tempo perché anche lui diventasse un mio fan. E poi c’è tutta una sfilza di amici e persone che mi hanno seguito lungo il percorso e supportato e sostenuto, ma sono davvero troppi per menzionarli tutti qui e, di certo, non basterebbe una sola intervista, così come non basterebbe un solo articolo!

Qual è stato il tuo primo lavoro come regista? Hai frequentato una scuola specifica? C’è un percorso preciso da seguire? Assolutamente no: il percorso di ciascuno di noi è diverso da quello di un altro e sono le esperienze a motivarlo o ad esasperarlo, a supportarlo o a fermarlo. Questo è fondamentale. Ho cominciato come lettore e correttore di sceneggiature per il college: grazie a quel lavoro mi sono pagato gli studi e l’alloggio ma soprattutto sono stato in grado di imparare tutto quello che serve per riconoscere una buona sceneggiatura da una che non lo è affatto. In quegli anni credo di aver letto almeno 30.000 sceneggiature differenti, l’esperienza migliore che potessi fare perché ogni film inizia e termina con una sceneggiatura. È importante capire che non si può salvare una brutta sceneggiatura pur utilizzando gli attori migliori del mondo e quelli più pagati, così come puoi assolutamente salvare una buona sceneggiatura anche se utilizzi attori totalmente sconosciuti. Ho anche scritto e pubblicato un bestseller in proposito: “La sceneggiatura: la nuova guida alla stesura di una sceneggiatura”. I primi film a cui ho lavorato furono in collaborazione con la Famous Players Corporation, una compagnia guidata dal grande produttore e vincitore di Oscar Albert Zugsmith. Ho imparato tantissimo nel periodo in cui ho lavorato con lui e lui stesso aveva apprezzato il mio modo di prendere il meglio dai migliori creativi e registi del tempo.

Hai un genere di film preferito? Ci sono delle trame o delle storie che ti colpiscono di più e alle quali dai una corsia preferenziale come regista? Io detesto essere ripetitivo! Assolutamente. Il mio ultimo lavoro “Krissy Belle”, è una commedia che è stata  presentata al Film Festival di FT. Lauderdale e che uscirà alla fine di quest’anno. Precedentemente ho lavorato a “Conduit” un film che ha ottenuto premi a ben 17 festival diversi e che ha permesso all’attrice protagonista, Barbie Castro, di essere al quinto posto come miglior attrice agli Academy Awards. Prima di questo avevo lavorato a “Smooth Operator” un film piuttosto violento ed intricato, insomma ho fatto un po’ di tutto. Attualmente sto lavorando alla sceneggiatura del mio prossimo lungometraggio, un thriller ad alto contenuto erotico che girerò il prossimo autunno- inverno.

Credi che la tana dei film sia soltanto Los Angeles? E che per quanto si possegga una storia da urlo, essere distanti dalla fucina del cinema renda il tutto più complicato? Io vivo ad Hollywood, ma Hollywood in Florida. Mi sono trasferito qui nel 1992 e ho messo su la Chaos Film: abbiamo realizzato di tutto, dai video musicali ai documentari, dagli show televisivi alle pubblicità sia per noi che per le grandi compagnie. Trovo che lavorare qui sia meno dispendioso e più semplice. La Florida ha una fucina di talenti e di staff incredibili e poi, qualsiasi cosa mi serva, Los Angeles dista solo poche ore di volo. I film di oggi sono girati ovunque, certo è meglio realizzare la storia laddove si suppone sia stata scritta la sceneggiatura da cui è tratta. Alla tua domanda rispondo che il cuore del cinema è laddove batte il cuore del regista o del produttore.

Immagino tu abbia incontrato e lavorato con i più grandi nomi del cinema. Chi di loro ti ha lasciato qualcosa di indelebile e, allo stesso modo, a quale regista, anche del passato vorresti che il tuo lavoro somigliasse maggiormente? Insomma, hai dei modelli? La mia vita, privata e professionale, è stata una carrellata variopinta di incontri incredibili ed eccezionali. Volendo fare i nomi dei più grandi posso dirti: Stan Laurel, Bud Abbott, Jack Benny, Norman Lear, Orson Welles, Jack Nicholson, Bruce Dern, Dee Allen, James Wong Howe, Ed Burns, Lea Thompson, Keir Dullea, Joe Eszterhas, Mitch Glazer e la lista è ancora molto lunga. Per quanto riguarda i registi, il mio mito è Stanley Kubrick, nessuno mi ha mai affascinato di più. Ma ammiro tantissimo anche Welles, Bertolucci, Lang, Ray, Antonioni, Scorsese, Coppola, Truffaut, Fellini, Kielowsky, Hitchcock,  Carpenter, Menzies ed un paio che sono un pò meno noti ma assolutamente eccezionali: John Llewllyn Moxey e Carl Franklin.

E cosa pensi del cinema italiano? Quali sono i tuoi miti d’oltreoceano come registi o attori e cosa pensi che il cinema americano potrebbe mutuare o imparare da quello italiano? Io sono cresciuto con il cinema italiano! Non mi stanco mai di guardare la Dolce Vita di Fellini o altri suoi film o Deserto Rosso di Antonioni, ma fra le nuove leve ho molto ammirato Paolo Sorrentino, anche nei film precedenti la Grande Bellezza, un Oscar meritatissimo a mio avviso, e mi ha tanto affascinato il lavoro di Luca Guadagnino, Io sono l’Amore. Penso che il cinema italiano sia onesto da un punto di vista poetico, lirico, così sincero nel miscelare amore, sesso, problematiche varie e capace di trovare il significato esatto delle cose. È sempre intuitivo, girato in maniera superba e con uno stile perfetto.

Se potessi lavorare con un regista italiano chi sceglieresti? Sarò ripetitivo ma questa volta sono obbligato: Paolo Sorrentino, assolutamente. Riesco ad immedesimarmi perfettamente nel suo stile e nei suoi scorci visivi. Questo se facessi parte dello staff, se dovessi lavorare invece come attore, così come ho fatto ultimamente, sceglierei Guadagnino: ha un modo di utilizzare gli attori molto simile al mio e credo che lo scambio non sarebbe male.

Ci parli del tuo ultimo lavoro? Krissy Belle, il mio ultimo film è una commedia sui generis, una sorta di pesce fuor d’acqua nel mare magnum della commedia americana. È la storia di una svampita, una ex cheerleader, una moglie esemplare, una tipica bellezza del Sud proveniente dalla Georgia che è costretta a cominciare una vita nuova dopo 15 anni di matrimonio con un uomo benestante il cui hobby preferito era mentire e tradire. Dopo aver ereditato una delle compagnie del suo ex marito in Florida, Krissy si trova catapultata immediatamente nella comunità latina di Miami e non ha alcuna idea di quello che le sta accadendo intorno. Non capisce nulla della cultura ispanica, non parla la lingua, non ama il loro cibo ed il loro caffè e quasi sempre dice ai suoi vicini ispanici la cosa sbagliata. È tutto un susseguirsi di disavventure ed equivoci per Krissy che ha come unico compagno il suo Remington, un cane Shitzu che spesso condivide i suoi pensieri ironici sulla padrona con il pubblico. Krissy Belle ha registrato il tutto esaurito a novembre durante la proiezione al Film Festival di Fr Lauderdale.

La crisi economica mondiale ha investito anche il mondo del cinema. Secondo te, in questo caso, esiste una ricetta per salvare il cinema? Certo che si! Bisogna togliere il cinema dalle mani degli affaristi hollywoodiani e riportarlo in quelle dei talenti creativi. Basta fare sempre lo stesso film per centinaia di volte, intendo come soggetto. Bisogna produrre più film indipendenti e stranieri, rendere il cinema di nuovo stuzzicante, competitivo, ascoltare e prendere in considerazione le idee fresche dei giovani registi di talento. Basta fare costosissimi sequel, tutto questo sta uccidendo il cinema!

Perchè molti giovani registi, appunto, anche di talento scelgono il cinema indipendente? Forse perchè le grandi produzioni sono piuttosto scettiche e costituiscono una casta blindata? O perchè non tengono proprio in considerazione i giovani registi? È molto semplice: i film indipendenti sono più facili da produrre e finanziare e puoi farne molti di più e più velocemente. Prendi uno staff, scegli gli attori, compri a poco una bella sceneggiatura ed il gioco è fatto, il tuo film è pronto.

Da regista, da artista cosa auguri al mondo del cinema? Solo film migliori, voglio essere stravolto, eccitato dai film che guardo e che realizzo, voglio che mi portino in posti che non ho mai visto prima, che mi facciano vedere gente mai incontrata prima, che mi facciano avere esperienze mai viste. Questo è quello che chiedo ai film che voglio vedere ed è quello che dovrebbe chiedere ciascuno di voi spettatori, ne avete tutto il diritto appunto perché siete spettatori e perchè siete l’anima del cinema.

E quale tipo di film vorresti vedere di più nei prossimi anni? Un genere specifico? Vorrei un ritorno al cinema che parla di persone e del modo in cui si rapportano ai loro problemi. Vorrei vedere più commedie che coinvolgono le persone in situazioni realmente comiche. Vorrei si smettesse di fare film tratti da libri comici o basati sui videogames, che si mettesse la parola fine ai film su zombie e vampiri. Molto meglio produrre film di fantascienza: è una sfida superiore sia per chi li realizza che per lo spettatore.

Ecco, collegandomi alla tua ultima risposta, ti chiedo perché secondo te, ultimamente, il genere fantasy ha così spopolato non solo fra i teenager ma anche fra gli adulti. È  una questione di marketing, visto che sono film che fanno incassi stellari o anche un modo per evadere dalla realtà quotidiana? È tutta una questione di immaginazione. È  l’uomo nero che si portano dietro dall’infanzia. E se il film è realizzato bene, riesce letteralmente a terrorizzarti. Ma è soprattutto un modo per cercare una realtà alternativa a quella deprimente e ripetitiva della quotidianità, ecco perché piace così tanto anche agli adulti. Ma ne abbiamo abbastanza, puoi ottenere le stesse favolose sensazioni con un film che gioca su quelle stesse paure ancestrali ma interpretandole in un modo unico, non secondo un cliché. Torniamo a fare film migliori! È questo che vorrei!

Ti faccio una domanda forse un po’ insolita. Qual è la tua paura più grande? Chi è il tuo uomo nero? Alyn dopo un attimo di silenzio conclude: Tutti abbiamo una paura da combattere, la mia è forse quella che si è paventata tante volte nella mia vita sotto forma di momenti davvero bui, difficili. Però ho avuto la fortuna di scacciare il mio uomo nero. C’è sempre una luce in fondo al tunnel, anche in fondo a quello più lungo e claustrofobico: se riesci a convincerti di questo, non c’è niente che può fermarti.

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L’acting reel di Alyn Darnay 

 

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