marzo 16, 2014 | by Emilia Filocamo
Andrew Roth, attore protagonista della serie cult The Wire, si racconta e ci racconta la sua passione per il cinema italiano

La prima parola che viene in mente parlando con Andrew Roth, attore e soprattutto produttore di talento grazie ad una serie di progetti di grande rilievo, è “onestà”. Spesso, per un attore non è semplice parlare di se stesso, è sicuramente più facile rivestire un ruolo e mantenerlo, ed Andrew Roth tiene a sottolinearlo proprio mentre risponde alla classica domanda sulle difficoltà che un attore, emergente o in carriera, si trova ad affrontare ad Hollywood. Andrew dopo aver riflettuto un attimo e tirato un paio di sospiri, risponde in maniera emblematica: “Questa domanda mi porta su un terreno accidentato. – dice – Perché all’inizio parlare di questo mi creava disagio. Adesso ho sufficiente fiducia in me stesso per poter trasformare questo argomento in un punto di forza e non in qualcosa di cui vergognarmi. Da quando ho iniziato questo lavoro, il momento più drammatico è stato rappresentato dalla mia dipendenza dall’alcool, una vera e propria Idra, una tumescenza maligna e tentacolare che mi ha strappato via dagli affetti e in poco tempo mi ha allontanato dalla famiglia, dai miei cari, dagli amici, dal lavoro stesso. Poi ho deciso di affrontarlo, di chiedere aiuto ed eccomi qui. Certo, non ci sarei mai riuscito senza l’aiuto di Dio, della mia famiglia, degli amici e di tutti i grandi artisti con cui ho avuto la fortuna di lavorare. Oggi ne approfitto per ringraziare calorosamente ognuno di loro”.

Artisti, suggestioni, influenze, modelli. La vita artistica di Andrew Roth è guidata da una bussola fatta di nomi importanti, di esempi illuminanti che ne hanno decretato il destino e l’attività.

“A differenza di molti dei miei colleghi, ho iniziato a fare audizioni piuttosto tardi, a 28 anni. Avevo cominciato a recitare per passione, oltre che per hobby, al college, e in quel periodo avevo ottenuto già qualche piccola parte”.

E quando hai capito che recitare era nel tuo destino? Insomma, chi ha creduto per primo in te? Andrew Roth si abbandona ad una risata leggera e poi alla culla familiare e rassicurante dei ricordi: “Questa domanda non è difficile: Karena Liakos di Annapolis, nel Mariland. Ci siamo incontrati per la prima volta alla proiezione del mio primo film “Far from India” e da allora siamo diventati grandi amici.

C’è qualcuno che ti ha influenzato non solo nella scelta della tua carriera, ma proprio nel modo di recitare? Certo! Ricordo di essere stato quasi deriso quando, durante il mio primo anno di scuola di recitazione mi fu chiesto chi fosse il mio attore preferito ed io risposi senza indugi: Bruce Willis! Tutti i miei colleghi pensarono stessi scherzando, ma non era così. Per me Bruce Willis incarna perfettamente forza e costanza davanti all’obiettivo ma perché  fa meno, non esagera, quasi si trattiene. È un po’ lo stesso principio che nella moda era un diktat per Coco Chanel: less is more. E questo mi porta immediatamente e per lo stesso motivo, a sottolineare l’influenza che su di me hanno avuto tre grandi registi che hanno applicato questa filosofia: Stanley Kubrick, David Lynch e Terrence Malik.

Quindi fare o dire troppo non è necessariamente un requisito vincente per un buon attore? Di sicuro il talento di un attore dipende dal grado di sensibilità che è in grado di convogliare ed esprimere e questo è assolutamente individuale, personale. Ma, e questa è una mia teoria che sto cercando di portare avanti, io credo che gli attori che sono al top e che raggiungono davvero l’apice espressivo, siano quelli che riescono a dare emozione al pubblico senza dire una sola parola. Molto spesso penso che quando noi attori parliamo, impediamo in quel momento al pubblico di dare una propria interpretazione e di pensare da soli a come dovrebbe essere quella scena o quella situazione, è come se già gli suggerissimo la soluzione, il finale. Il mio obiettivo è di creare film nei quali il pubblico possa pensare ed avere un ruolo attivo e questo lo si può solo ottenere utilizzando più che il linguaggio la musica, le luci, un uso sapiente della macchina da presa. Ecco, io voglio promuovere film che siano work in progress, in cui lo spettatore può allontanarsi e riflettere per conto proprio. Quasi una sorta di commedia dell’arte in cui si può  intervenire su un canovaccio e modificarlo e creare in itinere, per usare un richiamo all’Italia. E sorride.

Parli dell’Italia con emozione. Hai mai lavorato in Italia e cosa pensi del cinema italiano? Per me l’Italia, intesa come cinema, come arte, come cultura si condensa in tre nomi: Sofia Loren, Isabella Rossellini e Monica Bellucci. Stop. Sono opere d’arte, non c’è forse sintesi più riuscita dell’essere Italiani. Per quanto riguarda il cinema adoro il colore, la passione, la forza delle produzioni, la cultura, il risvolto intimistico e psicologico dei personaggi, eccezionale.

L’Italia ha appena vinto l’Oscar grazie a Paolo Sorrentino, c’è qualche suggerimento che daresti al cinema italiano come produttore e attore americano? Suggerimento? Assolutamente no! Semmai è il vostro cinema ad essere una sorta di paese dei balocchi per spunti, suggestioni ed insegnamenti, noi dobbiamo imparare da voi e non viceversa!

Anche tu, come molti attori, sei passato dietro alla macchina da presa. È stata una scelta obbligata o un passaggio naturale, una sorta di evoluzione della “specie”? Recitare è probabilmente per me l’esperienza più gratificante del mondo. È una sorta di battesimo laico, un processo catartico grazie al quale riesco a purificare tutte le mie emozioni, proprio dandogli vita, e probabilmente è anche una sorta di missione perché riesco ad aiutare un altro individuo, in questo caso magari uno spettatore, ad ottenere lo stesso tipo di purificazione vivendo quell’emozione o la situazione descritta. È stato Sylvester Stallone ad ispirarmi e a spingermi a fare il salto come produttore, ero stanco di aspettare che il “ruolo” mi trovasse, volevo essere io a trovarlo. E poi, diciamoci la verità, ho un po’ troppi tatuaggi che scoraggiano facilmente chiunque a lavorare con me  – ride – No, scherzi a parte, produrre ti permette di creare le situazioni che vuoi, che desideri, di viverle, realizzarle, sperimentarle e recitarle. Dopo tutto ognuno di noi è per se stesso il migliore affare.

La persona che più ha inciso in questa scelta? Assolutamente Thomas Mc Carthy, un grandissimo attore, un professionista: quando abbiamo lavorato insieme sul set di The Wire, il successo della HBO, è stato come lavorare accanto ad un amico che conoscevo da sempre, eppure ci siamo conosciuti allora! E, per quanto riguarda i registi, ho avuto la fortuna di lavorare  con quello che considero il mio regista preferito, oltre che il mio migliore amico: Christopher Shrack. Ci siamo incontrati molti anni fa sul set del suo primo film, Elisyum, e lavoriamo insieme da allora. Il nostro prossimo progetto, infatti, è il film “The Painter” che è ispirato alla storia della mia vita”.

I tuoi progetti futuri? Non voglio dirlo ad alta voce, ma in questo periodo mi sento assolutamente benedetto. Si stanno concretizzando una serie di progetti incredibili. “My name’ s Paul” uscirà ad Aprile, ed è una versione moderna della storia di un apostolo di Cristo, che ho avuto la fortuna di interpretare, quasi una sorta di vangelo apocrifo trasportato al cinema. Poi, il già menzionato “The Painter” che focalizza i momenti salienti e più drammatici della mia vita. Ancora “Amnesia”, scritto e diretto da John Wayne Bosely, che una volta uscito diventerà una serie televisiva di fantascienza ambientata in un futuro post apocalittico. Io interpreto Allan Carter, il personaggio principale che dopo essersi risvegliato da un terribile incidente stradale, non ricorda nulla se non il suo amore passato. Allan è costretto come molti cittadini a difendersi dal comando supremo dell’esercito che ha il compito di soggiogare o sterminare chi non si sottomette e si  lascia impiantare un chip di controllo. Poi Dracula’s war di Jonathan Moody in cui interpreto King Van Helsing: un thriller con una variante quasi da commedia della storia tradizionale di Dracula, e  ancora Smith che è a metà strada fra Men in Black e The S.H.I.E.L.D in cui io interpreto Smith, il protagonista, un film di fantascienza diretto da Chris R. Notarile ed infine Footsteps di Martin Bensten un thriller in cui sarò Moren Hinchley uno spietato serial killer.

C’è un genere di film che preferisci? Non ho un genere preferito, ogni film è un’occasione buona per mettermi alla prova, ovvio però che devo innanzitutto credere nella storia, nella qualità della sceneggiatura e del team di produzione.

Il cinema indipendente è molto in voga in questo periodo. In che modo può aiutare le grandi produzioni? Questa è davvero una grande domanda. Credo che le grandi produzioni possono imparare dal cinema indipendente che “less is more”, e cioè che bisogna lavorare con ciò che si ha, anche se poco, e non con quello che non si ha. Tutti sappiamo che la necessità è madre dell’ingegno.

La crisi economica ha toccato anche il mondo del cinema. In che modo il cinema sta reagendo? E in che modo si può aiutare il mondo del cinema  a superare questa fase? Anche questa è una grande domanda! Bisogna fare un necessario distinguo, ovvio in inglese è facile, fra la parola “movies” quelli che la gente guarda e quelli che la grande industria del cinema realizza e propone e la parola “films” che indica invece ciò che la gente desidera vedere. Io non sono mai stato un grande estimatore o fan delle grandi produzioni hollywoodiane e dei film carichi di parate di stelle che chiedono cachet impensabili. Il motivo principale per cui anche il mondo del cinema boccheggia è proprio questo: l’avidità. Se ognuno lavorasse chiedendo un po’ meno, non sarebbe impossibile uscire dalle difficoltà. È quanto accade e spiega anche la crisi economica mondiale, il 3 % del mondo controlla tutto il denaro, non c’è equilibrio. E poi, andiamo! Smettiamola di considerarci degli eroi, siamo solo dei privilegiati: noi non lavoriamo per scoprire la cura contro il cancro, non ci pariamo davanti alle persone per prenderci una pallottola destinata a loro e nemmeno entriamo negli edifici in fiamme per salvare la vita di qualcuno, facciamo solo dei film e siamo maledettamente fortunati per questo!

Cosa consiglieresti ad un giovane che ha deciso di intraprendere questa carriera e di diventare un attore? Innanzitutto devono parlarne con i genitori e capire fino in fondo cosa li spinge a seguire questo percorso, che non è per niente facile ed è pieno zeppo di competizione. Se è solo voglia di fare la bella vita e di guadagnare tanto o se è autentica passione. E deve necessariamente essere quest’ultima la molla che deve spingere ad una scelta simile. Come attori abbiamo il dovere di approcciare la nostra arte con estrema serietà e con la voglia di rendere, grazie a questo dono e questa opportunità che abbiamo avuto, il mondo un posto migliore di quello che abbiamo trovato.

Hai parlato delle persone che ti hanno ispirato positivamente nel tuo lavoro di attore e produttore, ma non ti ho chiesto qual è stata la persona con cui hai avuto più difficoltà a rapportarti. Insomma qual è stato il peggior incontro della tua vita? Non posso rispondere a quest’ultima domanda. Mia madre mi ha sempre detto, se non hai niente di carino da dire, non dire nulla.

Poi sorride. Mamma, ti voglio bene! E le manda un bacio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Dakota Teaser

 

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