agosto 6, 2016 | by Emilia Filocamo
Anna Ferraioli Ravel, da stagista al Ravello Festival a talentuosa attrice sui grandi set

L’ inizio è forse la parte più complicata, ma anche più affascinante, di tutte le cose. E’ così per un progetto, un lavoro, una storia d’amore e perché no, anche per un’intervista. Nel mio caso, in questo caso, l’operazione non è stata tuttavia complessa perché il la, il primo passo è stato dato da Ravello, come spesso accade, dalle sue atmosfere, dai ricordi, dalle suggestioni, dalle coincidenze e dai ritorni, dai percorsi insoliti ed ingarbugliati del destino, dalle “ faccende” che nel caso di alcune vite, ha da sbrigare con grande talento, fino a sorprendere. Ravello è il pronti, partenza, via in questa intervista ad Anna Ferraioli Ravel, nomen omen. Perché la bella, giovane e talentuosa attrice ha messo in appendice alla propria identità il luogo d’elezione della sua infanzia, come uno zainetto da addossare alle proprie generalità senza mai disfarsene. Come a dire: ho casa dappertutto ma un indirizzo preciso che mi legherà ai pini, alle scale e a certi tornanti per sempre. Eccola dunque Anna Ferraioli Ravel, “ consegnatasi” con il cuore ed i ricordi alle mie domande: la parola Ravello ricorrerà spessissimo, come un vizio piacevole, un neo che sta sul corpo meglio di un tatuaggio, un nume tutelare, una enclave dell’anima.

anna ferraioli

Anna, se non erro il suo nome d’arte è legato a Ravello. Come nasce il suo amore per la Costiera Amalfitana e, in particolar modo, appunto per Ravello?
«Mi sento profondamente legata alla Costiera amalfitana. E la prima ragione è dovuta naturalmente ai miei natali. Sono cresciuta infatti in quello che è il suo avamposto, Cava dei Tirreni. Ma avendo viaggiato molto sin da piccola posso dire che non ho mai sentito un attaccamento ad un luogo preciso. Diciamo quindi che il mio è un radicamento emotivo. E Ravello mi appartiene in questo senso, perché tutti i miei ricordi più felici di bambina sono legati alla sua piazzetta, alla scalinata che porta al convento di San Francesco, alle bombe calde del bar, alle chiacchierate con mia nonna che tutte le mattine si sedeva al suo solito tavolino con la Repubblica e il suo bitter bianco. E lì che si sono sedimentate le radici del mestiere che faccio. Ravello su di me esercita una vera fascinazione. È un posto incantato che mi suggestiona e mi fa innamorare ogni volta come fosse la prima. La memoria viva dei grandi personaggi che hanno calpestato il suo ciottolato si mescola con il suo modo semplice di presentarsi al mondo. E il mio cognome è il mio personale modo di custodirlo nella memoria».

Lei è conterranea di un’altra grande attrice, Giuliana De Sio. Ha mai avuto modo di parlarle, le ha mai dato dei consigli o magari si è ispirata a lei come modello in qualche occasione?
«Giuliana è una mia conterranea in senso stretto direi, poiché cavese come me. Ho avuto modo recentemente di condividere con lei il set. Trovo che sia un’attrice raffinata ed intelligente. Ed ineguagliabile nella sua interpretazione di Adriana, nel capolavoro di Annibale Ruccello “Notturno di donna con ospiti”, dov’è magistralmente diretta da Enrico Lamanna. Ruccello è uno dei più grandi talenti che ci ha regalato la nostra regione e mi auguro che continui sempre di più ad essere sviscerato, rappresentato, preso a modello».

A cosa sta lavorando in questo momento? I suoi prossimi progetti?
«Sono alle prese con la preparazione di un film per la regia di Alessandro Tamburini. Le riprese inizieranno a brevissimo. È un progetto a cui sono molto legata perché la sua genesi risale ad un cortometraggio che ho girato qualche anno fa, a cui devo i miei primi riconoscimenti come attrice. A novembre poi riparto con la tournée teatrale di “Una giornata particolare” di Ettore Scola, per la regia di Nora Venturini, con Giulio Scarpati e Valeria Solarino. Anche quello un progetto entusiasmante che sono felice di riprendere e che condivido con dei compagni di viaggio meravigliosi. Quest’anno poi con una massiccia dose di coraggio ho prodotto un documentario sulla Sinistra in Europa, che mi vedrà ancora molto impegnata».

anna ferraioli

Qual è il momento più bello di un set? La preparazione, il calarsi nel ruolo, i primi ciak, le difficoltà? Ci racconta una giornata tipo del suo lavoro?
«Il momento più emozionante di questo lavoro è senza dubbio legato all’immedesimazione. È quel meccanismo misterioso che si attiva quando dai vita ad un personaggio, agisci e ti emozioni come lui. È stimolante e necessario secondo me frequentare e confrontarsi con tutti i linguaggi di questo mestiere: il cinema, il teatro, la televisione. Ciascuno con delle regole precise, ma tutti incentrati sull’idea di opera collettiva, in cui ogni figura apporta il proprio contributo alla realizzazione di un progetto. Va da sè che non è facile delineare una giornata tipo. Sul set ti confronti con le tempistiche delle scene, tutto si consuma in quel momento preciso; e poi interagisci con una squadra. All’interpretazione si unisce la consapevolezza che devi avere di tutti gli aspetti tecnici. È una giornata fatta di attese che si consumano in pochi, densi minuti in cui fai vivere un pezzetto del personaggio. In teatro ogni sera devi rinascere, rinnovare i tuoi obiettivi, relazionarti con il pubblico, con lo spazio che cambia».

C’è un ruolo che resta un po’ il suo sogno nel cassetto?
«Direi forse il primo in cui mi sono imbattuta. Al liceo classico di Cava dei Tirreni frequentavo il laboratorio teatrale. Non vedevo l’ora che arrivasse il venerdì per poter diventare uno di quei personaggi così irraggiungibili, se non altro per questioni anagrafiche. Ed interpretai  un’ improbabile versione adolescenziale di Filomena Marturano di Eduardo De Filippo. Ecco. Il mio sogno è quello di riprovarci, all’età giusta».

Quando hai capito che la sua strada sarebbe stata questa?
«Posso dire che il mestiere che faccio è il risultato di un lento processo di metabolizzazione. Finito il liceo, mi sono trovata di fronte ad un bivio. Coltivare il sogno di fare l’attrice o inseguire quello di formarmi per intraprendere la carriera diplomatica. Sulle prime l’università ha avuto la meglio e così ho frequentato per 4 anni la facoltà di Diritto internazionale italo-francese prima a Firenze, poi a Parigi, alla Sorbonne. Il diritto mi piaceva. Ricordo che inseguivo Zagrelbesky e Rodota in giro per l’Italia.  In quegli anni cantavo in un gruppo jazz e facevo parte di una compagnia teatrale; ed insieme ad un gruppetto di impavidi decidemmo di affrontare le selezioni al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. E fui ammessa.  La scuola di cinema è stata per me una rinascita. Ho conosciuto tante persone che mi hanno arricchito come donna e come artista, e mi sono confrontata con visioni molto diverse di questo mestiere, traendone di volta in volta quello che mi sembrava più congeniale al mio percorso. Infatti io non credo nell’esistenza di un “metodo unico” da applicare nella recitazione; penso che ognuno in base al contesto in cui si trova, debba attingere alla propria formazione e al proprio background personale.  La tecnica è fondamentale se concepita come strumento e non come punto di approdo».

A chi ha dedicato, anche se solo idealmente, il suo primo lavoro o successo?
«A mia nonna Nora e a mia zia Adele, i miei imprescindibili punti di riferimento, insieme ai miei genitori. Hanno tutti lavorato alacremente per inculcarmi il valore della libertà di coltivare le mie idee e di mettere sempre le cose in discussione in nome di esse».

Che tipo di spettatrice è?
«Sono una spettatrice con una visione molto aperta, che si lascia suggestionare da quello che vede. Nel valutare le cose adotto sempre lo stesso tipo di criterio: la capacità di emozionarmi. Credo che il cinema, il teatro, l’arte in senso lato abbiano a che fare solo e soltanto con l’alchimia di creare un’emozione, un’empatia con lo spettatore. In questo senso non solo il pianto ma anche il riso, la commedia, hanno a che vedere con il muovere qualcosa nell’inconscio di chi guarda e forse proprio la commedia a mio avviso dovrebbe essere riportata ai fasti di cui ha goduto nella tradizione del nostro cinema».

Il suo primo pensiero al mattino?
«Il mio primo pensiero al mattino è quanto velocemente sia arrivato a disturbare il mio sonno, faticosamente conquistato. E poi c’è il mio cane, Stanislavskij, che ogni giorno si sobbarca l’ingrato compito di farmi alzare dal letto».

E’ mai stata al Ravello Festival? Il tuo augurio alla nostra kermesse?
«L’ho frequentato molto ed ho anche lavorato come stagista. Nel 2006, dopo l’esame di maturità, ho partecipato al Master di formazione in management culturale organizzato dal Festival. Ero stata assegnata all’ufficio stampa. Ricordo che una sera il Festival l’ho anche presentato. È stata un’esperienza entusiasmante sul piano umano e lavorativo. Mi sono confrontata con il punto di vista di tantissimi personaggi e con i loro insegnamenti, che mi accompagnano nel mio percorso. Il mio augurio per il Festival è che continui a prosperare, facendosi interprete delle esigenze del suo pubblico senza mai rinunciare alla sua identità e alla sua storia.  La memoria è dispettosa, ma anche divertente, simpatica con quei suoi sbalzi di “umore” che magari fanno dimenticare dettagli importanti. Ha giocato anche con me, proprio alla fine di questa intervista. E’ stata sufficiente l’ultima risposta di Anna Ferraioli Ravel per tornare ad un Ravello Festival di molti anni fa e ad una ragazza, abbigliata sempre in modo particolare, che attraversava la piazza principale sotto il sole, inanellata ad un badge a me ormai familiare. Chissà se allora Anna Ferraioli Ravel, infilando più volte al giorno il cancello di Villa Rufolo, o percorrendo il dedalo di scale che compongono la platea del Festival, si immaginava già dietro una macchina da presa, pronta ad afferrare il suo sogno. E a puntare alle stelle».

 

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