luglio 30, 2014 | by Emilia Filocamo
Antonio Serrano racconta la strage di Bologna. Il film sarà proiettato al Dall’Ara il 2 agosto

La storia di questa intervista è tutta racchiusa in una breve telefonata: da un capo si avvertono il trambusto cittadino di Roma in un pomeriggio estivo, la concitazione per eventi imprevisti che irrompono nella vita del noto attore Antonio Serrano, protagonista del film Bologna 2 agosto – I giorni della collera, con la regia di Giorgio Molteni e  Daniele Santamaria Maurizio e con Enrico Mutti, Martina Colombari e Lorenzo Flaherty fra gli altri, e che ritardano di qualche giorno le sue risposte. Dall’altro capo del telefono, ci sono le quindici a Ravello, il sole appiccato al cielo, la piazza appena rovente ed un gorgheggio fitto fitto di cicale. La pellicola, già in distribuzione nelle sale cinematografiche, sarà proiettata presso lo stadio Dall’Ara di Bologna in occasione dell’anniversario della strage della stazione centrale in cui, 34 anni fa, morirono 85 persone.

Antonio, come nasce la tua passione per il cinema? Ci racconti i tuoi esordi? «E’ nata un po’ per caso: la verità è che io da adolescente ero fortemente innamorato del teatro che ho iniziato a frequentare in maniera attiva già quando avevo 15 anni. E credevo di voler fare principalmente questo, il teatro! Poi un giorno un agente, vedendomi in un saggio dell’Accademia Nazionale D’arte Drammatica “Silvio D’Amico”, venne da me dicendo che avevo una “…gran bella faccia da cinema”, battuta che io poi in maniera ironica ancora oggi mi porto dietro. Scherzando, infatti, mi ripeto sempre, specialmente quando rimango fermo per periodi più o meno lunghi, che ho proprio ” una gran bella faccia da cinema… e che mi sorprende che non mi chiamino.  Insomma, come ti dicevo, questo agente viene da me e mi propone un film che io ho poi la fortuna di fare. Immediatamente è scattato in maniera dirompente l’amore per questa cosa straordinaria che si chiama cinema!  IL set, la cinepresa, lo schermo, erano tutti aspetti che non avevo mai considerato davvero ma all’improvviso volevo solamente che entrassero a far parte della mia vita per sempre».

Il giorno in cui ti sei detto: ce l’ho fatta! «Veramente questa è una frase che non mi sono mai detto, anche perché non credo di essere arrivato da nessuna parte in particolare, e poi perché spero di non poterla dire mai! In genere quando uno dice sono arrivato, vuol dire che il suo percorso è finito. Io spero che questo viaggio, che ho scelto e desiderato, non finisca mai!».

L’incontro che   ti ha cambiato la vita? «Più che un incontro è stato un momento. E lo ricordo benissimo! Il giorno in cui sono andato fare l’esame finale di scritto per entrare in Accademia, mi sono reso conto lì  e solo allora,  di quanto fosse complicato entrare in quella scuola: eravamo più di 1200 tra ragazzi e ragazze, (età tra 18 e 21 anni, rigorosamente). Improvvisamente mi resi conto della concorrenza che avevo intorno. Ma il momento topico arrivò una mattina quando ero ancora a letto e sentii mia madre che mi diceva che era arrivato un telegramma per me, (si usava così allora, non so se ancora è così), immediatamente ebbi l’intuizione che potesse riguardare il mio esame di concorso. Aprii il telegramma e la notizia era che mi avevano preso! Capisci? Mi avevano preso!  Ero il ragazzo più felice del mondo!! Quello è sicuramente stato il momento che mi ha cambiato la vita».

Cosa fa di un attore un bravo attore e cosa, invece, secondo te lo rende eccezionale? «Un attore è bravo quando si dedica ad uno studio meticoloso e quando si mette in discussione, cercando di apprendere il più possibile da tutti. Un attore   diventa eccezionale quando unisce tutto questo ad un evidente talento di cui è dotato e che non si può acquisire in nessun modo, è un dono». 

Il giorno più bello sul set? «Devo essere sincero, per me non c’è stato   un giorno più bello di un altro, tutte le volte che ho l’occasione di fare quello che amo, di fare il mio lavoro, ringrazio Dio e sono felice».

Quale, secondo te, è il pregio più grande del cinema italiano e quale il suo più grande difetto? «Io credo che il pregio più grande sia stato quello di aver inventato un cinema come quello neorealista con registi ed autori insuperabili, da Fellini a Pasolini, da De Sica a Rossellini, da Antonioni a Flaiano, Zavattini, Germi, i grandi che tutto il mondo ci ha invidiato. Il difetto più grande, a mio modestissimo parere, è quello di essere convinti che quel periodo non sia mai finito».

C’è qualcosa a cui hai rinunciato, intendo professionalmente, non so un progetto per il quale non ti sentivi pronto o perché non era il momento e per il quale adesso hai dei rimpianti? «No, non ho dei rimpianti. Sono abbastanza riflessivo nel lavoro e quando prendo una decisione non ci torno più sopra».

Il tuo primo fan? La prima persona che ha creduto in te? «La mia famiglia in generale, in particolare mia madre».

I tuoi modelli come attori, anche del passato? «Ho studiato molto gli attori degli anni quaranta, ritengo avessero uno stile veramente speciale. Poi, come molti, ho amato senza pari Marlon Brando e James Deen che ispirandosi a Monty Clift hanno dato inizio alla recitazione moderna. Tra i più vicini Al Pacino, Robert De Niro, Meryl Streep, Laurence Olivier, Vivien Leight, Marcello Mastroianni, Monica Vitti, fino ad arrivare a Edward Norton, Matt Damon, Leo Di Caprio, tutti grandi dai quali ho imparato tanto. Ma uno su tutti è stato per me   fonte di grande ispirazione, un attore di teatro inglese conosciuto anche a livello internazionale attraverso il cinema: Richard Burton».

Fra tutti i lavori che hai fatto, potresti indicarne uno a cui sei più legato? «Mi piace proiettarmi in avanti e dunque sempre l’ultimo!».

Puoi parlarci di Bologna, 2 agosto? «Bologna 2 Agosto è un film molto coraggioso, dove si affronta un periodo della vita Italiana ancora non messo a fuoco, con tante, troppe ombre. Ho scelto di interpretare il ruolo del giudice Torrisi (nella realtà Mario Amato) trucidato dai Nar, perché volevo rendere omaggio agli uomini come Falcone e Borsellino e tanti altri, che hanno sacrificato la propria vita pur di far rispettare la giustizia, cardine principale di una società civile».

Se non avessi fatto l’attore saresti stato? «Non saprei dirti. In verità   sono convinto che nel mio destino ci fosse un solo binario da percorrere, quindi il fatto che io sia qui a rispondere ad un’intervista sul mio lavoro di attore fa già di me un privilegiato. E questo cerco di non dimenticarlo mai».

Il tema del Ravello Festival di quest’anno è il Sud, inteso non solo come luogo geografico, ma anche come modo di vivere e di essere Potresti darci una tua definizione di Sud? «Il sud è nel mio sangue, io sono del Sud, ho un padre napoletano e madre lucana di origine spagnola. Credo che essere del Sud significhi principalmente essere pronti ad accogliere, forse dovuto ai retaggi storici del passato, questo ci rende comunque più generosi, aperti, e quindi solari, con un occhio verso la vita decisamente più ottimista, nonostante le difficolta che tutti sappiamo, e proprio per questo posso affermare di sentirmi orgogliosamente terrone!».

Il tuo ultimo pensiero prima di andare a dormire? «Non c’è un pensiero fisso, ma la speranza che la mia vita sia serena, questo è un pensiero che mi accompagna spesso, specialmente di sera, prima di addormentarmi».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Beh prima di tutto a te Emilia, che mi hai onorato con questa intervista, e poi alla mia famiglia!».

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