aprile 24, 2015 | by Emilia Filocamo
“Auguro al Ravello Festival di continuare alla grande!” Gianni Ferreri racconta la sua vita, gli esordi, l’amore per il teatro e la sua carriera nel cinema

Se mi dovessero chiedere di definire un artista, conseguenziale e semplice sarebbe rispondere con una sola parola: talento. Perché un artista è questo: il suo talento, la totale, innata, luccicante predisposizione a fare di un’inclinazione, più o meno accentuata che sia, più o meno testarda, arrendevole, fragile o cementificata che sia, il proprio destino ed il proprio mestiere. Poi alla parola talento ne vanno unite tante altre che pur non rimando con essa per desinenza o per più poetica assonanza, fanno parte dello stesso “ceppo”, della medesima famiglia. In questa parentela rientrano parole come carriera, sacrificio, esordio, batticuore, applauso, progetto, alti e bassi, destino, fama. Quando raggiungo al telefono il protagonista di questa intervista, l’attore, il noto attore Gianni Ferreri, la prima cosa che mi arriva alle labbra è appunto la parola talento: è così impetuosa nello sporgersi, nel voler essere “partorita” che la mia prima domanda verte proprio su quello e trattandosi di Gianni Ferreri, non c’è da stupirsi. Poi, però, a differenza di quanto potevo aspettarmi, alla consuetudine dell’arrivo in rapida successione dei “familiari” del talento, familiari quali appunto carriera, prima, esordio, spettacolo, sono quasi “costretta” ad associare altre parole, nuove ed incatenate da una parentela più lontana e sorprendente. Sono umiltà, simpatia, gentilezza estrema, disponibilità e semplicità condensate subito nel tu più agevole con cui decidiamo di parlarci, poi nella spontaneità con cui si presta alle mie curiosità e ancora nella totale apertura con cui mi si offre, così autentica, da raggrumarsi addirittura in un momento di commozione così bello che mi fa sentire speciale, privilegiata spettatrice di uno spettacolo a due in cui l’anima di un grande, si offre nella sua complessa semplicità, mi si perdoni questo ossimoro, alle mie domande.

Gianni, mi daresti una tua definizione di talento? Cosa è per te il talento: un’inclinazione naturale o qualcosa che si può acquisire? Il talento è un contributo di elementi, sicuramente devi nascere dotato di talento, deve esserci in te una predisposizione naturale, ma poi devi avere la possibilità di affinarla con tecniche, studio, esperienze, devi sentire, confrontarti, apprendere il mestiere. Questo ti permette di avere un bagaglio culturale che, abbinato al talento, fa il resto. Ci sono tantissimi giovani, incredibili talenti che si perdono o perché non studiano o perché sono indisciplinati. Il talento da solo non basta.

Quando hai capito che eri un attore? Che saresti diventato un attore? In verità non l’ho mai capito! Sono ancora alla ricerca di questo, di una risposta. Non era certo la mia prima ispirazione fare l’attore, pur facendo teatro amatoriale e avendolo fatto per tanto tempo, avevo il mio mestiere. Sono un accordatore di pianoforti e la musica è sempre stata parte della mia vita, anche perché allora fare teatro non bastava per vivere. Mi sono divertito tanto, ma a 19 anni ho sentito la necessità di capire chi volevo essere, diventare, e forse in un certo senso allora eravamo più fortunati, rispetto ad oggi avevamo più opportunità di lavoro. Così ho continuato con il mio mestiere, mi sono sposato e ho avuto dei figli, e poi per gioco il destino ha voluto che incontrassi un amico che mi ha riportato al teatro. Ne sono stato nuovamente irretito, soprattutto dopo aver riassaporato il caldo riscontro del pubblico. Ho avuto poi la fortuna di lavorare con grandi come Isa Danieli, Mario Merola e poi sono stato prestato alla tv. A 30 anni feci un provino per l’allora Tele +, diventata poi Sky, per un famoso spot e poi fu la volta de Il Ciclone con Pieraccioni, poi Auguri Professore e così via. Fino a quando mi dissi di provare a vedere se poteva diventare un mestiere a tempo pieno. Ho preso un anno sabbatico dal mio lavoro, potevo permettermelo essendo un libero professionista, e da allora ora va avanti bene, fra alti e bassi. Ma è così, si sa, questo è un mestiere atipico, ci sono giorni in cui devi essere bravo ad incastrare tutto ed altri in cui speri che tutto si incastri.

A cosa stai lavorando adesso? Ho debuttato l’anno scorso al Teatro Golden con uno spettacolo teatrale con Daniela Morozzi, mia partner in Distretto di Polizia insieme a Roberto Nobile, è “Chiamalo ancora amore” con il giovane talento romano, parlando appunto di talenti, Emanuele Propizio. Riprenderà a novembre e ad ottobre ci dedicheremo alla scrittura del nuovo spettacolo dei fratelli Fornari. E poi ancora c’è stata la commedia Una Bugia tira l’altra prodotta e con Nicola Canonico, Nathalie Caldonazzo, Cecilia Taddei ed Annalisa Favetti. Al cinema per ora è un momento tranquillo ma è in uscita il nuovo film di Giorgio Pasotti, Io Arlecchino, un film con una tematica molto importante ed interessante sull’arte della commedia e sul significato della maschera.

Cosa guardi come spettatore in tv o al cinema e cosa proprio non ti piace? Sono piuttosto onnivoro come spettatore, guardo sia prodotti italiani che americani. Non mi piacciono i cinepanettoni, non riesco a guardarli perché hanno una comicità fine a se stessa. Per il resto sono uno spettatore molto curioso, e guardo di tutto, mi piacciono molto le commedie francesi che stanno dando prova di grande talento ed originalità.

Un tuo pregio ed un tuo difetto? Il mio difetto è che sono permaloso, sono della vergine e tendo ad esserlo però solo quando non conosco bene le persone, conoscendole meglio riesco ad essere più tollerante. Il mio pregio è anche il mio difetto, sono un napoletano atipico, molto preciso, come spesso mi fa notare Daniela Morozzi. Se dico ti chiamo domani, lo faccio e ci resto male se qualcuno mi dice così e poi non lo fa, con Daniela Morozzi spesso succede, magari mi dice ti chiamo dopo, e mi chiama dopo 15 giorni! Poi sono un timido di fondo, non amo il presenzialismo, le feste mondane, stare al centro dell’attenzione, i compromessi, i salotti e il divismo. So che è un errore mio, perché le pubbliche relazioni servono, ma è un aspetto del mio lavoro e del mio mondo che non mi piace, non mi so vendere.

Potresti fare un augurio al Ravello Festival? Certo, auguro di cuore il meglio e spero di poterci essere prima o poi, magari come ospite e, in quel caso, giuro che supererò la mia innata timidezza e proverò a parlare, anche se questa cosa mi terrorizza. Auguro al Festival di Ravello di andare avanti sempre alla grande!

Se potessi tornare indietro e dire qualcosa a qualcuno a cui non hai fatto in tempo a parlare, chi sarebbe e perché? Se parliamo di vita personale, ci sono tante cose che avrei voluto dire ma poi, come spesso succede, ti rendi conto troppo tardi che avresti dovuto fare e dire. Direi a mio padre, con cui avevo un rapporto splendido, solo che è mancato e mi dispiace che non abbia potuto vedermi ed essermi accanto nel momento in cui ho cominciato a fare le cose più importanti. Mi manca tanto. E poi posso dire che anni di lavoro ed esperienza mi hanno insegnato a chiedere scusa, che è importantissimo; io sbaglio, lo facciamo tutti quando ci sale l’embolo, ma poi ho imparato a chiedere scusa, anche il giorno dopo e ad ammettere i miei sbagli. L’ho imparato a mie spese e ho capito quanto sia bello ed importante.

L’intervista con il grande Gianni Ferreri si chiude qui. Non credo si dispiacerà se aggiungo, sottolineando ancora volta la gioia che ho provato nel lasciarmi raccontare il suo essere un semplice grande artista, che proprio su quest’ultima domanda, parlando di suo padre, la sua voce si è spezzettata, commossa. Ora forse so davvero chi è un artista: è una creatura con tanto da dare, e non solo su un palco o davanti ad una macchina da presa. Un artista è un verbo, anzi una condizione precisa: darsi senza riserve.

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