maggio 13, 2014 | by Emilia Filocamo
Basta con i remake! Ecco la ricetta di Kevin Tan per il rilancio del cinema

La carriera di Kevin Tan, giovane attore di Taipei, comincia a cinque anni grazie ad una pubblicità di biciclette e da allora non conosce soste: la recitazione sembra infatti essere parte integrante del suo destino, l’astro guida della sua costellazione e, di conseguenza, anche gli eventi che gli gravitano intorno e che si succedono nella sua vita, prendono una direzione comune, come se appunto vi fosse una linea già tracciata, componendosi in un puzzle perfetto che, nel 1997, porta la famiglia Tan a trasferirsi negli Stati Uniti. Nell’intervista Kevin Tan è schietto e spontaneo anche quando deve sottolineare le difficoltà incontrate per emergere nel mondo del cinema. Allo stesso modo racconta le soddisfazioni. “Due sono le cose che mi riempiono di orgoglio e soddisfazione in questo lavoro – ammette – innanzitutto sapere che c’è attesa quando si tratta di guardare un mio film e, soprattutto, camminare per strada e vedere uno sconosciuto che mi ferma e mi chiede se ero io quello comparso in una determinata pubblicità o nel suo serial preferito. Può sembrare una considerazione banale, scontata, ma riempie di gioia e fornisce la carica giusta per credere ancora di più in questo lavoro”. Ma non è tutto così semplice come potrebbe apparire: le difficoltà sono sempre in agguato. “La parte più complessa di questo tipo di lavoro – continua Tan – è l’incertezza, ho avuto momenti difficili soprattutto nel cercare un lavoro a tempo pieno, altre volte è stata la mancanza totale di tempo, avevo bisogno di studiare a fondo una sceneggiatura e, contemporaneamente, dovevo essere puntuale sul set e lavorare con lucidità e concentrazione. Molte volte, soprattutto all’inizio, trascorrevo intere giornate senza dormire”. La curiosità maggiore che mi pungola a questo punto è quella di capire innanzitutto come Kevin Tan abbia scoperto in lui il fuoco sacro della recitazione, decidendo quindi di farne il suo destino ed il suo mestiere.

Kevin, come è iniziata la tua carriera? Ho sempre desiderato diventare un attore. Sin da quando ero molto piccolo, ero incredibilmente affascinato dai film. Sono stati proprio questi ultimi i miei maestri di inglese, lingua che ho appreso proprio guardandoli in versione originale. La mia carriera vera e propria è cominciata solo dopo essermi diplomato, era il 2004, ed è stata una soddisfazione incredibile essere scritturato, seppure con un ruolo secondario, per un film della HBO.

Il film era “Medici per la Vita”, giusto? Ci racconti questa tua prima esperienza, nata su un set di spicco? Il film che in America è uscito con il titolo di “Something the Lord Made”, con protagonisti gli straordinari Mos Def ed Alan Rickman è una storia molto toccante di coraggio e di amore per la vita: il film racconta le vicende di un medico bianco e di un tecnico di laboratorio di colore nella Baltimora degli anni ’40. I due riusciranno a salvare tante vite grazie ad una nuova tecnica chirurgica cardiaca in grado di salvare i bambini dal cosiddetto “morbo blu”. Io ero uno degli internisti che partecipa ad una conferenza in cui Mos Def fa un discorso splendido. Sebbene sia stata una piccola parte, credo di non aver mai imparato tanto, stando a contatto con due mostri sacri della recitazione, e confrontandomi  con una produzione febbrile e perfetta: sono cose che nessuna scuola di recitazione può insegnarti.

Secondo la tua esperienza cosa rende un film eccezionale e cosa, invece, si dovrebbe assolutamente evitare? Alla base di tutto deve esserci una sceneggiatura trascinante costruita in maniera perfetta. Questo porta come conseguenza diretta, la delineazione di personaggi credibili, nel cui ruolo o nella cui gamma di emozioni ciascuno spettatore deve potersi riconoscere. Tutto ciò è fondamentale; se la sceneggiatura è povera di questi elementi o se i personaggi coinvolti non riescono a comunicare con lo spettatore, il pubblico purtroppo avrà sempre l’impressione di aver sprecato due ore del proprio tempo.

Quali sono le differenze principali fra il cinema del tuo Paese, di Taiwan, e quello Americano? O cosa magari il cinema di Taiwan ha in più rispetto alle produzioni americane? L’industria del cinema del mio Paese ha fatto davvero passi da gigante rispetto a cinque, sei anni fa. Prima era molto limitata a show con giochi o sfide sportive, a storie drammatiche o a soap opera. Adesso sono stati realizzati film con ottimi contenuti e storie incredibili, ne nomino qualcuno con piacere come “Secret” diretto da Jay Chou o “Chrouching Tiger”, “Hidden Dragon” e “Lust Caution”, del grande Ang Lee.

Chi sono stati i tuoi primi sostenitori? I miei genitori: sono stati i miei primi fan. È importante che nella scelta di questo mestiere si abbia alle spalle una famiglia solida che non ostacoli. I miei genitori hanno capito quanto tenessi a questo sogno e hanno fatto di tutto per sostenermi. 

Cosa, secondo te, rende un attore davvero indimenticabile? Ho una mia teoria in proposito: se le persone seguono un attore anche nella vita di tutti i giorni cercando di capire quanto si impegna anche nel sociale, allora quell’attore ha ottenuto il massimo. Non bisogna mai restare imprigionati nel ruolo che si interpreta, ma dimostrare chi si è davvero fuori dal set.

Avrai incontrato tantissime persone durante la tua carriera, attori o registi: chi ti ha lasciato qualcosa in più degli altri? Non faccio nomi, ma le persone che durante tutta la mia carriera, e per carriera non intendo solo il set, ma anche le premieres, i backstage durante le pubblicità o i serial tv, sono quelle che non sono state mai piene di se, ma sempre pronte a comunicare e a trasmettere, insomma, degli educatori, dei mentori. Sono state anche le persone che mi hanno insegnato a sviluppare un certo senso critico per poter distinguere fra i vari ruoli quelli a me più congeniali. Dire no ogni tanto è importante.

Tu sei un attore, ma hai mai pensato di dirigere un film tutto tuo, visto che il passaggio da attore a regista sembra ad Hollywood quasi una tappa obbligata? Sfortunatamente si, ho lavorato ad un cortometraggio di mia ideazione che poi si è trasformato in un lungometraggio perché c’era una richiesta spasmodica di quel genere di film in quel periodo. Dico purtroppo perché il film non è stato realizzato, in primis per problemi con gli investitori e poi perché, per una infelice coincidenza, la mia sceneggiatura venne modificata più volte dopo che Ronald Emmerich fece uscire il suo “2012”. Nonostante il mio film si chiamasse “2012 Seeking Closure” c’erano troppe similitudini con il lavoro di Emmerich. Il film così, non è stato terminato ma ho imparato tantissimo sui tempi di regia, su come pianificare un set e anche sul modo migliore per realizzare un film.

Da attore chi sono i tuoi idoli? Denzel Washington, assolutamente. Il suo talento di interpretazione è straripante, commovente, una fonte di ispirazione inesauribile. E poi Quentin Tarantino, visionario, eclettico, fantastico.

Sei mai stato in Italia e cosa pensi del cinema e degli attori italiani? L’Italia è sulla mia lista dei viaggi da fare a breve. Gli attori di origine italiana che adoro sono Amy Adams, Danny Huston e Joel Mc Hale, eccezionali.

Fra tutti i ruoli interpretati, ne hai uno preferito? In genere adoro i personaggi combattuti, controversi, non solo perché sono più difficili da interpretare e costruire, ma perché mi permettono di divertirmi: costituiscono una sfida costante con me stesso.

Cosa pensi della diffusione del cinema indipendente? Cosa ha in più il cinema indipendente e cosa in meno? In verità devo dire che purtroppo i film indipendenti scarseggiano spesso di una buona qualità tecnica. Parlo di suono, effetti speciali, produzione. Questo è dovuto sicuramente al budget limitato. Spesso però questi film si basano su sceneggiature di qualità eccellente che talvolta neanche il cosiddetto cinema di “serie A” possiede.

Il genere di film in cui preferisci recitare? I film drammatici, di suspense o i thriller e adoro le storie di zombie. 

Questo mi fornisce il la per la prossima domanda. Come spieghi il grande successo del genere fantasy negli ultimi anni? È solo un fatto di incassi stellari e tendenza del gusto o c’è anche qualche ragione sociale? Adoro i film fantasy, soprattutto perché solitamente si basano su una letteratura con tematiche soprannaturali che affonda le radici nel passato, in autori geniali. Per quanto riguarda i personaggi tanto in voga adesso, zombie, vampiri e licantropi, posso dire che fino a cinque anni fa credevo fossero solo frutto della fantasia, adesso, quasi quasi, comincio a credere che esistano per davvero. La realtà che ci circonda è spesso spaventosa! Ride.

Per tutti noi, estranei a questa realtà, il mondo del cinema è tutto feste, bella gente e denaro. Ma qual è l’altra faccia di questa luna apparentemente sempre splendente? Tutti gli attori e le attrici, siano essi di umili origini o già famosi, cominciano da una radice comune, dal basso, dalle piccole cose. Ed è spesso facile perdere ciò che si conquista, come fama e ricchezza. Detto questo, dirò una cosa forse banale ma, secondo me, vera: ognuno si rapporta a questo mondo dorato in maniera diversa e assolutamente personale, c’è chi va verso l’autodistruzione e chi invece si dedica al prossimo, cercando di rendersi utile e di migliorare il mondo.

Anche il mondo del cinema sta attraversando un momento di crisi, cosa secondo te potrebbe salvarne le sorti? Ottima domanda. Ho una sola risposta, semplice: basta con i remake! Hollywood continua a proporre al pubblico storie trite e ritrite, dimenticando le novità, le idee originali. La chiave di svolta è questa: trovare storie nuove!

Se potessi tornare indietro nel tempo e recitare in un film che adori quale sceglieresti? Kill Bill, senza dubbio. Quentin Tarantino ha realizzato tanti capolavori, è un regista geniale, ma Kill Bill è il mio preferito e credo che, trattandosi di un film di azione, avrei potuto fare grandi cose.

Qual è l’ultimo pensiero di un attore prima di andare a letto? Il mio è chiedermi sempre se la giornata appena trascorsa sia stata sufficientemente produttiva. E se non lo è stata, mi domando  cosa posso fare per migliorare la successiva.

Hai la possibilità di dire grazie a qualcuno, a chi lo dici? Adesso posso fare dei nomi: mia madre Susan e mio padre Michael per essere stati dei genitori amorevoli e per avermi sostenuto in questo viaggio pazzesco. Grazie per ciò che sono diventato oggi. 

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