settembre 20, 2014 | by Emilia Filocamo
Blas Roca Rey a Ravello Magazine: «Il teatro è il mio primo amore ma al cinema italiano auguro di trovare produttori che si fidino di più»

Al primo contatto con l’attore Blas Roca Rey, la cui presenza a teatro, in cinema ed in tv è ben nota ed opportunamente svelata da una lunga lista di titoli, mentre mi destreggio, in verità molto maldestramente, in una serie di “lei” e di formali terze persone per mantenere un certo aplomb professionale, l’attore, forse avvertendo la mia difficoltà, con estrema disponibilità e gentilezza mi chiede di dargli del tu. Un atteggiamento che già mi dispone in una situazione di maggiore sicurezza e tranquillità. Abbiamo circa mezz’ora, forse meno, ma Blas Roca Rey si concede senza problemi. Raggiunto a telefono, un paio di giorni dopo il nostro primo contatto, il piacevole leitmotiv del tu familiare e tranquillo, si ripete, nonostante qualche mio “lei” scappi all’improvviso. Parliamo di teatro, di cinema, e di progetti. E poi con un glissato finale, di certe meraviglie che solo il Ravello Festival, improvviso e discreto galeotto, si fa portavoce.

Blas, tu sei attore di teatro, di cinema e di fiction. Ma in quale di questi tre ruoli ti senti più a tuo agio? «Paradossalmente metto all’ultimo posto la Tv, anche se per popolarità è al primo posto. Io trovo l’esperienza televisiva piuttosto ansiogena. Il cinema è meraviglia pura, ma per me il teatro resta al primo posto, sono cresciuto alla Silvio D’Amico e per me il teatro è un punto fermo».

Come nasce la tua passione per la recitazione? Sei figlio d’arte o tutto è nato successivamente? «No, assolutamente non sono figlio d’arte. Da ragazzo ho cominciato con una semplice attività scolastica, alla fine degli anni ’70 ci fu un’occupazione scolastica al mio liceo classico a Roma ed in quel frangente ci esibivamo in una serie di recite. Mi piaceva, così ho iniziato a frequentare una piccola scuola di teatro a Roma e a 18 anni ero già in Accademia e ne sono uscito a 21, praticamente quando tutti gli altri iniziavano il percorso di studi».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Ma cambiare la vita proprio non dire, sicuramente nel mio percorso artistico e di vita ci sono stati incontri importanti. Quello ad esempio con Aldo Trionfo, a teatro, lui era direttore dell’Accademia e poi abbiamo lavorato insieme anche fuori, dopo. Poi l’esperienza con la   compagnia teatrale La Festa Mobile insieme a Pino Quartullo. Da 20 anni ormai mi confronto con la grande drammaturgia contemporanea di Duccio Camerini, siamo praticamente cresciuti insieme a Roma negli anni ’80, un periodo molto fervido».

C’è un giorno particolare sul set o a teatro che ricordi particolarmente o con maggiore affetto? «Un giorno in particolare no, ma una serie di lavori si. Ad esempio Non c’è Tempo amore di Lorenzo Gioielli, è stata un’esperienza di 4 anni bellissima, con una tournee di grande richiamo; un ruolo che mi è piaciuto particolarmente perché è stato cucito su di me, così come su tutti gli altri attori».

Prossimi progetti? «In tv uscirà la nuova fiction di Gigi Proietti, “Un Cuore matto”, prodotta per Rai 1, io sarò nella quarta puntata. Poi cominciano le prove per lo spettacolo di un giovane autore teatrale, Francesco Di Chio, un trentenne di grande talento. Il testo è un lungo monologo, una storia d’amore ma con ampi flash back, drammatica perché parte da una violenza carnale. Lo spettacolo debutterà al Teatro di Tor Bella Monaca, un teatro periferico ma di grande riscontro, basti pensare che l’anno scorso ha sbigliettato più del teatro Argentina. Poi a Febbraio sarò in “Ladro di Razza” di Gianni Clementi con Massimo Dapporto».

Se non avessi fatto questo lavoro saresti stato? «Io amo tantissimo il mio lavoro, nonostante le grandi difficoltà. Forse sarei stato un buon commerciante, mio padre era uno scultore, quindi probabilmente avrei avuto una galleria d’arte. In parte questa passione ha un suo sfogo, ogni anno infatti partecipo ad Arte   Fiera a Bologna, una sorta di seconda attività iniziata per gioco con una mia amica, responsabile di una Galleria d’arte, lo faccio comunque 10 giorni all’anno».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Ai miei figli, assolutamente. Perché fare il genitore oggi è complicatissimo e a volte io stesso penso di non essere bravo abbastanza, poi mi accorgo che sono proprio i miei figli ad insegnarmi tantissime cose».

Cosa auguri al cinema italiano? «Al nostro cinema auguro nei prossimi anni di avere esercenti e produttori meno isterici, che abbiano la capacità di fidarsi di più dei film italiani in programmazione. La fruizione deve tenere conto degli spettatori, dei loro tempi, i film italiani spesso   vengono rimossi troppo in fretta dalle sale per fare spazio ai film americani che vendono di più. Il nostro cinema ha attori ed autori di grande talento ma che troppo spesso vengono sottovalutati. L’intervista sembra chiudersi qui, poi Blas Roca Rey mi confida di aver dato un’occhiata a Ravello Magazine prima dell’intervista e di aver visto in calendario lo spettacolo di beneficenza Oscar e la dama in Rosa di cui è stata protagonista il 26 agosto la sua ex moglie, Amanda Sandrelli. “Gran bello spettacolo” mi dice “Un testo straordinario. Uno dei più belli che Amanda abbia mai fatto”. E io gli aggiungo che, alla fine dello spettacolo, gran parte del pubblico è andata via con le lacrime agli occhi».

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