settembre 4, 2014 | by redazione
Bohème: una introspettiva conversazione in musica

Domani sera alle ore 19,55 l’auditorium Niemeyer ospiterà l’amatissima opera pucciniana con una particolare regia firmata da Riccardo Canessa

di Olga Chieffi*

Venerdì 5 settembre, nel salotto di Ravello, l’auditorium Niemeyer, alle ore 19,55, si darà Bohème. Sarà una rappresentazione in forma di concerto con solo accompagnamento di pianoforte, cui siederà Maurizio Iaccarino. Un allestimento minimo, appunto da salotto, quali ne avrà vissute certamente da ragazzo Riccardo Canessa che ne firma la regia, unitamente al suo braccio destro Alfredo Troisi, non dimentico delle signorine di buona famiglia che studiavano il pianoforte e avevano qualche velleità canora. Bohème è certamente una di quelle opere che invogliano ad avvicinare la lirica e il mondo del melodramma e anche questa volta il “genio” mediterraneo di Riccardo Canessa farà la propria magia. È noto che in Bohème “fame e freddo” sono i protagonisti assoluti dell’intero dramma. Ma non ci sarà la neve nel quadro della Barriera d’Enfer. I protagonisti sono giovani, quattro uomini e due donne, – Mimì avrà la voce di MariaLucia Caruso, a fianco a lei il Rodolfo di Alessandro Luciano, a completare il quartetto dei bohémien, Dario Giorgelè sarà Schaunard, Donato Di Gioia Marcello e Luca Gallo Colline, mentre lo stivaletto di Musetta sarà calzato da Valentina Bilancione e Riccardo Carloni interpreterà il doppio ruolo di Benoit e Alcindoro – ma non c’è speranza, “lo sgelo” non viene, la solitudine li attanaglia dall’inizio alla fine. L’ambientazione di quest’opera è ottima, sia all’interno della soffitta degli artisti e intellettuali, sia fuori, nella Parigi del Quartiere Latino. Ma forse non è Parigi, forse ricalca più una Milano, quella, però, dei paesaggi urbani di Mario Sironi la città sorda e chiusa di sironiana memoria, che denuncia con barbarica brutalità l’ “assenza del mito”, la morte di ogni idealità, di ogni illusione. Questa veduta urbana desolata e implacabile, è la metafora esplicita di una condizione sociale, della solitudine che ne impronta l’essenza figurale permeante ab imo anche i protagonisti di questo spazio mentale. Questa trasposizione allusiva verso l’assolutezza mentale, porta al recupero di una classicità austera e atemporale quale topos ideale di una razionalità arcana, conquistata per superiore determinazione morale. “Chi sono” si domanda Sironi, “Chi sono” si domanda Rodolfo: “L’artista moderno ha tutto il diritto di essere un “rivoluzionario”, di “deformare”, di essere “stravagante” scriveva Sironi e canta il nostro poeta, in “Che gelida manina”, per poi rispettivamente rientrare nella “segregazione dell’arte della vita” e nella dissolvenza della giovinezza e di pur disponibilità sentimentale, in quella della morte. La Bohème ravellese, vestirà però, Moda Positano, d’intorno avrà il profumo dei limoni, il sole della Costiera, l’intensità del mare, tutto ciò andrà pur a contaminare l’essenza dell’opera. L’allestimento si libererà dalle minute didascalie di cui è intessuta l’intera partitura lasciando, comunque circolare quel fascio di melodie a schema libero che, ora per la stringata e multicolore scrittura a mosaico, ora per lo sbocco slanciata, si spingeranno avanti con naturalezza e spontaneità. Verrà sottolineato, in particolare, l’assunzione, da parte di Puccini, dell’accordo, dato strutturale, cosa già di per sé curiosa, nell’ambito di un linguaggio operistico che aveva sinora usato dell’accordo come strumento e mai come nesso caratterizzante del discorso. Basterà rammentare la successione di terze e quinte parallele, nelle diciotto battute introduttive all’atto II, laddove gli accordi non hanno più valore funzionale, ma si svolgono come lungo una fascia, a mo’ di scia armonica. Bohème è il prodotto di un perfetto equilibrio fra ispirazione e realizzazione. Il testo è limpido e conciso senza una sbavatura, senza una lungaggine, senza una mancanza. Tutto è equilibrato, la vicenda, i personaggi, gli atti, le scene, il costume mentale dei protagonisti. La vita è asciugata dal pizzicato degli archi, ma appena l’invenzione allarga a rosa la melodia e lo strumentale, all’ingresso di Mimì, il gelo mostra di aver stampato sui volti, sulle carni, il color mortis. Ci accorgeremo, nonostante il sorriso familiare che Canessa vorrà offrire all’opera, allora “…con triste meraviglia/ com’è tutta la vita e il suo travaglio/in questo seguitare una muraglia/ che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.

*Giornalista e critico musicale

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