luglio 6, 2016 | by Emilia Filocamo
Buona la prima

Andante, allegro, un po’ mosso: la cronaca delle prime tre sere del Ravellofestival2016

Certo, potrei dire del programma.  Raccontare di  come,  in una sorta di battesimo, il nume tutelare ed ispiratore di Wagner abbia di diritto inaugurato  la serata per antonomasia  più importante del Festival, quella delle ansie, della fibrillazione e del vorremmo tutto perfetto seppure con la consapevolezza che umanità e perfezione si respingono a vicenda. La sera delle sere, la prima. Oppure potrei dire della giovane ed effervescente compostezza professionale dell’orchestra di Fiesole utilizzando un ossimoro che affianca l’esuberanza comprensibile  dell’età a quella del talento, che non si imbriglia facilmente,  modulando la prima sulla necessità del momento e la deontologia necessaria. Potrei dire della violinista Leticia Moreno, alla ricerca affannosa  di un compromesso, impossibile, fra la sua bellezza ed il talento, oppure potrei soffermarmi sull’assolo del primo violino della Filarmonica di San Pietroburgo nel concerto del 3 luglio, sull’ansia con cui ammiravo  la precisione dei  suoi armonici, la delicatezza con cui le sue dita si aprivano a raggiera sulla tastiera del violino senza esercitare la benché minima forza, ma solo accarezzandola  alla ricerca del suono ideale, quasi impercettibile, eppure potente, un Davide sfiorato  diventato Golia  fino al mare. Ma,  a pensarci bene,  tutto ciò sarebbe la logica conseguenza di un inizio, quello del Ravello Festival 2016, un inizio  tanto atteso, sperato, e poi albeggiato. In fondo ci sono  persone ben più competenti nel delineare tecnicamente, professionalmente e compiutamente, senza sbavature,  il valore ed il significato di ciò che ha aperto gli occhi il 1 luglio, nel raccontare il vagito dell’ evento. Invece dirò di ciò che magari sfugge, di ciò che sta nelle pieghe della Villa e forse anche fra le sue piaghe, che non sempre si è contenti di tutto ma ci si sforza di esserlo perché si ama questo luogo e lo si ama nonostante tutto. Un po’ come in un matrimonio, come nel  vincolo sacro del quale si accettano le sorti altalenanti ed imprevedibili.  Dirò di ciò che al pubblico passa davanti ma raramente, e comprensibilmente, può ancorarsi al cuore, perché ciò che resta sono la meraviglia e  l’esplosione di una perfezione connaturale, quasi fisiologica. Dirò dei sorrisi accaldati di chi ha  permesso che ogni posto a sedere della platea fosse pulito, dirò di chi  magari non ha avuto il tempo materiale per poter cambiarsi d’abito, affannato com’era nel prevedere  il minimo errore di un ingranaggio che sa di amore, di passione, di storia. Dirò di  chi  si è assicurato fino all’ultimo istante che le pedane di base agli elementi delle orchestre  fossero correttamente assemblate nel puzzle vista infinito a cui, chi conosce Ravello ed il suo Festival, non farà mai l’abitudine.  E potrei dire di tutti gli altri, ma non sarebbe mai abbastanza e  mi dilungherei. Dirò allora  della Torre,  del   Caronte vigile ed immobile sugli ingressi,  svuotato dal groviglio di budella  con una comune chirurgia di intenti che lo renderà una “ creatura a giorno”,  dirò dello stordimento, della folla di voci e lingue e colori,  dei passi eleganti ma concitati di chi ad un minuto dalle 20,00 è  corso verso il collega per ricordargli un dettaglio importante. Poi, un po’ come nella favola di tutte le favole, quella del ballo, della carrozza  e dello scoccare di una mezzanotte in cui tutto ritorna come prima, struccato dal potere e dall’evocazione, la “ nostra” mezzanotte ha bussato alla porta intorno alle 21,30 o poco prima , quando il silenzio è calato sul palco e l’orchestra ha compostamente riconquistato i camerini. Si avvertiva potente la  sensazione di dover correre via perché era tempo di slacciarsi dall’incanto. Si, potrei dire questo, come dei profili  degli oleandri  sul Belvedere, composti e severi  e  sottolineare che  alcune cose  accadono a Villa Rufolo solo con il favore delle tenebre, con la  complicità della luna, dei brividi a fior di pelle sul mare, delle luci infilate sul dorso della  Costa come in un agopuntura strategico, come  su un puntaspilli. Potrei dire questo e molto di più. Invece,a conclusione di  questi tre giorni, ouverture di mille altri movimenti, di allegri e allegri un po’ mossi, di presto ed andante, di agitato e  maestoso, dirò quello che ho visto nel cuore più che  negli occhi di un collega,  ritornato a Villa Rufolo  ieri sera durante il concerto dell’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo. “ Ho provato a stare lontano da qui” – mi ha detto guardando in direzione del palco – “ ma non ce la faccio, ho capito che tutto questo mi manca troppo”. (foto Pino Izzo)

Guarda le gallery degli eventi su ravellofestival.com

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654