novembre 14, 2014 | by Emilia Filocamo
“C’è sempre qualcuno che ha bisogno del nostro sorriso”. Marco Milano e i suoi personaggi a Ravello Magazine

A volte, almeno nella mia immaginazione, tendo ad assimilare i comici, gli artisti che montano sulla faccia una imperturbabile impalcatura da clown a dei supereroi. Di quelli a cui non può capitare mai nulla di negativo e, qualora il negativo dovesse incombere, pronti a combattere con l’ausilio di armi “protoniche” quali il sorriso, la battuta sagace e pronta, affilata e spiazzante e contro le quali non c’è “kryptonite” che regga. Quando raggiungo per l’intervista l’effervescente, esplosivo Marco Milano, ho questa immagine ben fissa nella mente, ovviamente corredata di tutte le domande e le curiosità che vorrei soddisfare, e la cosa più sorprendente è scoprire una persona, un uomo di una delicatezza e di una gentilezza raffinate e non perché questi non siano doti plausibili per un comico, ma sono condite da una sensibilità inconsueta, anzi da una ipersensibilità. È come se avesse le terminazioni nervose “a giorno”, e lui stesso mi confermerà questa “simpatia”, nel suo caso in duplice accezione, come riuscire simpatico e, soprattutto, inteso come “sentire gli altri”. Forse è una persona anche malinconica, ma capace, con una speciale maieutica, di cavare fuori il sorriso anche nei momenti peggiori. Così chiacchieriamo di clima, di disagio nella gente, di un bambino che cercava di far sorridere i genitori quando il clima in casa era teso, parliamo di reciproche fobie e di un amico oltre che un collega a cui dire che gli vuole bene.

Marco, tu nasci come cabarettista se non erro. Cosa vuol dire fare questo mestiere oggi, essere un comico e, soprattutto, la gente ha ancora voglia di ridere? In verità io nasco come chitarrista, quando ero ragazzino avevo una band, I Dementi, e facevamo delle serate in giro, non so ai compleanni o durante la Festa dell’Unità. Di solito mi capitava di fare qualche battuta mentre mi esibivo, così gli altri componenti della band, mi spinsero a presentarmi al Derby di Milano, allora tempio della comicità. E così nel 1980 mi esibii con la mia chitarra elettrica e mi scelsero: interpretavo un personaggio piuttosto folle, surreale, vestito con un camice bianco e con tre cravatte e dicevo sempre questa battuta “Sono scemo io, e  che me ne fotte!?” Detto questo, posso risponderti che la gente ha sempre bisogno di ridere, come del resto noi comici, io stesso che ho una collezione di tutti i film di Totò, attingo a quella fonte incredibile  per trovare un po’ di genuina, necessaria spensieratezza. Al di là di tutto The Show Must go on, la gente vuole ridere, specie in questo momento drammatico, in cui tutto, dalla situazione politica all’economia, garantisce solo insicurezza. Gli stessi politici allontanano i giovani perché non c’è fiducia. E poi su tutto grava anche l’incertezza che contraddistingue perfino l’ambiente, la natura: siamo preda di cambiamenti climatici preoccupanti e pericolosi e non a caso il mio personaggio a Colorado è un maestro di sci pugliese, quando si sa che la Puglia è l’unica regione dove non si scia. Infatti quando sul palcoscenico Diego Abatantuono mi chiede “Ma come mai è arrivata tutta questa neve in Puglia?” Io gli rispondo appunto che è colpa dei cambiamenti climatici.

Cabaret, cinema, tv, sei un artista camaleontico, ma c’è un posto dove ti senti effettivamente “a casa”? Ti dirò che tutte le esperienze le affronto con lo stesso piacere: cinema, teatro – cabaret e tv sono un ambiente naturale per me perché questa passione me la porto dentro dalla mia infanzia.

Quindi non sei figlio d’arte? Non sono figlio d’arte, assolutamente: sono figlio di due genitori che ad un certo punto si sono separati e quindi spesso in casa mancava il sorriso. Pertanto mi capitava, quando ad esempio a tavola la tensione era palpabile, di tentare di spronarli al sorriso. In questo modo credo di aver metabolizzato, quasi esorcizzato le difficoltà, i problemi. Per quanto riguarda il mio lavoro, è l’ambiente che mi può dare difficoltà, ripeto cinema, tv o teatro – cabaret sono per me esperienze ugualmente importanti e piacevoli, piuttosto è appunto il contesto che mi può creare disagio. Io sono un ipersensibile, se avverto intorno che le persone non sono sincere, ma che sono solo “di facciata”, me ne accorgo subito e allora capisco che quel posto non fa per me.

Gli incontri che hanno segnato positivamente la tua carriera? Immagino ce ne siano stati tantissimi. Sicuramente il primo, quello davvero emblematico, con il mio talent scout, Claudio Cecchetto che mi vide molti anni fa durante uno spettacolo dal vivo, facevo la parte di un demente con una valigia piena di oggetti ed inventavo giochi di parole. E poi assolutamente quelli con Maurizio Totti e con Abatantuono. Con Totti l’amicizia nacque subito dopo che feci Zodiaco su Italia 1, un momento particolarmente vivace per la mia carriera. Con Diego Abatantuono, poi, è stato  un percorso straordinario. Ci siamo inventati questa versione italiana dei Blues Brothers, avevamo avuto la fortuna di avere in anteprima grazie ad un amico, le puntate in VHS Del Saturday Night Live in cui si vedono Dan Aykroyd e James Belushi. Diego è della generazione precedente alla mia, intendo ovviamente con riferimento al Derby, quella a cui appartenevano anche Boldi, Faletti, Teocoli. Io appartengo alla generazione di cui fanno parte anche Aldo, Giovanni e Giacomo. Anche con Massimo Boldi c’è stata una bella collaborazione, sono stato sceneggiatore di alcuni suoi film.

Tu hai un sorriso contagioso, ma cosa ti fa ridere davvero e cosa proprio non sopporti? Sono tante le cose che non sopporto ma penso che bisogna, nonostante tutto, continuare a sorridere, perché c’è gente in giro che ha bisogno del mio sorriso. E anche se di tanto in tanto tentano di spegnermelo, io vado avanti, in maniera ostinata. In fondo questa combattività, questo mio essere istintivo, forse derivano anche dal sangue meridionale che mi scorre nelle vene, sangue pugliese, ma con le influenze di un nonno siciliano e di una nonna di Lamezia Terme. Diciamo che, in questo, “ho preso il Sud”.

A cosa stai lavorando adesso, ci parli dei tuoi prossimi progetti? Sto preparando tre nuovi personaggi, oltre al maestro di sci di Colorado che arricchirò con nuove sfaccettature, e poi ho ancora 2 progetti di cui non parlo perché sono in itinere. Ma di un personaggio che sto appunto costruendo posso dirti che sarà ancora una volta incentrato sul dramma dei cambiamenti climatici.

Hai dei rimpianti? Si, molti anni fa dopo il primo film con Daniele Liotti, Giorgio Panariello, Tosca D’Aquino e Rocco Papaleo, il film era Finalmente Soli, ho ricevuto tante proposte per girare film che includevano, necessariamente, 9 o più ore di aereo, come nel caso di Il Barbiere di Rio o Selvaggi. Purtroppo anni fa ho avuto un indicente aereo tornando da Madrid e mi sono spaventato molto. Così non sono più riuscito a prendere l’aereo. Per Selvaggi avevo anche firmato il contratto e Vanzina si turbò non poco. Ma anche la trama del film, che raccontava di un gruppo di superstiti di un incidente aereo, era doppiamente faticosa da affrontare e dolorosa.

A chi vuole dire grazie oggi Marco Milano? Dico grazie a me stesso perché mi sono sudato tutto, dai momenti di gioia e di esaltazione a quelli più difficili, ringrazio il Marco che ha avuto la forza di andare avanti. E ringrazio Diego Abatantuono perché non è solo uno straordinario collega, ma anche fuori dal lavoro mi è sempre stato accanto, specie quando ho avuto momenti complessi, anche personali. Abbiamo condiviso cose belle e cose brutte. Insomma, gli voglio bene.

Marco, avrei un’ultima domanda, forse un po’ strana: c’è una battuta, di un comico o di un attore, che tu ami particolarmente, e che ritieni sia la battuta più bella del mondo, o meglio una sorta di massima da cui trarre ispirazione? Ti lascio un po’ di tempo per pensarci. Si, ci penso un attimo allora e poi ti dico.

L’intervista telefonica si chiude qui, salvo poi ricevere una telefonata poco meno di mezzora dopo: Marco Milano ha trovato la risposta. Ci ho pensato, alla battuta, è ovviamente una frase di Totò e credo sia perfetta per questo periodo. Un vigile urbano ferma Totò e gli dice: “Dottò qua la macchina non si può mettere” E Totò gli chiede: “E perché?” Ed il vigile: “Perché  di qua ci passano i politici” Totò allora gli risponde: “E che me frega, perbacco. Io ci ho messo l’antifurto!!”

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654