novembre 12, 2014 | by Emilia Filocamo
“C’è una moltitudine di personaggi che scalcia nella testa di un attore”. Alessandro Bertolucci si racconta

C’è, esiste, un’ostinazione bella, un’ostinazione che non è cieca, fine a se stessa, improduttiva e fatta di superbia o di autocelebrazione. C’è un’ostinazione che si alimenta di passione, di consapevolezza, la consapevolezza che una strada intrapresa, necessita di essere percorsa con dei criteri giusti, onesti, come fossero il bagaglio del viaggio stesso. Ed in questo set da viaggio, appunto, non rientrano le scorciatoie, le agevolazioni basate non sul talento ma sulle conoscenze. L’attore Alessandro Bertolucci, presente al cinema come nelle maggiori fiction italiane, da Le Ragazze di San Frediano a Gente di Mare, da Una buona stagione a L’Inchiesta di Giulio Base, la cui bellezza poteva essere uno di questi passepartout della facile occasione, è la testimonianza dell’ostinazione fatta di passione e di folgorazione, di talento e di studio. Sul “fondo” delle sue risposte noto un po’ di amarezza, per alcune cose che, nel mestiere di attore, così come in tanti altri settori, non dovrebbero accadere; ma è un istante di “posa” che si mescola alle sue parole senza tradire il sapore dell’entusiasmo che sin dal primo giorno lo ha portato sul set impressionandolo al punto da scegliere di fare di quell’esperienza un destino ed una carriera.

Hai lavorato in una serie cult degli anni ’90, Delitti Privati, una serie seguitissima che intrecciava nel plot il mistero alle vicende dei personaggi. Ci racconti quell’esperienza e come è cominciato tutto? Da lì è veramente iniziato tutto. Ero uno studente delle scuole superiori, alla ricerca come tutti a quell’età di un’opportunità per guadagnare qualche migliaio di lire (lire non euro). Venni a sapere che la produzione di un film era arrivata a Lucca, la mia città, e che stavano cercando comparse. Io mi presentai, fui preso, insieme ad altre centinaia di persone e cominciai a fare la comparsa. Ma il set si rivelò da subito una calamita per me, mi affascinava vedere tutti quei professionisti che davano vita ad un qualcosa di magico, vedevo passare costumi, muri interi, grandi fari e ne restai abbagliato. In quel periodo, stavo talmente tanto sul set che trascuravo anche la scuola, mentre la produzione vedendomi sempre lì in mezzo alla troupe e al cast, cercava, forse per simpatia o forse per la pena che facevo loro, di utilizzarmi tutto le volte che era possibile. Il risultato fu che, come comparsa, totalizzai più di trenta giorni di lavoro nei panni di un carabiniere e la produzione dovendo giustificare questa presenza costante mi dette una singola battuta, sul cui esito è bene sorvolare, ma più che altro il mio primo titolo di coda. L’inizio di tutto.

Cinema e televisione: dove ti senti più a tuo agio fra i due? Non ho una preferenza, mi piace il set in generale, ed in maniera diversa anche il palco del teatro. Il punto centrale è la voglia di esprimersi, di lavorare, di comunicare. Il mezzo è per l’appunto giusto un mezzo.

Recitare perché? Sei figlio d’arte oppure questa passione è nata con te? Non sono figlio d’arte, sono il primo e al momento l’unico della mia famiglia ad avere intrapreso questa strada. Una scelta difficile per me, ma anche per i miei genitori, spaventati, all’epoca, dal salto nel buio che mi accingevo a fare essendo stato preso al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Nell’era delle facili scorciatoie per arrivare alla meta, quanto conta, nel tuo lavoro, nel tuo mondo, studiare, arrivare all’obiettivo con una buona preparazione? La differenza, sulla lunga distanza, si vede? Vorrei poter dire che lo studio conta, io credo fermamente nello studio e nella preparazione, ma in Italia non è così che funziona. Il nostro settore è letteralmente invaso, intasato, ingrippato dalle raccomandazioni, dalle spintarelle, dai giochini di potere. Ed è un peccato enorme perché ci sono centinaia di eccellenti professionisti che non riescono a lavorare non essendo raccomandati, mentre i pochi non raccomandati che lavorano, io fieramente sono uno di essi, arrancano e devono concentrare le proprie energie non tanto nel proprio lavoro quanto nello sgomitare per poter essere messi in grado di fare decentemente il proprio lavoro. Sono una persona schietta e schiettamente mi sento di potere dire che è uno schifo. Io ho lavorato e lavoro molto all’estero e posso assicurare che non è dappertutto così. Ci sono paesi in cui il rispetto per il cinema e il teatro è sacro, paesi in cui gli attori, come per qualunque altro lavoro, necessitano di un percorso di studi per potere accedere al lavoro, e i sindacati fanno il proprio dovere senza servilismi.

C’è stato un incontro che, professionalmente, ti ha segnato, ovviamente in positivo, e che ti ha cambiato? Molti sono gli incontri importanti che hanno segnato la mia persona e condizionato il mio cammino. Primo fra tutti l’incontro con Carlo Lizzani che, nel 1992, per primo mi spinse a studiare consigliandomi appunto il CSC. Ricordo con grande piacere quell’incontro: ero stato scelto, dopo Delitti Privati, da Carlo Lizzani per un ruolo minuscolo nel film “Stato di emergenza”, ed ero terrorizzato; era il primo vero ruolo della mia vita e Lizzani lo sapeva, prima del primo ciak, lui si sedette di fronte a me, mi chiese di ripetergli le battute e mi corresse alcune cose, poi mi disse: “Sì, c’è qualcosa di buono in te, ma in quanto a tecnica stai a zero, devi studiare e prepararti! Perché non provi ad entrare in una scuola valida, tipo il Centro Sperimentale?”. Una folgorazione. Ma tante sono le persone per me importanti che potrei citare. Franco Zeffirelli che mi ha permesso di fare un grande salto di qualità, e le cui doti umane mi hanno profondamente turbato. Sicuramente un altro è Gianni Lepre, regista che ha creduto in me e che mi ha insegnato moltissimo, cambiando completamente il mio approccio a questo lavoro. Sono fortunato, ho incontrato tanta bella gente.

L’esperienza più bella sul set? Il giorno che proprio non riesci a dimenticare? Sono troppi i ricordi belli sul set. E sono così belli e così tanti perché spiccano, si stagliano nel mare di brutture che si vedono quotidianamente nel mio settore. L’aver incontrato belle persone mi ha regalato anche belle esperienze sul set. Ma bisogna avere il coraggio di crearsi le occasioni stimolanti, avere il fegato di selezionare le persone di cui circondarsi. Non è facile, ma alla lunga è molto gratificante.

Un regista con cui vorresti lavorare, italiano o straniero? Nessuna preferenza particolare, ma amo viaggiare, amo confrontarmi con culture ed esperienze diverse dalle mie, quindi vorrei potere lavorare sempre più oltre i nostri confini nazionali.

Nella fiction “Una buona stagione”, interpreti un personaggio complesso che si barcamena fra gli obblighi familiari e la voglia di emergere, finendo con l’accettare dei compromessi. Nella tua vita, professionale e non, sei mai sceso a compromessi? Il compromesso fa parte della vita. La stessa vita di coppia è in fondo un compromesso, un incontro a metà strada. Credo sia fondamentale fare una distinzione: ci sono compromessi che rientrano nella sfera della vita sociale intesa come scambio o incontro, come arricchimento e messa in discussione di noi stessi, e poi ci sono i compromessi che una volta fatti ti fanno sputare in faccia la mattina quando ti guardi allo specchio. Di quest’ultimo tipo non ne ho mai fatti, posso dunque guardarmi serenamente allo specchio la mattina quando mi alzo.

Nel tuo lavoro cosa ti soddisfa maggiormente e cosa proprio ti fa perdere la pazienza? La più grande soddisfazione, almeno per me, nel mio lavoro è l’empatia che riesco a sviluppare con le persone, la capacità che ho sviluppato di comprendere gli stati d’animo e di fare comprendere agli altri il mio. Una forma di trasparenza che rende i rapporti fra me e gli altri molto trasparenti, quasi cristallini. La cosa che mi manda in bestia credo che si già chiara: il sistema della raccomandazione che impera in Italia.

Un tratto distintivo della tua recitazione, qualcosa che proprio ti piace della tua tecnica e qualcosa su cui devi lavorare ancora secondo te e che vorresti migliorare? Questa domanda è tosta. Della mia tecnica non so proprio cosa dire, non credo ahimè di avere una tecnica sopraffina o un carattere distintivo di essa. Penso altresì di dovere migliorare costantemente, di dovermi mantenere in esercizio senza sosta, perché recitare non è come andare in bicicletta, è più come parlare una lingua straniera, se non pratichi la perdi. Devo lavorare sul mio corpo, imparare a scioglierne maggiormente i movimenti, e sicuramente credo che dovrei lavorare sul mio lato comico.

Dei personaggi che hai interpretato, c’è stata una dote, una caratteristica che avresti voluto rubare ad uno di loro e, se si, quale e a chi? Il bello di questo lavoro è che ogni volta un pezzo di un personaggio ti resta dentro, e diventa parte di te, così alla fine tu sei un collage fra te e i ruoli che hai interpretato. C’è una moltitudine di gente che scalcia, nella testa di un attore.

 Hai mai dei rimpianti? Non credo di avere rimpianti. No, non ne ho.

Se non fossi diventato un attore, oggi saresti? E chi lo sa? Non ho avuto il tempo di ponderare altre opzioni. Forse sarei diventato interprete simultaneo o traduttore. Amo le lingue, ne parlo diverse, forse avrei dovuto fare quello.

Come ti vedi fra 20 anni? Ancora sul set o hai un piano B? Non so dove sarò fra 20 anni, forse reciterò ancora, o forse farò altro. So solo che amo il mondo del teatro e del cinema e che negli anni ho accumulato un certo bagaglio di esperienze spendibili in diversi reparti del settore dello spettacolo e della cultura. Mi piace cambiare, mi piacciono le nuove sfide. Cercatemi fra due decenni e ve lo dirò.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654