ottobre 11, 2014 | by Emilia Filocamo
«Che emozione stare sul palco accanto a Claudio Bisio». L’attore Diego Casale si racconta

Esistono persone che hanno, a mio parere, una dote unica, particolare, bellissima: quella di trasmettere, anzi più che trasmettere, direi proprio di emanare energia assolutamente positiva. Diego Casale, un nome, una carriera, un curriculum che va dal teatro impegnato al cinema d’autore, dal cabaret alle sitcom più note come Camera Cafè, rientra in questo “ circolo” di persone particolari. E la mia non vuole essere assolutamente piaggeria o una facile captatio benevolentiae, trattandosi di un personaggio di grande fama che si è concesso con estrema disponibilità alle mie domande. Sin dal primo contatto telefonico, propedeutico poi alla data fissata per l’intervista, Diego Casale ha emanato questa sua aura di positività che, altro grande pregio, lo rende anche semplice e alla mano. Ho molte cose da chiedergli, tante da scoprirne, ma cominciamo da ciò che fa rima appunto con positività, dunque la comicità.

Diego, cosa vuol dire oggi essere un cabarettista e qual è il responso del pubblico davanti a questo tipo di mestiere. La gente ama ancora ridere? «La risposta credo sia tutta nella tournee che abbiamo portato in giro quest’estate, partendo a maggio. Il riscontro della gente è stato incredibile, abbiamo avuto un ritorno emozionale stupefacente, la gente ci ha seguito ed accompagnato. Assolutamente si: la gente vuole ridere. Ne ha bisogno, specialmente in questo periodo così complesso: proprio in tournee, infatti, ci siamo resi conto di quanto il pubblico sentisse la necessità di evadere. Credo che il cabaret come terapia sia una strada da battere senza esitazioni. E poi, io sono assolutamente felice di fare questo mestiere».

Come e perché hai iniziato? Sei figlio d’arte oppure hai fatto tutto da solo? «No, non sono figlio d’arte. Ho iniziato in realtà con il teatro classico, impegnato, a 16 anni, quando l’età ed una certa maturità, consentono di fare delle scelte più concrete. Ho frequentato le prime scuole e mi sono dedicato al teatro tradizionale, poi da lì sono arrivato alla radio, al doppiaggio che hanno costituito una parte importante della mia carriera. Mi sono reso conto poi che il teatro comico mi faceva stare bene, mi sentivo a mio agio. Poi sono arrivati l’incontro con il mio socio, Fabio Rossini, ed il Mammuth Show ed è cambiato tutto. Entrambi infatti provenivamo dal teatro tradizionale e ci siamo tornati in questo modo. Anzi direi che non c’è mai stato un vero e proprio allontanamento: il teatro deve essere un punto costante nella vita di un attore e va anche costantemente allenato. Così come si torna alla radio: questo mestiere non deve tralasciare mai nulla. Le sitcom, la tv, il cinema, vanno fatti, sperimentati e poi io me le godo, sono esperienze bellissime».

A proposito di esperienze, vorrei chiederti di due tappe importanti della tua carriera e cioè della tua partecipazione a Camera Cafè e di quella a Zelig. Puoi raccontarci brevemente cosa ti hanno regalato in termini artistici? «In Camera Cafè ero sostanzialmente attore. Luca e Paolo sono straordinari, due macchine da guerra, instancabili e da cui puoi apprendere tantissimo. Ma lì ero parte integrante di un gruppo, ero coinvolto. Invece con Zelig ero un protagonista, presentavamo un progetto nostro, il Mammuth Show, con Fabio, e l’emozione di quel palco è qualcosa di indescrivibile. Ricordo ancora la prima puntata, essere al fianco di Claudio Bisio e dei mostri del cabaret, il solo pensare ai milioni di persone che ci guardavano, era adrenalina pura. Ed è poi una emozione che non smette mai e che si rinnova ogni volta che sali su quel palco. Zelig è stata una grande chance per farci conoscere fuori, al grande pubblico. Camera Cafè, invece, è stato un percorso più personale».

Hai fatto anche cinema: qual è il tuo rapporto con il cinema e come ci sei arrivato? «Come tutti gli attori ho fatto tantissime audizioni, ma in verità il cinema mi è sempre piaciuto. La prima grande occasione l’ho avuta con Dario Argento nel 2001 quando ho vinto il provino per Non ho sonno, fra l’altro girato nella mia città, a Torino. E poi, inanellate, sono arrivate tutte le altre occasioni e gli altri film, l’ultimo è La Luna su Torino per la regia di Davide Ferrario che io ammiro tantissimo. Ma sono soprattutto felice del fatto che in questo film, io ho una parte davvero interessante, un  monologo con cui sono tornato in un certo senso al teatro drammatico, ma surreale».

E a proposito sempre di cinema volevo chiederti anche della tua esperienza sul set del film L’Industriale di Giuliano Montaldo, accanto a Pierfrancesco Favino. «Conoscere Favino è stato meraviglioso perché è uno di quegli attori che puoi solo ammirare per bravura e grandezza. Io avevo all’interno de L’Industriale un piccolo ruolo, un cammeo, ma molto interessante e la cosa bella è che io e Favino abbiamo cominciato ad improvvisare e allora al regista questa cosa è piaciuta molto e ci ha proprio chiesto di “ rifarla uguale” di mantenerla così. E’stata per me un’occasione immensa, fatta soprattutto di grande libertà e ci siamo divertiti, è stato quasi un gioco. Posso dire che è venuto fuori, in un film drammatico e con tematiche fortemente attuali ed impegnate, un momento quasi comico, sono stato usato per stemperare l’atmosfera del film, e ne sono felicissimo».

L’incontro che ti ha segnato professionalmente? «Sicuramente quello con Dario Argento e poi con Max Von Sydow, due mostri del cinema. Sydow poi è stato di una disponibilità unica ,e mi dava consigli, nei camerini ho fatto una sorta di scuola di cinema assolutamente privilegiata! Poi l’altro grande incontro è stato sicuramente quello con Claudio Bisio e poi l’esperienza in Rai con la Melevisione in cui ero il Re Quercia. E’ stato un un programma che mi ha dato davvero tantissimo. Sai, il pubblico dei bambini è estremamente difficile, sono attenti, critici e se riesci a conquistarli, a farli innamorare del tuo personaggio, cosa non facile, allora significa che hai lavorato davvero bene, nel modo giusto. E poi ancora l’incontro con Davide Ferrario per la Luna su Torino, io amo molto il suo gusto poetico e la sua regia fatta di tinte smorzate, di toni pastello, perché è molto vicino alla mia sensibilità».

Parliamo del trait d’union di questa intervista, il regista Marco Limberti, con cui stai lavorando a due progetti, una sitcom ed una web comedy: come è nata la vostra collaborazione? «Ah, io sono assolutamente innamorato artisticamente di Marco Limberti: ci siamo conosciuti la prima volta durante un cortometraggio, per caso, senza sapere bene però chi fosse chi. Da lì è nato un amore folle, perché io adoro il suo modo di lavorare e poi anche umanamente Marco è una persona eccezionale. Diciamo che è nata una sorta di factory di persone con cui condividere e lavorare. Funk azzisti e Lui, Lei & L’altro partiranno entrambe ad Ottobre, sebbene in momenti diversi, ed in quest’ultima io avrò una parte più autorale, visto che contribuirò con dei testi. Noi abbiamo una filosofia e cioè che il pubblico deve innamorarsi non solo del prodotto finito, realizzato, ma anche e soprattutto del gruppo di lavoro, perché è questo che da lunga vita. Crediamo molto in questi due progetti, e male che vada, ci saremo comunque divertiti tantissimo. Di Funk azzisti posso dirti che è un prodotto assolutamente d’avanguardia ed è adatto a tutte le fasce d’età, va bene dal nonno al nipotino. E’ un prodotto comico ma con spunti di riflessione importanti e girato con una tecnica nuova, personale, di totale interazione della telecamera. Credo che una cosa del genere non si sia mai vista non solo in Italia, ma anche all’Estero».

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? «Si è creata una bella sinergia con Beppe Braida con cui abbiamo condiviso la tournee ed abbiamo in programma una serie di progetti da sviluppare quest’inverno ma che non posso anticipare per scaramanzia. Inoltre abbiamo inventato un talent show, fatto quest’estate e realizzato proprio da noi tre, da me, da Braida e da Fabio. Si chiama “ Da che arte stai”, un progetto realizzato a Saint Vincent che ce l’ha proprio commissionato. Il comune di Saint Vincent è molto attivo e vivace da questo punto di vista, si fanno eventi e festival importanti ed è una vera e propria fucina di talenti. Abbiamo ottenuto un grande successo e per questo lo replicheremo anche l’estate prossima. Inoltre ci è stata chiesta quasi una sorta di delocalizzazione nel tentativo di portare il talent anche in altre regioni limitrofe, dalla Liguria alla Lombardia, ma la finale si terrà sempre a Saint Vincent».

Se non avessi fatto questo mestiere cosa saresti diventato? «Ho speso talmente tanto tempo e tante energie dietro a questo sogno, che mi sono perso tutti gli altri! Forse sarei diventato un professore di filosofia o magari uno psicologo, o uno psichiatra. Le materie umanistiche e la psicologia mi incuriosiscono molto, e leggo tanti libri e saggi in proposito. Inoltre, da qualche anno, ho un hobby piuttosto particolare, la scherma storica o scenica, mi piacciono le rievocazioni storiche. Non a caso con un maestro d’armi abbiamo realizzato Asperadastra, una sorta di storia thriller per il teatro, insomma abbiamo unito due mondi creando qualcosa di nuovo: un action movie a teatro».

Diego, come ti vedi fra 20 anni? Ancora sul palco oppure hai qualche altro sogno da realizzare? «Non saprei fare altro che questo, non so nemmeno svitare una lampadina! Fra 20 anni, forse mi dedicherò all’insegnamento, mi piacerebbe trasferire la mia esperienza agli altri, ma il palco ci sarà sempre, magari sarò più stanco, farò più fatica, ma sarò sempre là, questo è sicuro».

 

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