novembre 13, 2014 | by Emilia Filocamo
Chiara Conti da “Non è la Rai” al grande schermo “La bellezza è un qualcosa in più che va riempito”

La prima cosa che colpisce di Chiara Conti, attrice che non ha certo bisogno di troppe presentazioni, è la sua bellezza. Innegabile, ma non sfacciata. È una bellezza che è come un pensiero, ha qualcosa di impalpabile, che sta dietro e che va scovata perché è solo suggerita dalla superficie perfetta, poi ha bisogno di altro, di un giro in più per comprenderla appieno, nella sua complessità. Non è di quei visi che ti urlano ciò che sono, semplicemente lo suggeriscono. Il nostro primo contatto avviene in maniera semplice e diretta e, nonostante i mille impegni, Chiara Conti si rende disponibile per questa piacevole “passeggiata” di parole nella sua carriera iniziata con un programma cult che ha lanciato tante ragazze e che ha un po’ cambiato anche forse il modo di fare televisione.

Il tuo percorso è cominciato nella fucina artistica di Non è la Rai, un programma sui generis e assolutamente all’avanguardia per il periodo in cui è stato proposto. Puoi raccontarci quell’esperienza brevemente e, soprattutto, le amicizie con le altre ragazze molte delle quali, come te, sono poi diventate famose? Non è la Rai è stata un’esperienza bellissima e molto divertente, avvenuta casualmente: ero la testimonial di una linea di abiti che indossavano le ragazze del programma (ONYX) e andai lá per una settimana per lo sponsor. Boncompagni mi chiese di restare. Ci pensai molto: ero timida e non avevo nessuna esperienza in tv. Alla fine mi fidai di lui. Ho cominciato a capire il potere della televisione in quei primi mesi: una volta dissi a Sabrina (Impacciatore), durante una delle interviste nel suo spazio del programma, che andavo pazza per i cappelli. Due giorni dopo ho ricevuto 300 pacchetti con 300 cappelli in regalo dai Fans. Era un programma geniale, ragazzine maliziose ed innocenti, lolite spesso inconsapevoli che reggevano 2 ore di diretta, divertendosi in uno spazio tutto loro. Ma dovevi avere i piedi per terra, ci voleva un attimo a scambiare quei lustrini e i regali per la normalità. E per fortuna, io li ho sempre avuti ben piantati al suolo, avendo una famiglia fantastica ben lontana dal mondo che ho scelto. Ma ringrazio sempre quell’esperienza per avermi fatto crescere e capire che ci vogliono tanto studio, esperienza ed un po’ di fortuna per andare avanti nel modo giusto.

Il passaggio al cinema è stata una diretta, naturale conseguenza di quella prima esperienza oppure era qualcosa che avevi dentro già prima? Sei figlia d’arte o hai esordito tu su questo percorso? Ho fatto teatro sin da bambina. Corsi di improvvisazione, di movimento, teatro classico, avanguardia. Adoravo stare su quel palco, sentire l’odore del legno, il calore delle luci. E l’adoro ancora. Una sera facevo uno spettacolo a Milano e in sala c’era una talent scout molto famosa che, alla fine della serata, venne in camerino e mi propose un provino per un film a Roma. Era “Sogno di una notte di mezza estate”. Lo feci. Fui presa. E mi sono trasferita a Roma.

Hai lavorato tanto sia al cinema che in televisione, in fiction di grande successo. Ma dove Chiara Conti si sente più disinvolta? Ho iniziato col teatro e volevo fare solo quello, pensavo che fosse il posto più bello dove poter stare. Quando sono arrivata sul set di “Sogno di una notte di mezza estate” ero tesa perché non sapevo come funzionasse un set. Continuavo a ripetere quell’unica battuta e non andava mai bene, ma non sapevo perché. Nervosissima, ho sostituito una parola che non mi piaceva, con un’altra (sempre con lo stesso significato,ovviamente!) E finalmente il ciak fu buono. Il regista mi disse una frase, che ha cambiato la mia visione: “Puoi cambiare tutto il copione, basta che tu mi dia un’emozione!”. E mi sono sentita bene su quel palco che avevo lasciato. Quindi sono innamorata del teatro, del cinema e della tv. Sono tempi diversi, tante prove, poche prove, di corsa o con meno fretta, ma l’unica cosa davvero essenziale è che in ogni lavoro ci sia l’emozione. E fino a quando riesco o riescono a farmela trovare, starò bene in ogni set.

L’incontro che, professionalmente, ti ha segnata e cambiato la vita? L’incontro o gli incontri, ovviamente. Nel mio primo film da protagonista, con il regista Fabio Rosi, che mi ha scelta, e mi ha dato fiducia, nonostante non fossi forse ancora pronta per un ruolo così grande. Il film è uscito dopo due anni, avendo una piccola distribuzione. È già difficile rivederti sullo schermo dopo qualche mese, figurarsi dopo due anni! Ma proprio perché l’uscita fu allora, il film fu visto da Beatrice Kruger, che era in sala. Lei vide in me qualcosa che poteva andare per il film di cui stava preparando il cast e mi chiamò per il primo incontro e per i seguenti 8 provini, fino alla scelta definitiva. Il film era “L’ora di religione”. Marco Bellocchio mi scelse e cambiò la mia vita.

Sei stata una delle protagoniste principali di un grande successo di Rai 1, la fiction “Butta La Luna”. Come spieghi il grande riscontro di quella fiction: il fatto che la sceneggiatura fosse basata su un romanzo della bravissima Maria Venturi, l’attualità dei temi, spazianti fra disagio sociale e l’integrazione, o altro? Butta la Luna è stata una bella storia: una storia sui valori, sull’amore, sulla famiglia, sulla superficialità di una società bigotta e vuota e sulla correttezza e sul lottare per i propri sogni e riuscire a vincere. Era una storia pulita, che affrontava problemi seri ed attuali. E cercava una soluzione. Dava una speranza. Di cui tutti abbiamo bisogno. Penso sia questa la chiave del suo successo. Ringrazierò sempre Sindoni per avermi scelta e fatto crescere tanto con Cosima.

Preferisci interpretare ruoli comici o drammatici e qual è il tratto distintivo della tua recitazione, se dovessi farti un complimento e cosa, invece, vorresti migliorare? Ci sono lavori in cui mi piaccio di più ed altri in cui mi piaccio molto meno. Sicuramente non sono mai soddisfatta di me e penso sia un bene. Penso comunque che sia più semplice piangere che ridere a comando. Trovo più nelle mie corde un ruolo drammatico rispetto ad uno comico, anche se vorrei tanto fare una commedia. Nella vita, mi dicono che ho dei buoni tempi comici… ma sul lavoro ancora non se ne sono accorti. Vedremo… Difetto: a volte tendo a sedermi, mi impegno meno di quanto dovrei (un po’ come a scuola: è capace, ma non si impegna!!). Allora mi tiro una bacchettata immaginaria sulle mani e ricomincio. Pregio: so ascoltare. Ascolto in scena, ascolto le parole, non le sento e basta. E rispondo a quelle parole, alla scena.

Quanto è contata e conta la tua bellezza nel tuo lavoro? E non credi che spesso possa essere un limite perché poi bisogna anche dimostrare di essere altro da un bel volto e da un bel corpo? Quando sono arrivata, ho davvero pensato che fosse un limite. Mi dicevano che non avrei potuto fare l’attrice, che avrei potuto solo fare pubblicità o foto, perché avevo un volto troppo regolare e non particolare “come serviva al cinema”, ma io ho insistito. E penso che la bellezza sia comunque e sempre un qualcosa in più, se la nutri ogni giorno, riempiendola, facendone qualcosa di pieno e non di superficiale. Essere pieni come sassi di cultura, di viaggi, di vita, di mondi, di poesia, di musica, d’amore. Tanto siamo sempre giudicati e costretti a dimostrare, che si abbia o meno una bellezza appariscente.

Ho letto che sei nel cast di “Una Gita a Roma” di Karin Proia, puoi parlarci di questo lavoro e dei tuoi prossimi progetti? Karin ha scritto una storia molto bella, dolce e con valori profondi. Ha scelto un cast ed una troupe perfetti (che non é per niente facile) per il film e sono orgogliosa di farne parte. Ho finito una docu-fiction su Napoleone che andrà sui canali di storia ed in Francia per canal plus, un progetto veramente ben fatto, una ricostruzione storica fedele e bellissima. Adesso inizio Rex per la regia dei Manetti bros, con cui ho lavorato anni fa e non vedo l’ora. E finalmente una commedia per il cinema, di cui sono veramente felice, di Giorgia Farina.

Se non fossi diventata un’attrice, oggi saresti? Hai mai pensato ad un piano B? Avrei suonato il violoncello in giro per il mondo.

Il regista del passato con cui ti sarebbe piaciuto lavorare? De Sica, Truffaut, Visconti, Antonioni, ce ne sono talmente tanti.

Il ruolo che non ti è ancora mai stato offerto e che desideri da morire? Una donna forte, che combatte per amore o per i suoi ideali fino alla fine. Che so, una Frida Kahlo o una Camille Claudel.

A chi vorresti dire grazie oggi? Alla mia famiglia che non mi ha mai ostacolata. Nonostante le mille paure che potevano avere mi ha sempre sostenuta, coccolata e consolata. E a tutti quelli che fino ad ora mi hanno dato fiducia e continuano a farlo.

Ultimo pensiero prima di andare a letto? Spero di riuscire ad avere sempre il cuore che batte, pieno di emozioni, e gli occhi che brillano e di avere la possibilità di mostrarli.

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