giugno 19, 2014 | by Emilia Filocamo
Claudio Sestieri: “Il pericolo più grande per un attore è diventare una maschera”. Intervista al regista e critico cinematografico

Raggiungo telefonicamente il regista Claudio Sestieri nel primo pomeriggio: il rendez vous telefonico è stato preceduto da un contatto in cui, il noto regista, aveva sottolineato di essere molto interessato ad un’intervista per Ravello Magazine precisando che gli si illuminano gli occhi solo a sentir parlare di Ravello. Questa affermazione mi è sembrata non solo di buon auspicio ma anche una introduzione perfetta alle parole di Claudio Sestieri, un regista che, pur entrando ed uscendo da diverse attività e da diversi interessi, dai libri ai documentari, dalla radio alla tv, ha avuto sempre come bussola e baricentro l’amore per il cinema, quell’amore indotto in lui in tenera età dai genitori. E non a caso, “inauguriamo” l’intervista parlando del suo esordio e rispolverando, grazie alle sue parole, una sana e buona abitudine, ormai perduta ai nostri giorni, come lui stesso  precisa: quella di far vivere il cinema ai bambini quasi come un’attività scolastica, insomma da affiancare alle altre attività culturali. Claudio Sestieri non ricorda infatti una sola settimana della sua adolescenza senza cinema, grazie ad un padre cinefilo e a sua madre, che lavorava in radio.

Claudio, in che modo la passione si è trasformata in lavoro? Non è facile sintetizzare qui tutta la mia carriera. La mia passione va indietro nel tempo, grazie sicuramente ai miei genitori ma anche perché allora andare al cinema era un’attività imprescindibile, un po’ come andare a scuola, era un punto fisso nella mia settimana e in quella di tanti altri ragazzi. A sedici anni, insieme ad un compagno di classe, girammo il nostro primo lungometraggio, con una pellicola 8 millimetri. Era un lavoro di stile antonioniano e si intitolava “Il vuoto”. Due anni fa, grazie al digitale, abbiamo avuto la gioia di restaurarlo e di proiettarlo in anteprima alla Sala Trevi, è stato uno splendido tuffo nel passato.

Ci parli dei tuoi lavori? Il cinema è sempre stato il fulcro della mia vita e della mia formazione culturale. Ho studiato cinema all’università e ho presentato una tesi proprio su Antonioni. Il mio primo cortometraggio è andato in concorso a Locarno. Lo stesso accadde, quasi per una sorta di segno del destino, anche con il mio primo film “Dolce Assenza” del 1986. Gli esordi sono stati davvero positivi e promettenti. Poi mi sono dedicato a tantissime altre cose: ho fatto il critico, lavoro e ho lavorato in Rai come documentarista, in radio, scrivo, sono curioso e mi piace tentare più cose. Facevo anche parte del gruppo sperimentale dell’Alta Definizione della Rai. Allora la Rai era davvero all’avanguardia nel discorso sperimentale. Il mio secondo film per il cinema, presentato a Venezia, è stato “Barocco”, da quel momento poi  mi sono dedicato ancora alla tv, ai libri e ho realizzato un film per il piccolo schermo. Ho sempre preferito realizzare anche per la tv film che mantenessero l’impostazione cinematografica e quindi con una durata massimo di un’ora e quaranta. In questo modo è nato “Infiltrato” con Valerio Mastandrea e una giovanissima Barbora Bobulova. Il film ottenne un grande successo. Il terzo film, “Chiamami Salomè”, era invece una versione attualizzata, una rilettura della Salomè di Wilde in cui Erode è un boss potentissimo ed è interpretato dal talentuoso Ernesto Mahieux, noto soprattutto per l’Imbalsamatore. Elio Germano è Giovanni e la protagonista è una giovane attrice, Carolina Felline, perfetta per quella parte, nel cast c’era anche Caterina Vertova.

 

Il prossimo? In questo momento sto realizzando un nuovo film, con musiche di Marco Werba, il titolo è “Seguimi”. Il primo ciak dovrebbe esserci ad ottobre, anche se non c’è ancora un cast effettivo. Diciamo che a differenza della maggior parte dei registi, mi piace perdermi dietro ad altre mille cose, dalla tv alla radio, dalla critica ai libri.

C’è stata una giornata più bella delle altre sul set? Intendo una giornata proprio indimenticabile? È difficile scegliere una sola giornata. Forse più che alle giornate sul set penso a quando un tempo si smetteva di girare e mentre il cast e gli altri andavano fuori a cena, il regista, il direttore della fotografia ed il produttore restavano a guardare mezzora di girato, i cosiddetti “giornalieri” per rendersi conto di come era andata la giornata di lavoro e controllare i dettagli. Si trattava ovviamente di immagini senza audio: il digitale ha ormai eliminata questa fatica e purtroppo si è perso quel momento così poetico e romantico.

Il film del passato di cui avrebbe voluto essere regista? È difficile rispondere, ma ci provo: “Otto e mezzo” di Fellini. Adesso amo molto David Lynch e Cronenberg ed alcuni registi coreani e giapponesi: trovo che ad Oriente si facciano prodotti davvero interessanti.

Il pregio più grande del cinema italiano ed il suo più grande limite o difetto? Come in tutte le cose che facciamo, il nostro più grande pregio è la creatività: quell’“arte di saperci arrangiare” che ci permette di fare cose straordinarie. Pensiamo ad esempio a “Roma città aperta”, girato con una pellicola scaduta! Il difetto forse che rimprovero al nostro cinema è di essere troppo erede del neorealismo e questo, purtroppo, condiziona e non poco i registi: il cinema perde così il suo potere visionario, immaginifico a favore della quotidianità, dei problemi, del reale.

Adesso si parla tanto di cinema indipendente. C’è qualche giovane regista che ti incuriosisce per talento o per originalità? Direi che ci sono tantissime opere prime davvero belle di registi talentuosi. Alba Rohrwacher è un esempio. Penso a “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo o a “La bocca del lupo” di Pietro Marcello. Paradossalmente, la maggior parte di questi giovani registi viene dai documentari e per questo hanno un occhio più autentico ed originale rispetto a quelli che fanno solo cinema. Anche se poi non sono necessariamente giovanissimi, il regista de “L’Intervallo” ha 50 anni. Hanno la capacità di partire dalla realtà e poi di trasfigurarla, insomma di superarla. Il problema è che il cinema pullula di persone di talento ma spesso dopo aver fatto un primo film, anche eccezionale, si cade nell’oblio. Continuare diventa complicato.

Un’attrice o un attore con cui vorrebbe lavorare, in Italia o all’estero? Non ho una preferenza, anche se amo molto Cate Blanchett e  Lea Seydoux. Ciò che adoro ad esempio della Seydoux, è la sua capacità di trasformarsi, di essere sempre diversa. Qualcosa che molto spesso manca ad altri attori: è importante possedere questa capacità di rinnovarsi a seconda della parte che si interpreta perché si evita il rischio di annoiare gli spettatori. Il pericolo più grande per un attore è diventare una maschera.

Il tema del nostro Ravello Festival, quest’anno, è il Sud. Puoi darci una tua definizione di Sud? Odio generalizzare e non vorrei cadere in qualche clichè. Non è semplice rispondere in poche parole. Il sud è passionalità, è un modo di concepire la vita che valica la razionalità, è vitale, pulsante. Ma questo se si guarda al sud da una prospettiva non sociale. Credo che non sia possibile dare una definizione esaustiva che tenga conto di tutte le componenti agitate dalla parola Sud.

La prima persona che ha creduto in te, che ha intuito il tuo talento? Un produttore bravissimo, ormai scomparso: Mario Gallo, produttore di “Morte a Venezia” di Visconti. Non l’ho detto prima, ma quando a 16 anni io ed il mio compagno di classe cominciammo a girare, fu proprio lui ad aiutarci a produrre il primo cortometraggio. Ed è stato poi Mario Gallo a produrre “Infiltrato”, con Mastandrea. È stata la prima persona a credere davvero in me.

A chi vuoi dire grazie oggi? A mia madre e a mio padre per avermi trasmesso l’amore per il cinema e per la cultura e per avermi aiutato ad essere una brava persona.

L’ultimo pensiero quando vai a letto? Il mio primo ed ultimo pensiero coincidono: mi chiedo sempre quando inizio a girare il prossimo film. Ovviamente, non sono ammesse cose personali, giusto? Ride.

L’intervista si chiude qui, anzi no, perché Claudio Sestieri, confermando il suo amore per Ravello, mi chiede di fargli avere un programma del Ravello Festival.

L’estate è ancora lunga – aggiunge – Magari ci faccio un pensiero.

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