aprile 1, 2015 | by Emilia Filocamo
“Come spettatore, appartengo al genere di persone che hanno abbandonato le produzioni italiane perché non si fanno scelte audaci”. A tu per tu con Claudio Castrogiovanni, dal teatro con Servo per Due di Favino, al ruolo di Luciano Liggio ne Il Capo dei Capi

La terra come punto nodale, di partenza, di conflitti, di contrasti, di ritorni brevi per affetti o solo perché il destino, che quasi sempre ha voglia di giocare, e troppo spesso di divertirsi, decide di fare in modo che si torni in un modo diverso e che quella terra diventi baricentro, occasione, ispirazione e punto di riferimento. Le diciotto di un sabato di gennaio distano un’ora esatta dal rientro in teatro dell’attore Claudio Castrogiovanni, apprezzato ne Il Restauratore 2 nei panni dell’ispettore Mangano, che si esibirà ancora una volta in Servo per due con la regia, l’adattamento e la traduzione di Pierfrancesco Favino, Paolo Sassanelli, Marit Nissen e Simonetta Solder. Parliamo di teatro, di successo, di progetti e di occasioni e di un giorno speciale in cui, complice un’alba, rossa come certe colate laviche dell’Etna, Claudio Castrogiovanni ha avvertito l’emozione pulsante della terra di origine.

Claudio tra un’ora sarai in teatro per il tuo spettacolo, puoi dirci di cosa si tratta? Sono in tournee con Servo per due, con la regia di Pierfrancesco Favino e Paolo Sassanelli, siamo stati ad Alba, Novara, poi sarà la volta di Savona, poi ancora di Faenza, Bologna, di Camerino ed Ascoli nelle Marche e poi scenderemo in Puglia. La tournee è iniziata l’anno scorso e rientra nell’operazione culturale denominata Danny Rose, un gruppo di attori che si sono riuniti diventando imprenditori di se stessi e fra i quali ci sono, per citarne alcuni, anche Pietro Ragusa ed Anna Ferzetti.

Tu sei siciliano: qual è il tuo rapporto con la tua terra di origine? Ripercorrendo a ritroso il mio percorso artistico, prima sono diventato avvocato abilitato nel 1994 e poi, successivamente, ho deciso di fare l’attore. Non sono figlio d’arte, ma è come se il destino avesse deciso di bussare alla mia porta; vivevo a Messina e cantavo in un gruppo dove è nata la compagnia di Jesus Christ Superstar, così sono stato preso successivamente per il musical. Poi mi sono trasferito a Milano, dove ho frequentato la Scuola Teatro Arsenale. La mia terra in realtà mi ha aiutato successivamente, quando nel 2007 ho ottenuto il mio primo ruolo da siciliano, all’inizio ho fatto soprattutto tanto teatro. Sono legato alla mia terra da un doppio filo, anche se ho un rapporto conflittuale, la amo ma non ne condivido alcuni fondamenti. Ecco, fino a 25 anni ho avuto il mare come punto di riferimento, poi trasferendomi per lavoro a Milano o a Roma, ho perso quel baricentro e mi sono reso conto che, in fondo, mi mancava. Anche se poi ci sono attitudini che non devi per forza ricercare solo al sud, ma che riesci a trovare anche altrove.

Torni spesso in Sicilia? Abbastanza, anche perché parte della famiglia vive ancora lì, oppure vi faccio ritorno per le classiche feste comandate.

Qual è il complimento più bello che ti hanno fatto sul lavoro? Ma in genere faccio riferimento sempre ai complimenti degli amici, perché sono quelli più sinceri, in quanto anche più critici. Ecco, ad esempio, mi hanno detto che la mia interpretazione di Capitan Uncino nel musical Peter Pan, sia stata una delle migliori! Sicuramente il momento più emozionante è stato però quando, dopo aver interpretato nel film La Trattativa di Sabina Guzzanti, appunto sulla trattativa Stato Mafia, Luigi Ilardo, un personaggio misconosciuto a molti, ma importante, all’anteprima nazionale a Palermo, un avvocato dello studio legale che aveva difeso Ilardo, si è complimentato dicendomi  che ero stato assolutamente veritiero in quel ruolo e che lo avevamo reso in maniera fedele,   questo mi ha emozionato tanto. Luigi Ilardo era un confidente dei carabinieri e capomandamento di Caltanissetta, due giorni prima di entrare nel programma di protezione, fu ucciso. E poi se penso ad un altro episodio, ancora adesso mi viene da sorridere: due anni fa, dopo aver girato il Capo dei Capi, in cui interpretavo Liggio, passeggiavo per Catania, mi si avvicinò un signore e mi disse in dialetto siciliano: “Tu l’hai conosciuto Liggio?” Io risposi ovviamente di no e lui, dandomi una pacca sulla spalla, commentò “Fusti bravo”. Fu un episodio piuttosto inquietante ma mi fece piacere.

I tuoi prossimi progetti? Per ora mi diverto a continuare la tournee di Servo per due, avere il regista sempre presente, Pierfrancesco Favino, è complicato ma è anche uno sprone a fare sempre meglio, è stimolante. Per quanto riguarda gli altri progetti, ho finito da poco di girare l’ultima puntata de Il Giovane Montalbano, è l’ultima della seconda tranche di puntate che andranno in onda; è la prima volta che partecipo a Montalbano, ed è stata una splendida esperienza.

Quindi sei tornato in Sicilia? Si, infatti. E poi ci sono altri progetti all’orizzonte di cui non posso anticipare ancora nulla.

Cosa guarda Claudio Castrogiovanni in tv o al cinema? Io purtroppo appartengo al genere di persone che hanno abbandonato le produzioni italiane, come spettatori intendo. Ad esempio su Sky ho avuto modo di seguire Les Revenants, una serie in cui si parla di morti che tornano, ma non in maniera misteriosa, direi più filosofica, quasi trascendentale, con l’intento di capire il perché della vita stessa. Ecco, lì si ha il coraggio di fare delle serie diverse, che non per forza siano commedie o storie sulle forze dell’ordine e credo che in Italia si dovrebbe ragionare in questa   direzione. Da noi il panorama spesso esula da scelte audaci, si preferiscono progetti rassicuranti, non si osa. Sono un fruitore di serie straniere, da Breaking Bad, a Boardwalking Empire fino allo straordinario Fargo dei Fratelli Coen: non voglio fare lo snob, ma la differenza si nota; purtroppo se non si invertono gli orientamenti produttivi, non si oserà mai di più.

La giornata sul set o sul palcoscenico che non riuscirai mai a dimenticare, che ti ha colpito profondamente? Beh, ce ne sono state tantissime, sia a teatro che sul set. Ma ti dirò che quando  giravo il Capo dei Capi, una mattina, alle cinque, mentre ero nel pulmino che veniva a prelevarci per portarci sul set, percorrendo la strada, ho visto l’alba sorgere nel mezzo della Sicilia e mi sono detto che ero fortunato, che avevo avuto questo privilegio e per di più nella mia terra. Poi a teatro ce ne sono state tante di giornate splendide, anche perché, facendo tournee e stando tanto tempo  insieme, si crea un clima familiare, in cui si fanno anche molti scherzi.

Ma tu dove ti senti a casa: a teatro, in tv o al cinema? Fortunatamente sono tre cose diverse, io sono nato a teatro ed il contatto con la gente o con le persone che si emozionano e mi stringono magari la mano per complimentarsi, costituiscono una soddisfazione ed una gioia impagabili. Ma è anche altrettanto impagabile la capacità di verità della tv, mi affascina suscitare emozioni ma in maniera più contenuta rispetto al teatro, perché lì c’è un filtro. In teatro ci sono gesti più ampi, e non solo fisici, intendo emotivamente parlando, al cinema è tutto più contenuto.

Qualche rimpianto? Ho lavorato due volte con la Tao 2 di Valsecchi e con il senno di poi, ammetto che forse avrei dovuto avere un po’ più di pazienza, perché per un mio scalpitio, si è verificato un mio allontanamento e la fine di quell’esperienza. Ma sono felice comunque di tutte le mie scelte perché questo mestiere è fatto di scelte e se non le fai, tutto è più complesso, devi avere anche il coraggio e la tenacia di scegliere.

Se tornassi indietro cosa non rifaresti? Probabilmente non avrei fatto l’avvocato ed iniziato questo mestiere a 25 anni, ma prima, a 18, entrando in un’Accademia, formandomi in maniera diversa in modo tale che il lavoro diventasse subito produttivo. Ho risalito la corrente come un salmone per farcela, e non è stato semplice.

Un tuo pregio ed un difetto? Sono una persona sincera, onesta, autentica, da me non ci si possono aspettare colpi bassi. Come difetto… beh, come tutti i siciliani sono permaloso, o meglio, sono ipersensibile ed avverto cose che per gli altri sono meno gravi, ma sto cercando di guarire!

L’intervista con Claudio Castrogiovanni si chiude qui; vorrei dirgli, ma non lo faccio, che conosco bene quel tipo di difetto, perché alla sua terra di origine appartengono anche una parte di me e molti dei miei affetti.

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