giugno 7, 2015 | by Emilia Filocamo
“Condividere le mie sensazioni, questa è l’emozione più grande nel fare il dj”. A tu per tu con un giovane dj di talento: Ardish. Storia di un viaggio fra musica, sogni e sacrifici

Gli artisti si riconoscono grazie, quasi sempre, agli imprevedibili incroci ed alle dinamiche complesse ed estrose del destino. Gli artisti si “annusano” pur senza essersi mai visti prima, pur a distanza: è una strana, inspiegabile magia, un codice identificativo infilato sotto pelle, un siero che scorre nell’anima, come un tasto liquido che, azionato, permette di captare l’altro. Questa introduzione mi serve per spiegare la genesi dell’intervista ad Alessio Palumbo, in arte Ardish, dj non comune per filosofia di vita, per profondità, per aspirazioni. L’intervista nasce infatti  dall’incontro di Ardish con un’altra artista che è stata tramite prezioso della nostra chiacchierata, appunto uno di quegli incroci strani che mettono insieme vite, passioni e sogni. Ardish è un ragazzo napoletano che ha succhiato il midollo creativo della sua città mutandolo in arte, in voglia di comunicare, di dare emozioni. Niente sballo, eccessi, errori, pericoli: Ardish va verso gli altri con l’unico mezzo che possiede, con la sua musica, con quella magica compagna che gli sta accanto giorno per giorno in maniera unica ed insostituibile. E con un esempio che non guarda alla musica o a nomi altisonanti, ma a suo padre, un uomo semplice e fiero. Una persona da stimare. Mi imbatto in Ardish, nelle sue risposte, in una giornata di metà maggio: ci sono ricchezza e  consapevolezza, una tale profondità che sin dalla prima sua risposta, mi sono davvero chiesta se non avessi sbagliato a capire l’età di questo dj perché ho avuto l’impressione che nella sua vita si condensassero tante vite precedenti. Tante esperienze.

Cosa vuol dire essere oggi un deejay, quali sono le difficoltà, le emozioni e soprattutto il messaggio che vuoi convogliare nella tua musica? Essere un deejay oggi vuol dire avere la possibilità di trasmettere, attraverso la propria passione, le proprie emozioni ed il proprio essere ad una enorme quantità di persone senza distinzione di età o di classe sociale, usando una consolle o semplicemente un computer, passando dischi in locali sempre più attrezzati o comodamente da casa o studio. La cosa positiva di tutto questo è che, a differenza di quando negli anni 70 nacque la figura del dj come una persona che passava musica in un angolo dei bar o locali di intrattenimento e non veniva neanche notato, ora è riconosciuto come un vero artista e una vera star da emulare e per molti ragazzi e ragazze essere un dj è diventato un obiettivo, un sogno. Purtroppo, però, dietro tutto questo si è creato un vero e proprio business internazionale che spesso non premia il talento ed il sacrificio, ma confonde la figura del dj con quella di pr e di  promotore di marchi di serate e di gruppi. Per questo esibirsi davanti a un gran pubblico, spesso, dipende da fattori che non sono propriamente legati alla propria bravura. C’è da dire, però, che questa è una difficoltà del dj di oggi, ma non è un ostacolo insormontabile: credo che la bravura ed il talento, se vanno a pari passo con la tenacia, l’ottimismo ed anche un pizzico di sana furbizia, vengano prima o poi premiati e sono convinto che le persone siano in grado di riconoscere quello che vali e restituirti tutto l’affetto e la soddisfazione che meriti, e sarà in quel momento che fare il dj, anche se solo per una sera, ti renderà la persona più felice al mondo. L’emozione che si prova dietro ad una consolle ad avere persone avanti ai tuoi occhi, che ne siano dieci o mille, che ballano al ritmo che tu offri trasportato da una forte eccitazione che ti viene da dentro, che esplodono al momento di un “drop” di un bel disco che hai selezionato, che ti sorridono e che ti fanno gesti di approvazione, è qualcosa di indescrivibile è come toccare il cielo per un istante, è sentirsi al centro del mondo per un paio di ore. Personalmente quello che nei miei dj set e nelle mie produzioni cerco di trasmettere è energia, voglia di vivere e divertimento sano, senza eccessi. Quando ascolto o compongo nella mia stanza, con le mie cuffie, una melodia, un accordo o una canzone intera, immagino sempre dove vorrei essere in quel momento con quella musica, così viaggio con la mente e cerco di capire in quale istante e in che modo vorrei trasmettere questa stessa mia sensazione agli altri. Insomma condividere le tue sensazioni e regalare istanti felici alle persone è l’emozione più grande per un dj.

Deejay si nasce o si diventa? Qual è stato il tuo primo approccio alla musica? Dj si diventa! Essere un bravo dj non vuol dire solo saper miscelare dischi uno dietro l’altro, ma significa saper innanzitutto ascoltare la musica, di qualsiasi genere essa sia ed essere sempre aggiornato sulla sua evoluzione nel tempo. A mio avviso non puoi essere un buon dj se non hai una buona cultura musicale. Per questo prima di imparare le tecniche di mixaggio bisogna conoscere la struttura e le mille sfumature della musica e di certo con questa dote non si nasce ma si ottiene col tempo e con la pratica. Magari qualcuno ha il vantaggio di avere nel dna un senso del ritmo e un estro più spiccati rispetto ad altre capacità, e questo è sicuramente un vantaggio, ma sinceramente penso che una persona che non ha ritmo e senso musicale dentro se stesso non esista, bisogna solo lavorarci un po’ per farlo venir fuori. Il mio primo approccio alla musica è stato da bambino quando oltre a collezionare cd dance e musicassette, cominciai a studiare un po’ di pianoforte e a ballare a scuola o per strada con gli amici, quando tra una partita di calcio e l’altra, portavamo lo stereo per ascoltare le nostre canzoni preferite.

Sei di origini napoletane: quanto questa tua radice partenopea influenza o ha influenzato la tua carriera, il tuo percorso artistico e cosa c’è di tipicamente napoletano in te e nella tua musica? Essere napoletano ti aiuta sicuramente ad avere un approccio veloce con la musica ed il mondo dell’arte in generale: Napoli vive di arte, a Napoli per strada si respira creatività nella forme più svariate, anche se non sempre positive. Per me la mia città è come una bellissima ma controversa sinfonia, una serie di accordi, alcuni in armonia ed altri che invece stonano con la bellezza dell’intera composizione, è un capolavoro pur non essendo concettualmente perfetto. Nascere e crescere in questo contesto ha ispirato sicuramente la mia creatività e vivere la vita per strada, conoscendo persone di ogni tipo e ceto sociale, mi ha permesso di imparare da ognuna di loro. La tenacia, la vitalità e la voglia di fare sono tipiche di noi napoletani. In particolare in me e nella mia professione di “napoletano” credo ci sia proprio il piacere che ho nell’offrire qualcosa di positivo, che siano un buon set o una bella produzione, lo condivido ma in cambio chiedo riconoscenza e lealtà.

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? Vorrei produrre un album tutto mio, non improntato su un solo genere dance ma cercare di ricoprire più stili, rispecchiando i vari aspetti della mia personalità. Non mi piace essere improntato su un solo genere o avere i paraocchi denigrando altri generi che non prediligo; credo che ogni genere musicale abbia il suo “perché” e una persona che si lascia andare a più stili non sia una persona banale e monotona, ma abbia un carattere composto da mille sfaccettature e sfrutta il potere della musica per esprimerle. Inoltre vorrei continuare a coltivare la mia passione per la recitazione.

Ti ispiri a qualche modello in particolare? Mi ispiro a mio padre, un uomo che quando si presenta un problema si rimbocca le maniche e cerca di risolverlo, un umile lavoratore e buono con tutti. Tutti lo stimano e non ho mai incontrato una sola persona sua conoscente che non gli abbia fatto un elogio per la sua signorilità e gentilezza. Credo che se questi valori li porterò sempre con me nella vita e nella mia professione, avrò una marcia in più rispetto a molti altri.

Il sogno di Ardish da bambino? Essere un bomber da serie A, ma mi sto accontentando di fare il difensore a calcetto.

Sei molto giovane, ma come ti vedi fra 20 anni? Cosa ti auguri? Mi vedo ancora in giro per i locali a ballare dance e per le piazze a ballare tarantelle e pizziche improvvisate da bonghetti, tamburi e tamburelle, non so se con una moglie, in quali vesti e in quali città del mondo, ma mi auguro, comunque vada, di essere libero e indipendente, e di poter raccontare alle persone che incontro per strada, col sorriso, di essermi tolto delle belle soddisfazioni.

Come giudichi il panorama musicale italiano, da artista, da persona addetta ai lavori e secondo te si fa abbastanza per la musica in Italia? Il mio è un modesto parere. Credo che in Italia ci convincano troppo, soprattutto nel mondo dell’arte, che bisogna credere nei sogni perché se resistiamo e ci crediamo, prima o poi si avvereranno. Anche se in parte lo reputo giusto nello stesso tempo però, ritengo che bisogna credere nei propri sogni con cognizione di causa restando lucidi e razionali, senza perdere il contatto con la realtà dei fatti. Le probabilità di “riuscire” nel mondo artistico oggi dipendono in parte dalle proprie capacità, ma in parte anche da una serie di fattori che non dipendono da noi (quali fortuna, mezzi e possibilità pratiche di concentrarsi solo sulla propria passione). In Italia non si investe realmente sull’arte e sul talento in generale, mancano le strutture per migliorarsi, e quando vuoi imparare qualcosa o lo fai da autodidatta o devi pagare corsi e specializzazioni varie, e purtroppo la possibilità di pagare scuole di musica, di danza o di recitazione non è di tutti. Per non parlare poi di tante etichette discografiche e agenzie di spettacolo che speculano sui sogni delle persone. Per questo credo che il panorama della musica in Italia debba evolversi in questo senso. Finanziare le idee, il talento avrebbe un impatto positivo anche sull’economia ed il futuro del paese.

Hai anche una passione per il Cinema. Hai partecipato ad “Amici”, quando ancora era presente la sezione recitazione. Parlami delle tue esperienze nel campo della recitazione. Posso dire che la passione per la recitazione ed il cinema ce l’ho da quando ero molto piccolo, a partire dai mille travestimenti che facevo girando per casa e le mille poesie in rima baciata che recitavo all’asilo. A 15 anni ho cominciato a recitare con varie compagnie di teatro di Napoli, con le quale ho fatto, in 6 anni, un bel po’ di rappresentazioni. Provare l’ebbrezza e l’ansia da palcoscenico è stata una delle sensazioni più belle della mia vita. La breve esperienza ad Amici, soprattutto nella trafila dei provini è stata estremamente formativa, mi ha dato una bella soddisfazione direi del tutto inaspettata e la possibilità di confrontarmi con persone preparate. In seguito ho cominciato a girare un po’ con compagnie di animazione in villaggi turistici e club, dove oltre al dj ovviamente, mi divertivo a fare cabaret, commedie e intrattenimento per il pubblico a 360 gradi. I miei registi di Cinema preferiti sono Lynch, Kubrick, Tarantino e Woody Allen.

Qualche incontro importante che fa rima con cinema? Puoi raccontarcelo? Ce ne sono due: il primo, in ordine cronologico, con Fioretta Mari durante il mio soggiorno negli studi di Amici. Lei mi ha dato tanti consigli sulla recitazione e sulla vita in generale. Il secondo è un incontro che ho fatto a Milano con l’autrice e sceneggiatrice Stefania Rossella Grassi, una persona preparata su tutto, affabile, umile e molto brava in quello che fa. Lei, per esempio, è una persona che il suo lavoro d’artista lo sa fare davvero con passione e dedizione e i riscontri direi che per ora la stiano premiando pienamente.

Un difetto ed un pregio di Ardish? Un pregio è sicuramente l’umiltà e un difetto è la troppa umiltà: alle volte peccare di superbia non fa male.

Se non fossi riuscito a realizzare il tuo sogno e a diventare quello che sei, cosa saresti stato? Avevi un piano B? Il mio piano B l’ho sempre avuto ben saldo e l’ho sempre coltivato in parallelo con il mio lato artistico legato al sogno (che ho realizzato per ora solo in parte). Sono laureato in ingegneria, non a caso. Credo che il dono più grande che abbiamo sia la vita e guai a svegliarsi un giorno e sentirsi di aver fallito o di non avere più chance. Ho la fortuna di avere la passione per la musica e la recitazione, ma avere un lavoro da “comune mortale” non mi spaventa. Credo che ognuno di noi, se ha la passione per più cose, che non siano tutte necessariamente legate all’arte, debba cercare di viverle e investire del tempo su entrambe, ovviamente nei limiti del possibile, in modo tale da raccogliere, un giorno, i frutti e le soddisfazioni che meritiamo in qualsiasi forma esse siano. Attenzione: questo non vuol dire accontentarsi, ma vuol dire arrivare ad una felicità e ad una realizzazione attraverso un’altra strada. So di essere cinico con questa risposta ma preferisco essere me stesso e dire quello che ho sempre pensato nella mia vita.

L’intervista con Ardish si chiude qui, nel nome della musica, così come si era aperta. Parlando di incontri, di artisti che si riconoscono, del “seme” che ha permesso a due di loro di “individuarsi”,  penso alla location che ha creato questo loro insolito appuntamento non concordato. Un locale affollato, ora di pranzo, forse di cena, Milano, la Milano dell’Expo, e un giorno come tanti che d’improvviso cambia direzione. E poi due anime che si riconoscono e mi scelgono come portavoce del loro messaggio. Il destino, in fondo, è anche questo: un imprevedibile straordinario incontro nato senza avvisaglie fra le vite degli altri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654