dicembre 7, 2014 | by Emilia Filocamo
Cristian Stelluti “Sul set di Rush ho conosciuto Ron Howard, un mito di un’umiltà incredibile”

In questa intervista fatta all’attore, volto noto di cinema e tv, c’è una frase, scivolata quasi verso la fine delle sue risposte, che mi ha colpito più delle altre e cioè quando l’attore confessa che gli piacerebbe vivere fuori da tanti schemi ma solo con strette di mano ed il bicchiere in alto per brindare. Questo deve essere, in fondo, il potere che hanno le parole nello scandagliare le persone: guardando Cristian Stelluti si ha una prima impressione schietta e decisa, quella che arriva dalla sua bellezza luminosa, diretta, particolare, certo non da cliché ed, erroneamente, può sembrare che tutto finisca lì, in quella perfetta proporzione di elementi che lo rendono tale. Poi, ecco che una carrellata di domande, fatta con la consapevolezza di volerne cogliere esordi, bisogni, forse anche delusioni e momenti difficili, permette di scoprire altro, molto di più di quello che arriva di primo acchito. E scopro non solo una persona di talento ma anche per certi aspetti fragile, qualità questa quasi stridente con la calotta di perfezione in cui è celata. Cristian Stelluti ha però fatto di quella fragilità un dono, certo un dono particolare, con cui affrontare la vita, le sfide che indubbiamente il suo mestiere impone, e con cui andare avanti e dritto verso il proprio obiettivo. Scopro un uomo umile, consapevole della necessità di dover ancora lavorare per realizzare compiutamente il proprio sogno, fuori insomma dalle logiche auto celebrative “dell’essere finalmente arrivato”.

Cristian, partiamo da un progetto di grande spessore, oltre che di respiro internazionale e nel quale sei coinvolto, il film l’Uomo in frac di Stefania Rossella Grassi. Ci racconti come nasce   questa esperienza e qual è il tuo ruolo? Questo progetto mi è stato proposto dalla sceneggiatrice che conosco da anni e che mi ha cucito il ruolo addosso, come poi ha fatto per il resto del cast a partire da mister De Niro. Il mio personaggio si chiama Giuseppe (come mio padre) un ruolo fondamentale nel percorso narrativo della storia in quanto affiancherà il protagonista, un personaggio silenzioso e poetico.

La sceneggiatura è un po’ l’ossatura, credo, di un film. Cosa ti ha colpito in questa storia, cosa ti ha intrigato? Leggendo la sceneggiatura mi sono reso conto della forza della storia, della delicatezza con cui si tratta un argomento poco considerato dai media e dalle istituzioni che nello specifico consiste nell’indigenza di un artista ormai dimenticato dal suo pubblico.

Il confronto con il panorama del cinema internazionale non è una novità per te che hai recitato in Rush. Anche in quel caso qual è stato il trait d’union con un’esperienza così importante come quella con Ron Howard? E come tutto ha avuto inizio? Avevo sentito che a Londra cercavano attori italiani per un film hollywoodiano, così ho inviato la solita email correlata di foto e curriculum. Era però richiesta la residenza in loco ed io ho mentito spudoratamente dando l’indirizzo di un mio amico inglese. Mi hanno risposto subito convocandomi il giorno stesso ma essendo in Italia, ho temporeggiato. Il giorno dopo son volato a Londra per un primo incontro. Dopo un mese mi hanno richiamato per un provino, pensavo fosse il solito provino ma una volta lì mi sono accorto che si trattava di un training da vero meccanico di Formula 1. Ci hanno messo nelle condizioni di fare un vero cambio gomme in circa 5 secondi, con delle vere monoposto degli anni settanta, macchine bellissime ma molto diverse però da quelle che abbiamo oggi. Il tutto sotto gli occhi attenti di Ron e del produttore. Inutile dire che molti sono stati scartati proprio perché non in grado di sostenere ‘fisicamente’ la prova.

Da addetto ai lavori, cosa hai potuto apprezzare del set americano, analogie, differenze con i set italiani, difficoltà, soddisfazioni? Ho apprezzato moltissimo l’umiltà di Ron Howard, il regista di “Cinderella Man”, “Apollo 13” e molti altri film, insomma un mito! Lui ha massimo rispetto per tutti i professionisti che gestisce sul set. Arrivava puntualissimo, con il suo cappellino calato sulla testa, quasi timidamente, ma in grado di tenere sotto controllo tutti gli aspetti della produzione. Un esempio di vita, non come tanti registi, anche italiani, appena arrivati eppure già intoccabili. Inutile spiegare la grandezza di un set così che in Italia per ovvie ragioni è impossibile vivere. Pensa che c’era un elicottero particolare, lanciato alla stessa velocità di una macchina di Formula 1, ad un metro di distanza dall’azione, con qualsiasi clima, pioggia, sole, vento. Difficoltà ce ne sono state tante, l’orario di convocazione per esempio, mi alzavo alle 2 di notte per essere alle 3.30 al pick up e quindi alle 5.30 al trucco/parrucco e alle 7 pronti sul set. La sera rientravo alle 22 e così via per quasi due settimane. Ma ancora più difficile è stato sopportare temperature climatiche sotto lo zero indossando pantaloni di cotone e camicette a mezzemaniche… a causa del freddo 3 ragazze sono state portate in ospedale per ipotermia.

Ci racconti in breve chi è Cristian Stelluti? Sono una persona normalissima, che fin da ragazzo ha inseguito i propri sogni a costo di perdere altri lavori redditizi, successi in altri campi, amicizie, divertimenti, amori. Sono figlio di operai ho 3 fratelli e, come tanti, i miei genitori speravano di vedermi assunto al catasto o in qualche cantiere a fare il geometra. Il giorno in cui mi sono diplomato ho detto loro che non avrei continuato gli studi e che mai avrei fatto il geometra. Volevo fare l’attore, vedevo la vita come una cosa troppo magica e affascinante per svilirla lavorando in una ditta, in un ufficio o in un cantiere, senza nulla togliere a questi lavori, ma recitare mi ha permesso di scoprire sfumature così profonde e nascoste di me che forse diversamente non avrei conosciuto. Resta comunque il fatto che i miei, ancora oggi, non lo vedono come un vero lavoro, se sanno che sono su un set mi dicono: “mi raccomando divertiti”, ma a mio fratello che si alza alle 4 di mattina per andar a lavorare all’Ikea non glielo hanno mai detto!

La bellezza è di sicuro un biglietto da visita importante: ma quanto ha contato per te in questo ambiente e quanto, invece, magari ti ha ostacolato, costringendoti non so a dimostrare di più di ciò che appariva solo ad un primo sguardo? La bellezza? L’effimera bellezza. Ho sempre avuto un rapporto difficile con il mio viso, non mi è mai andato bene, da giovanissimo volevo fare il modello ma venivo respinto da tutte le agenzie di moda di Milano, non avevo i canoni di bellezza previsti. Nel teatro il mio fisico muscoloso mi ha spesso ostacolato, il mio agente dell’epoca mi convinse che dovevo apparire brutto, con la barba, vestito da sfigato altrimenti i registi non mi avrebbero mai visto come un attore impegnato. Persi 7 kg e a poco a poco cominciai a presentarmi ai provini senza energia, avevo perso quell’entusiasmo che mi aveva sempre contraddistinto. Ora ho capito che non importa se sei alto o basso, se hai il naso sottile o a patata o sei stempiato, importa quanto sei motivato, senza dimostrare niente a nessuno, pensando solo che non ci sarebbe posto migliore al mondo che lì, in quel momento davanti alla telecamera.

L’incontro, o gli incontri, che professionalmente ti hanno segnato in maniera positiva? Una decina di anni fa, un programma che doveva andare in onda su Rai Uno fu cassato, una censura dall’alto, il regista e il protagonista del programma, lo scrittore ribelle Massimo Fini, decisero quindi di portarlo in teatro. “Cyrano se vi pare” fu la piece più importante della mia vita, una lunga tournèe nazionale in cui venni molto segnato dalla filosofia di vita di Max e fu lui che mi fece apprezzare una dote che non avevo mai percepito in me, mi disse: “la tua è un’intelligenza intuitiva”. Io, invece, mi ero convinto di non esser troppo intelligente visto che a scuola ero una frana in quasi tutte le materie scientifiche.

So che non si fanno preferenze, ma c’è un lavoro che ti rappresenta meglio? O un momento sul set che proprio non riesci a dimenticare ed al quale sei più affezionato? Riflettendo in questo momento sono pochi i set e i lavori che ho veramente amato, mi sono sempre trovato un po’ a disagio, non ho mai sentito quel calore e quell’atmosfera che pensavo di respirare sul magico set cinematografico, ricordo invece sempre con grande nostalgia un importante spettacolo teatrale al Filodrammatici di Milano, il “midsummernight’s dream jazz hall”, eravamo più di 12 attori in scena ma tutti amalgamati in un’unica gioia esplosiva!

C’è un ruolo che ancora non hai ottenuto e che resta un po’ il tuo sogno nel cassetto? Alcuni anni fa ad Istanbul ho girato una pubblicità in cui ballavo tango argentino, amo ballare il tango e mi piacerebbe interpretare il ruolo di un tanguero, che trova in questo malinconico ballo una via d’uscita dalla depressione.

Il regista con cui vorresti lavorare a sempre? Sono due, Alfonso Cuaron e Alejandro Inarritu Gonzalez, sono due grandissimi registi messicani fuori dallo star system americano.

Chi è Cristian Stelluti fuori dal lavoro? Hobby, altre passioni, le cose che proprio non sopporta?   È difficile stare “fuori” da questo lavoro, ne vieni così assorbito che non riesci a staccare mai la mente, anche la domenica se apro la posta mi aspetto di trovare una convocazione per un provino. Sono un uomo in continua ricerca, forse insoddisfatto o soltanto curioso, per esempio 4 anni fa mi son imbattuto in studi medici che mi han portato ad esser vegano, poi sono passato da testi sacri come la Bibbia a Osho, dal buddismo alla fisica quantistica e chissà ancora quanto la vita mi sorprenderà! Non sopporto i contratti, sia quelli per le proprietà che quelli di lavoro, non sopporto le clausole scritte in fondo, le assicurazioni, le tutele, il passaporto, la carta d’identità, l’iban, il metal detector, i posti di blocco, le targhe delle auto, gli autovelox, io vivrei con strette di mano e il bicchiere in alto per brindare.

Un consiglio per chi vuole intraprendere la tua stessa carriera e una cosa che suggerisci di evitare assolutamente? Non accettate mai lavori che non vi piacciono veramente, che sentite nel più profondo non essere ciò che amate, che vi fanno sentire inadeguati, anche se la “vocina sibillina” vi dice di accettarli perché son ben retribuiti o perché c’è la fila per chi lo farebbe. Ne perderete in armonia con voi stessi, la stima calerà abbassando il vostro sistema immunitario e alla lunga vi trasformerete in esseri infelici.

Prossimi progetti? Da poco è uscito nelle sale “Un ragazzo d’oro” di Pupi Avati con Sharon Stone, in cui sono il rivale in amore di Scamarcio, fidanzato della Capotondi. L’anno prossimo andrà in onda su Rai Uno “Anna e Yusuf” di Th Torrini. Da pochi giorni si è conclusa la sceneggiatura definitiva di un grande film partorita da una mia idea circa due anni fa, spero veda la luce al più presto e trovi una produzione eticamente all’altezza del progetto.

A chi dedichi il tuo successo, il tuo essere arrivato fino a qui? Non vedo ancora un grande successo, sto avendo grandi e piccole soddisfazioni ma la strada è ancora in salita. Dedico tutto ciò che ho ottenuto fino ad ora alla mia fragilità, che ho sempre ritenuto una debolezza ma che invece mi ha permesso di apprezzare ogni momento anche i più duri, così da andare avanti senza mai fermarmi.

Il tuo primo pensiero al mattino? Gratitudine incondizionata, grazie grazie grazie ripetuto come un mantra.

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