agosto 28, 2015 | by Emilia Filocamo
Cronaca di una conoscenza fuori dagli schemi

Olga, il cui cognome immagino difficilissimo, un avvicendarsi di consonanti e di v pronunciate con il suono frizzante e frinente di una f, mi ha colpita all’istante. Seduta là, in mezzo alle altre, nella platea, nel sancta sanctorum della tribuna, infilata nella parata di sediolini contrassegnati da un numero e da una lettera e così diversa dalle compagne diafane e prevalentemente bionde. Rossa di capelli, morbida di lineamenti, con lo sguardo puntato in avanti, verso il mare, verso la sera blu/fresca di Ravello. Olga è una giovane violoncellista bielorussa, 21 anni credo di ricordare quasi con precisione, e se me sta stretta fra i compagni con lo sguardo morbido ma di chi sa dove vuole andare. E perché. Nella gorgiera limita pubblico tutta sedili, corrimani e postazioni del 23 agosto 2015, gli occhi di Olga sono gli stessi dei suoi compagni. Travalicano le lingue, le parole che suonano diversamente, l’alfabeto arzigogolato della terra da cui provengono, fatto di cuspidi che sembrano così diverse dalle rotondità benevole del nostro, e vanno verso un sogno realizzato: una settimana di corsi e lezioni durante il Ravello Festival 2015, grazie al progetto della Fondazione Ravello. Li guardo quei ragazzi, i visi sono belli, giovani e ben delineati, pallidi, mi sembra quasi di poter stabilire un gioioso alterco fra la mia e la loro totale assenza di abbronzatura, guardo i loro accompagnatori, i maestri, stanno dritti e squadrati sui sedili e hanno archetti, note, punte, pece e corde di budello, tasti e diapason, sordine ed ance che riempiono i loro occhi, per lo più chiari. Non si distraggono, applaudono alle presentazioni dello staff, io credo che applaudano anche al mare, si stupiscono, mordono con gli occhi ogni cosa che li circonda e sembra abbiano solo e sempre più fame. Ci sono bellezza, fierezza, contegno e voglia di imparare. La seduta di presentazione si scioglie dopo poco, complice un evento incipiente, il brusio familiare del doversi sbrigare, la  tartare dei novelli badge che presto traballerà anche intorno ai loro colli. Olga sta con me, con lei  Anna, una pianista e Karina, una ballerina. Nelle poche parole che riusciamo a scambiare, grazie alla traduzione in inglese di Anna, mi raccontano appunto questo: non ho prestato sufficiente attenzione, ma le dita di Anna e la postura di Karina avrebbero dovuto o potuto suggerirmelo. Per Olga poteva solo essere più difficile intuirlo prima di ogni spiegazione. Insomma, non è facile trovare un segno: per esperienza so che il violino tende a lasciarti una sorta di “indizio”, quella voglia che si forma scurendo ed allargandosi a seconda della devozione che gli si presta, proprio sotto il collo e dovuta ad una rodata posizione incastrata fra la mentoniera e la spalliera. Forse avrei dovuto guardarle i polpastrelli, induriti, come è noto, dalla pressione agitata sulle corde. Ma Olga continua a colpirmi con quella sua pacata certezza di essere nel posto giusto, al momento giusto. Parliamo, dicevamo, intorno tutti gli altri ragazzi bielorussi, alcuni sono scriccioli biondi, magrissimi, poco più che bambini ma poi basterà vederli imbracciare uno strumento per capire che hanno qualcosa in più. Si scambiano sorrisi, riconoscendosi appostati in più punti della Villa per seguire le operazioni dello staff necessarie alla preparazione dell’evento. Si scambiano qualche battuta nella loro lingua, scattano foto, alzano la testa e guardano l’architettura degli alberi che preme gentile sul viale di ingresso quasi a fare da cariatide al cielo intenso che hanno tutte le fini di agosto. Hanno un impeto di gioia quando, nella folla educata degli ospiti paganti, riconoscono, si proprio in quella Babele ben vestita e sorridente, qualcuno di madrelingua russa. Poi ecco che Olga, Anna, Karina ed io proviamo nuovamente a parlarci, io ed il mio inglese scolastico “cresimato” dalla pratica quotidiana e necessaria che ti impone un luogo come Ravello, Anna, il trait d’union indispensabile per non confrontarci solo a gesti, con un inglese altrettanto credo scolastico ma con la chiara “possessione” di una lingua natia completamente diversa. È il momento di inizio dell’evento. Alcuni degli allievi bielorussi, i più piccoli e i più stanchi, salgono le scale che portano alla Torre Maggiore e si siedono sui gradini, altri stanno intorno. Gilles Apap sfiora le corde del suo violino, non vorrei sbagliarmi ma credo sia il primo movimento dell’Estate di Vivaldi, cerco conferma nello sguardo sereno e castano di una delle istruttrici dei ragazzi. Mi guardo intorno: Olga, Anna e Karina non sono più vicine a me, stanno oltre la palizzata del pubblico, in piedi, nonostante le ore di viaggio, guardano e ascoltano. Le raggiungo per dire loro che mi siederò dietro, accanto al pozzo, sorridono, non credo mi abbiano capita. Restano là. Come tutti gli altri. Ad ascoltare. Domani mattina avranno i loro badge, i loro sandali si impolvereranno con la terra del viale, sentiranno l’ombra ristoratrice del chiostro, si lasceranno abbagliare dai fiotti di luce che provengono una volta saliti al Belvedere, siederanno al Belvedere, sentiranno il ticchettio dei sandali sugli spalti, vedranno la fiumana gentile e nera  delle hostess indicare un numero, un vagone di sedili. Sentiranno i 3 squilli sirena per non tardare all’ingresso, forse avvertiranno la concitazione del momento in cui, chiusi i cancelli, come in un novello limitar di Dite, non si accede più. Forse proveranno ad indovinare cosa abbia mai detto il ragazzo in giacca nera e cravatta all’elegante signora in abito rosso di chiffon. Non lo so. Provo solo ad immaginare. Ed è bello. Che in questa estate così strana, che in questo Ravello Festival così bello e fragile, in questa stagione riottosa di temporali che ti piombano addosso all’improvviso e non lasciano il tempo di organizzarsi, di caldo che scoppia con la stessa fame di un leone, di cambiamenti, di nuvole che vanno e vengono, di ragioni e di speranze, ci siano loro. Con gli occhi pieni di note, la “faccia” da note, come ieri sera mi diceva un collega e quel silenzio che li compone all’improvviso quando un arco si infila curioso su un materasso di note, quando le mani di un direttore d’orchestra vanno al cielo come per un Padre Nostro laico. È bello che siano qui. E che ci siano ora. Con la loro lingua complessa ed incomprensibile, gli occhi cerchiati e i capelli biondi, le dita ossute e l’intonazione giusta, con l’arrendevolezza tenace che hanno i fiori più belli, quelli ancora in fieri di pioggia e stagioni.

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