giugno 23, 2015 | by Emilia Filocamo
“Da bambino sognavo di vivere nella città dei gladiatori”. La storia dell’attore iraniano Hamarz Vasfi

Chi lo ha detto che i sogni non si realizzano? Chi ha messo con decisione e disincantata consapevolezza un veto sulla possibilità di vedere il proprio desiderio compiersi da un momento all’altro? Quella che segue, l’intervista che segue, è la poetica manifestazione dell’avverarsi di un sogno, di quello di un bambino, un ragazzino di poco più di 10 anni il cui desiderio più grande era quello di vivere nella città dei gladiatori, la grande Roma conquistatrice, la Roma dei potenti, dei re, dei colli e delle bighe. Questa intervista sarà accompagnata costantemente da un’immagine, suggeritami dallo stesso protagonista, l’attore iraniano Hamarz Vasfi che, a 13 anni, sfuggito alla rivoluzione del suo Paese ed arrivato finalmente in Italia, cammina tra i Fori Imperiali e vede la fisionomia del Colosseo stagliarsi nel suo sguardo, simbolo di potenza e di conquista. Ed è così che mi inoltro nel mondo di Hamarz Vasfi, attore di talento che si racconta con grande garbo e sincerità, senza mai dimenticare il suo sogno di bambino.

Hamarz cosa porti nella tua professione di iraniano e cosa invece hai preso dall’Italia? L’Italia mi ha dato tanto e continua a darmi tanto. Ho lavorato al fianco di grandi professionisti, da Alessandro Preziosi ad Antonio Catania, da Giorgio Tirabassi a registi come Alexis Sweet che sul set ti mette a tuo agio. E con la produzione di Romanzo Siciliano e di Squadra Mobile ho davvero lavorato bene perché mi hanno dato le condizioni giuste per potermi esprimere al meglio. Sicuramente ho portato del mio Paese, dell’Iran, l’originalità, in Iran siamo famosi per la nostra celebre scuola di doppiaggio ma anche per la nostra naturalezza nel recitare. Se guardi un film iraniano ti sembra di guardare una scena vera, una scena di vita reale, quindi sono riuscito ad unire la naturalezza iraniana all’esperienza italiana.

Dove ti vedremo prossimamente? Su quali set sei impegnato? Sarò sicuramente in Task Force 45 con Raoul Bova. Affronto con grande entusiasmo questa esperienza così come ho affrontato tutte le altre, come con la miniserie l’Oriana che non solo mi ha dato tanta visibilità ma che mi ha permesso di imparare tanto. Fare l’attore è un mestiere come un altro ma se arrivi sul set convinto di aver già imparato tutto, di sapere già tutto, allora cominci col piede sbagliato. Devi guardarti costantemente intorno ed imparare, rubare dagli altri. Noi attori dobbiamo essere sempre assolutamente autocritici e non smettere mai di studiare.

Credi che la tua fisicità, i tuoi tratti somatici, ti abbiano un po’ condizionato nella scelta dei ruoli che ti sono stati affidati? Ma ti dirò che più che la mia fisicità, hanno condizionato i casting director il mio nome e cognome. Ho fatto sempre provini, ero chiamato ai provini, per interpretare parti da straniero ma poi mi facevano fare sempre l’italiano. Anzi, la mia fisionomia è stato un passaporto importante per interpretare ruoli sia italiani che stranieri. E poi ho il vantaggio di parlare tre lingue: italiano, inglese ed iraniano.

C’è un ruolo che vorresti interpretare e che resta un po’ il tuo sogno nel cassetto? In verità non c’è un ruolo, c’è piuttosto la volontà di continuare a lavorare senza dati anagrafici, insomma fino a tarda età e andare avanti più a lungo possibile. Poi magari, se arrivasse un grande ruolo da protagonista… perché no?

C’è un ricordo o un set al quale sei particolarmente affezionato? A dire la verità sono sempre quelli più recenti di Squadra Mobile, Romanzo Siciliano e Rex. Quelle con i Manetti Bros, con Lucio Pellegrino ed Alexis Sweet sono state esperienze uniche ed indimenticabili. Mi hanno messo a mio agio  e poi non ci sono solo registi ed attori su un set ma anche tutto il resto dello staff che, oltre ad essere di estrema competenza, mi ha supportato tantissimo.

Vista la tua duttilità e versatilità, anche con le lingue, ti ha mai sfiorato il pensiero di lavorare oltre oceano? Mi sfiora costantemente ed ho avuto già alcuni contatti e proposte fra Los Angeles e San Diego, diciamo che sono state gettate le basi e che dovrei avere a fine estate le risposte che aspettavo da agenti e persone là sul posto. Se dovessero andare in porto arricchiranno il mio bagaglio di esperienze ma non mi porteranno mai lontano dall’Italia se non per i periodi di lavorazione. Io amo questo Paese, il mio sogno da bambino era di vivere nella città dei gladiatori, quando mi sono ritrovato a camminare sui Fori Imperiali e a guardare il Colosseo, non credevo ai miei occhi, puoi immaginare la mia emozione adesso che lavoro qui.

Hai mai qualche rimpianto? E rifaresti tutto quello che hai fatto fino ad ora? Probabilmente rifarei ancora gli stessi errori che mi hanno permesso di imparare tanto. Ecco perché io non so mai se chiamarli errori o insegnamenti, mi sento solo felice, ho realizzato quello che volevo, mi sento realizzato nel lavoro, nella vita affettiva. Ciò che voglio è non permettere alle difficoltà di abbattermi e di togliermi quello che ho raggiunto, voglio continuare a lavorare e a tenere unita la mia famiglia.

Conosci il Ravello Festival? Assolutamente sì, è una kermesse eccezionale di cui si sente tanto parlare, zeppa di artisti di calibro internazionale. Non ho ancora avuto l’occasione di parteciparvi ma spero accada prima o poi.

A chi dice grazie oggi Hamarz Vasfi? A due delle tre donne più importanti della mia vita e cioè a mia moglie e a mia madre perché mi hanno sempre sostenuto ed incoraggiato, poi ovviamente c’è anche mia figlia.

Ecco, da padre, ti augureresti che tua figlia seguisse la tua strada, che intraprendesse un percorso artistico? Ne sarei felicissimo, in verità sta già succedendo perché ha un piccolo ruolo proprio in Task Force 45. È ancora troppo piccola per fare pronostici, ha solo 6 anni, ma io la supporterò in qualsiasi scelta perché sostenere i figli è importante, così è stato per me e così sarà per lei. Se la supporterò sarà più forte nel raggiungere l’obiettivo che vuole e poi, quando prenderà il volo, resterò a guardarla da qui.

Sono le ultime bellissime parole dell’intervista ad Hamarz Vasfi. Io, però, torno qualche parola indietro, come faccio solitamente quando sono curiosa e voglio imparare di più dagli artisti. Torno a quel punto in cui Hamarz Vasfi ha rivelato che non sa se chiamare gli errori appunto errori o insegnamenti. Hamarz parla troppo bene l’italiano perché possa pensare o solo presupporre ad un errore e ad una confusione di termini: lui sa che da un errore può nascere un’esperienza unica, un insegnamento. Credo faccia parte non solo della sua cultura ma del suo essere uomo ed artista. Così come da un pugno di terra apparentemente sterile possono esplodere all’improvviso straordinarie ed inaspettate fioriture.

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