dicembre 7, 2015 | by Emilia Filocamo
Da carabiniere ad attore amico di Massimo Troisi. Giuseppe Gifuni racconta l’incontro che gli cambiò la vita

Questa intervista non sarà come le altre e non per una scelta personale o perché mi sia impegnata   particolarmente per renderla diversa. Si distinguerà perché ci saranno poche domande, quelle comunque necessarie a stabilire una connessione con il personaggio in questione, e poi perché il tutto si svilupperà in un malinconico e struggente flusso di coscienza e di ricordi, quelli che hanno legato, con una casualità che si chiama destino, l’attore ed ex carabiniere Giuseppe Gifuni ad un grande della tradizione napoletana, Massimo Troisi, e scriverlo in questo momento, in questi giorni, in cui un altro grande, Luca De Filippo è improvvisamente scomparso, fa un certo effetto. Giuseppe Gifuni mi racconterà del 5 dicembre, quando con Carlo Giuseppe Trematerra (attore e regista) da anni suo amico e spalla, Rosario Petraroli, Marco Trematerra, Stefania Ercole, Cinzia Gallo, Anna Gallo, Antonio Bilangia e Alfonso D’Ambrosio riporterà in scena al Piccolo Teatro Massimo Troisi – a Capodimonte, presso l’Istituto Scolastico Novaro, “Stazione Carabinieri Salvo D’Acquisto”. Il nostro discorso comincerà proprio da lì per poi dipanarsi in più direzioni e toccare Roma, durante i festeggiamenti di un lontano Capodanno, un uomo in divisa ed un’auto che porta in giro un grande artista.

Giuseppe, puoi raccontarci cosa accadrà il 5 dicembre, cosa porterai in scena? Certo. Stazione Carabinieri Salvo D’Acquisto è la storia di due carabinieri che, per punizione, vengono trasferiti appunto alla caserma Salvo D’Acquisto di Roma: si racconta la vita dell’Arma, in bilico fra finzione teatrale e verità, fra turni di lavoro, insoddisfazioni, raccomandazioni, difficoltà ad interloquire con i temuti Generali e di frustrazioni conseguenti quando non si riesce ad essere accontentati, fra l’altro episodi che nella vita reale hanno avuto ben altre conseguenze sui carabinieri, spesso drammatiche purtroppo. Ho scritto questo spettacolo quando ancora ero nell’Arma, dunque avevo esperienza diretta e tangibile di quella vita; i cognomi dei protagonisti sono quelli dei motociclisti, il reparto a cui appartenevo allora, quello dei Centauri, ai quali ho dedicato la poesia “I Centauri” pubblicata nel giornalino “Fiamme D’Argento” e grazie alla quale ho ricevuto a Roma il 23 marzo 1998 un attestato di riconoscimento direttamente dal Comando Generale dei Carabinieri.

Sei stato un grande amico di Massimo Troisi: puoi raccontarci la magia di quell’incontro? Dico sempre che quello è stato un incontro predestinato. Era la sera del 31 dicembre del 1988, ero in servizio come motociclista a piazza della Malva, a Trastevere. Ad un certo punto si fermò un’auto per chiedermi informazioni e dentro c’era proprio lui: Troisi. Ho cominciato ad imitare la sua voce e lui stupito dalla mia bravura mi lasciò il suo biglietto da visita. Da allora ogni nostro successivo incontro è stato pieno di gag esilaranti e di momenti indimenticabili. Anche con l’allora compagna di Massimo Troisi, Clarissa Burt. Troisi abitava nei pressi del Comando Generale e spesso, a fine servizio, mi capitava di andare a trovarlo. Non dimenticherò mai un episodio: un giorno andai a trovarlo a Cinecittà, lui era lì per lavorare ad Il Viaggio di Capitan Fracassa e non mi fecero passare, anzi mi dissero che Troisi stava riposando e che non aveva fatto entrare nemmeno un noto produttore. Ma poi lui mi fece richiamare: entrai e lo trovai ancora vestito da Pulcinella. Non   dimenticherò mai le sue parole “Giuseppe, per te ci sono sempre” Un’altra sera, al termine del servizio, gli portai come regalo una maschera di Pulcinella in terracotta ma, durante il tragitto, si frantumò; imbarazzato e per scusarmi dell’accaduto pensai di comprargliene un’altra, ma quando  Massimo la vide mi chiese, scherzando, se fosse un mosaico e disse che l’avrebbe conservata perché era unica, ed era una specie di nostro segreto. Dopo la sua morte nel 1994, con Peppe Falzone e Mariella Di Lauro ho fondato la prima compagnia “La Maschera” appunto con la quale nel 1997 al Teatro Belli di Roma ho portato in scena “Stasera pazziam’ cu e’  stelle” con il titolo di Rosaria Troisi. E da allora la compagnia divenuta poi La Maschera di Napoli porta in giro in vari teatri lo spirito di Massimo.

C’è qualcosa che ancora ti manca della vita nell’Arma? Ad esserti sincero mi manca il mio reparto, quello dei motociclisti a Roma. È stato un periodo bellissimo, divertente. Poi tante altre cose, no. Tanti meccanismi non mi mancano affatto.

Ti piacerebbe provare a suggerire il tema del prossimo Ravello Festival? Non so, magari lo dedicherei a Troisi, anzi all’Oscar mancato a Troisi perché, secondo me, nel film “Il Postino” Massimo ha fatto davvero un lavoro pazzesco sul personaggio, soffrendo anche fisicamente per calarsi ed immedesimarsi nel ruolo, lo meritava senza ombra di dubbio. Ecco questo potrebbe essere magari un tema interessante, il tributo ad uno dei più grandi artisti della nostra terra.

Credevo la nostra intervista fosse finita qui, ma, dovevo intuirlo che non poteva chiudersi come le altre. Sai, c’è una cosa che non dimenticherò mai fra le altre e che dà un’idea precisa dell’amore che la gente nutre per Massimo Troisi. Quando andai a porgli l’ultimo saluto, a casa di sua sorella, c’era tantissima gente, soprattutto colleghi, artisti, gente famosa che lo conosceva e che magari, in quel momento, si intratteneva parlando anche di lavoro, di cinema. Ad un certo punto entrò una vecchietta, vestita in maniera semplice, come fosse appena uscita di casa, prese la mano di Massimo la baciò e poi la ricoprì con il lenzuolo. Ecco quella è un’immagine che non andrà mai più via dalla mia mente.

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1 Comment
  • Grazie Emila… L’intervista è straordinaria, una sintesi che racconta tutto con semplicità e professionalità. Per il festival di Ravello tienimi presente, rappresentare Massimo Troisi per me sarà come ricevere un premio sull’amicizia. Un abbraccio Giuseppe Gifuni

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