settembre 28, 2014 | by Emilia Filocamo
Da manager a scrittore, sceneggiatore e regista: storia di Alessandro Riccardi, un uomo ed un artista del Sud

E’ tutta “colpa” del Sud. Assolutamente. Senza dubbi, senza se e senza ma. Inizierei così questa intervista fatta allo scrittore, sceneggiatore e regista Alessandro Riccardi in un lunedì mattina di viaggi, impegni, connessione telefonica disturbata di tanto in tanto da qualche fruscio metallico che costringe alla ripetizione e quasi allo spelling delle parole. Tutta colpa del Sud perché il protagonista, appunto Alessandro Riccardi, napoletano, sa quanto questo essere napoletano abbia influenzato le sue scelte, facendo leva sulla straordinaria apertura, sul calore simbolo del modo di essere a sud e nel sud. E’ proprio   lui stesso infatti a confermarmelo nel corso dell’intervista. E poi io ho bisogno di partire da “giù”, dal tema che mi riporta a Ravello e che conduce inevitabilmente Alessandro Riccardi ai suoi esordi.

Alessandro, sei un uomo del Sud ed il leitmotiv del Ravello Festival 2014 è appunto il Sud. Ma se ti dico sud, tu a cosa pensi? «Io mi sento molto uomo del sud, nonostante ormai viva da tempo a Frosinone. Sento assolutamente vivo e presente in me quel calore particolare, quella cifra distintiva con cui sappiamo rapportarci alle persone e stabilire connessioni umane. Anzi, posso dirti che in gran parte della mia carriera sono riuscito ad ottenere ottimi risultati proprio perché ho stretto ottime relazioni, con estrema apertura. E questo è assolutamente tipico del Sud».

Sei figlio d’arte, provieni da una famiglia di artisti, ma non credo che questo possa bastare per far nascere una passione e tramutarla in carriera o successo. Ci racconti brevemente i tuoi esordi? «Ho avuto un percorso un po’ sui generis: lavoravo alla Wind, sono passato dal call center al Project Management e da lì, poi, a Roma per seguire alcuni progetti legati al gruppo Enel. A Roma ho avuto la possibilità di incontrare e conoscere registi e attori soprattutto appartenenti al cinema indipendente o autori di cortometraggi. Uno di questi, sapendo che ero uno scrittore, mi ha chiesto la sceneggiatura di un cortometraggio e quando mi ha portato sul set, ecco io ho avuto una folgorazione. Mi sono innamorato del mestiere e dopo un anno ho lasciato la Wind, ho dato le dimissioni perché ho capito quale fosse davvero la mia strada. In realtà non è stato uno strappo ma un passaggio graduale perché per un anno ho fatto due vite, mi alzavo, andavo in ufficio fino alle 17,00 e poi, dopo quell’ora, facevo il mio vero mestiere, stando sul set magari fino a notte fonda. Per poi ricominciare tutto la mattina successiva. E’ stato faticoso, certo».

Sei scrittore, sceneggiatore, regista, produttore. Ma quale di queste componenti prevale maggiormente in te, in quale veste insomma ti senti più a tuo agio? «Sicuramente come scrittore e poi negli ultimi anni mi sono avvicinato di più alla sceneggiatura ma questo dipende sempre dal fatto che ho una vera e propria ossessione per la scrittura. Devo rivedere, rileggere tutto e controllare ogni cosa. Per quanto riguarda la regia, non credo di possedere la stessa, furiosa inclinazione».

Ci dai una tua definizione di teatro? E, soprattutto, ritieni che il teatro sia uno step fondamentale per un attore che vuole definirsi tale? «Teatro e cinema sono due cose, due realtà assolutamente diverse. Il cinema crea qualcosa in poco tempo, è energia che si esprime e che si consuma all’istante. A teatro, invece, il tempo si dilata ed il personaggio subisce questa sorta di “crescita” graduale. Un attore che vuole fare cinema, secondo me, deve cominciare direttamente dal cinema, perché ci sono tempi e tecniche assolutamente diversi. E i corsi di cinema sono tanti ormai. Sono due realtà separate e così deve essere, come d’altronde succede negli Usa».

L’incontro che ti ha cambiato la vita, professionalmente intendo? «Ce ne sono stati tre importanti. Il primo è stato sicuramente quello con mia moglie Viviana Panfili, architetto e scenografa. Ci siamo conosciuti perché abbiamo lavorato insieme, lei è scenografa appunto ed io avevo diretto uno spettacolo in cui fra le attrici c’era una sua amica. Siamo stati prima colleghi quindi e poi, dopo 6 mesi, ci siamo accorti che provavamo qualcosa di più, non ci siamo innamorati subito. Io e Viviana ci compensiamo: io ho un modo di pensare e di lavorare molto lineare, diretto, lei tende più ad arricchire. A lei devo davvero molto. Il secondo incontro importante è stato quello con Gianluca Varriale, il mio socio nella società di produzione Vargo. Prima di conoscerlo mi ero convinto a non avere più un socio, ma poi ho incontrato lui, commercialista, e ci troviamo bene insieme, abbiamo due modi di vedere le cose che si armonizzano perfettamente. Poi il terzo incontro importante è stato quello con l’attore Gianni Capaldi, di origini scozzesi ma che vive da tempo a Los Angeles e fa il producer ad Hollywood. Ci siamo visti sul set del film Janara, fra l’altro girato in Campania, nel beneventano, ed è stato fantastico, lui lavora molto negli Usa ma voleva fare un film in Italia, avendo nonni italiani. Ci siamo conosciuti la prima volta su facebook grazie ad un amico comune. Io sono molto sincero nel dirgli che con i soldi che lui prendeva di cachet, potevo realizzare un film intero, ma Capaldi ha accettato ugualmente ed ha recitato in italiano. Adesso sono in fermento per il mio prossimo film, un action movie con attori americani, un cast molto importante, di spicco e che cominceremo a girare in Puglia a Novembre».

Oltre a questo action movie che comincerai a novembre, hai altri progetti? «Si, ho scritto un nuovo romanzo, tutti quelli che l’hanno letto, amici per lo più, mi hanno detto che è il migliore, ma non è ancora stato pubblicato, sono stato a Milano proprio la scorsa settimana per prendere contatti in vista di una pubblicazione».

Puoi anticiparci qualcosa della trama? «E’ una storia che parte 20 anni fa, in un paesino delle Marche, quello dove andavo in villeggiatura, ma non è una storia autobiografica. Racconta della storia d’amore fra due quattordicenni ma all’improvviso la ragazzina di cui si innamora appunto questo ragazzo, sparisce misteriosamente. Spariscono lei e la madre E lui resta come ossessionato da questa sparizione. Dopo venti anni, questo ragazzo è diventato un giornalista di Repubblica e riprende quella misteriosa ricerca, attraverso una serie di indizi e di tracce che lo porteranno ad esiti inaspettati».

A chi vuoi dire grazie oggi? «A mia moglie Viviana perché mi sopporta, oltre a supportarmi: non ho un carattere facile. E poi ai miei genitori che non mi hanno mai osteggiato e che hanno compreso le mie scelte, tutte, anche quando forse all’inizio potevano sembrare dei colpi di testa».

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