ottobre 21, 2014 | by Emilia Filocamo
«Da mio padre nessuna raccomandazione solo l’invito a studiare tanto». L’attore Massimiliano Buzzanca si racconta fra teatro, cinema e famiglia

La passione è una luce che si può tentare di oscurare, coprire, soffocare, a cui si può magari anche voltare le spalle, fingendo che non sia là, ad abbagliarci e a chiamarci. La passione è un solletico strano che sta ovunque che si può tentare di tacere, mettere in sordina, fino a quando non diventa proprio insopportabile ed allora esplode. Si espande, domina, prende campo e forma. Conquista il territorio che già possedeva in maniera latente, e la contrazione di quella sorta di morbo, diventa contagio e poi malattia. Mi viene in mente questo paragone un istante dopo aver ascoltato con piacere ed attenzione le parole dell’attore Massimiliano Buzzanca, il cui cognome non è certo un mistero, anzi porta dentro, quasi come un bozzolo si porta dentro il segreto delle ali, quella che è la sua parentela importante. Figlio ovviamente del noto e grande Lando Buzzanca, Massimiliano si racconta, anzi racconta di se e, come se si trattasse di un monolito, di un blocco inscindibile, e questo credo sia bello nonostante i necessari, obbligatori tentativi di fare strada e, inevitabilmente, di suo padre. Sin dalle sue prime parole, scopro un attore che ha quasi esorcizzato la sua vocazione dedicandosi ad altro per 11 anni, fino a quando quella stessa vocazione non l’ha richiamato a sé. Partiamo proprio da questo: essere figlio d’arte non comporta, credo, necessariamente all’equazione figlio d’arte uguale artista.

Massimiliano, essere figlio d’arte ha in qualche modo motivato ed influenzato le tue scelte professionali oppure sei diventato attore per una tua passione? Insomma tuo padre ti ha instradato a questo mestiere? «Instradato direi proprio di no. Fin da quando ho cognizione di me, posso solo dire che l’influenza che mio padre ha esercitato maggiormente su di me, se davvero si può parlare di influenza, è stata quella di portarmi spessissimo al cinema. Solo che vedevamo i film dal suo punto di vista, quello del mestierante e non dal punto di vista di uno spettatore qualsiasi. Quindi stavo attento ai dettagli, cose che per uno spettatore comune rientrano automaticamente nell’economia del film, guardavo la tecnica, la regia, la fotografia e lo stesso avveniva con i cartoni animati, li vedevo da un punto di vista professionale. Certo, il richiamo a questo mestiere è stato naturale ma tengo a precisare che mio padre non ha mai voluto che facessi l’attore ed io, non a caso, per 11 anni ho fatto l’avvocato forse, inconsciamente, per dimostrargli che non volevo fare un mestiere che mi permetteva che so di arrivare alla fama, alla bella vita, alle minigonne e ai lustrini. Cose che puoi trovare anche diversamente. Ricordo ancora quando mio padre debuttò al Sistina ed aveva la febbre, io gli dissi, ma senza problemi, che avrei potuto tranquillamente sostituirlo perché sapevo tutto, avevo imparato la sua parte perfettamente. Anzi, ricordo che stavo dietro il sipario e mi preparavo. Poi alla fine mio padre andò in scena senza problemi ma io ero pronto, senza alcuna esitazione, emozionato ovvio, ma non insicuro, a sostituirlo. Già quello credo fosse un segnale».

E quindi il tuo vero esordio quale è stato? «Ma forse con le prime recite a scuola. Perché c’era uno studio teatrale. Poi fra i 16 e i 18 anni ho debuttato in teatro insieme a Paolo Bonolis, eravamo compagni di istituto. Poi lui ha proseguito la sua carriera con Bim Bum Bam ed io, invece, mi sono iscritto all’Università e ho aperto uno studio legale. Solo che ad un certo punto, ho capito che non era quello ciò che volevo e che, in fondo, se ero totalmente sincero con me stesso, non me ne fregava nulla. Così ho deciso di recitare. Mio padre non mi ha parlato per un anno intero, poi vide in una fiction su Mediaset e si rese conto che ero in grado di fare questo mestiere. Mi ha dato tanti consigli, ma mai una raccomandazione. Anzi, mi ha sempre ripetuto che per me non avrebbe mai alzato il telefono, nel senso di fare una telefonata per aiutarmi o favorirmi. Ed infatti me la sono sempre cavata da solo. Abbiamo poi avuto modo anche di essere insieme sul set, è successo nel Restauratore, fiction con mio padre protagonista e grandi ascolti. Mio padre non sapeva nulla: in quell’episodio, di cui ero protagonista, io interpretavo un militare e quando mi ha visto recitare, si è divertito, è stato contento e gli è piaciuto molto come mi muovevo; sul set c’è stata tutto un gioco di sguardi molto intenso che ha gradito anche il regista».

A proposito del Restauratore, come spieghi il grande successo di questa fiction, oltre ovviamente alla bravura del protagonista, suo padre, e degli altri interpreti? «Le componenti del successo di questa fiction, le motivazioni, sono tantissime. Sicuramente un regia sapiente, quella di Enrico Oldoini e poi, una cosa incredibile, è l’affetto del pubblico nei confronti di mio padre che riesce a calamitare l’attenzione di tutte le generazioni: pensa che anche i figli della mia compagna, che hanno 12 ed 8 anni quando c’è mio padre e la fiction in onda, vogliono restare in piedi per guardarla. Il ruolo di mio padre è molto complesso: è un Superman dei nostri giorni, un restauratore di oggetti, ma soprattutto di anime, un deus ex machina che risolve situazioni, una presenza sovrannaturale che molti vorrebbero credo nella propria vita di tutti i giorni. Ed è anche un eroe umano, lui stesso spaventato ed esitante davanti a questi suoi super poteri. Ricordo che nella prima serie, c’è stato un momento in cui mio padre perde i poteri: bene, non hai idea di quanti amici mi hanno chiamato per sapere come andava a finire, se mio padre li avrebbe recuperati! Questo per farti capire quanto mio padre sia stato capace di calarsi nel ruolo e di renderlo credibile: il rischio con un prodotto del genere, così insolito ed innovativo, poteva essere quello di creare un’americanata che lasciava lo spettatore indifferente. Mio padre, invece, si è preparato a fondo: ha voluto il copione 8 mesi prima per capire il suo ruolo, e poi anche il suo essere sconvolto da ciò che vede, lo rende ancora più umano e credibile. Perché è un dono importante ma anche difficile e con cui deve convivere. E poi a questo si unisce ovviamente anche la componente da giallo, da thriller che fa da sfondo a tutta la vicenda».

C’è stato un incontro professionale che ti ha segnato? «Sicuramente l’incontro con Pupi Avati sul set de il Figlio più piccolo è stato fondamentale e sinceramente spero di avere l’occasione di lavorarci nuovamente. In verità la mia fortuna è stata proprio quella di aver lavorato sempre con dei grandi registi, con persone in gamba, da Fabrizio Costa ad Enrico Oldoini, da Avati a Massimo Spano. Poi è stata la volta di Los Borgia di Antonio Hernandez, un film interamente recitato in castilliano in cui sono stato in grado di rendere la lingua in maniera così perfetta che il regista stesso credeva fossi spagnolo. In verità avevo studiato tanto, mi ero preparato tantissimo e alla fine, rispetto alle 5 o 6 pose che mi toccavano, sono riuscito a conquistarne ben 11. Anzi lui mi ha poi voluto in Spagna per girare le ultime scene. Poi l’incontro con l’acting coach Ivana Chubbuck mi ha letteralmente folgorato ed illuminato a livello professionale, idem con Ennio Coltorti, con cui ho lavorato benissimo e con Fioretta Mari, che ammiro e stimo moltissimo, anzi la stima è ricambiata. Molti colleghi spesso mi hanno chiesto come mai riesco ad avere una simile fortuna nel fare gli incontri giusti e credo che il motivo sia solo nel fatto che non bisogna considerare questo mestiere solo per un tornaconto di successo effimero. Questo mestiere è fatto di studio, di sacrificio. Puoi avere l’occasione di prendere al volo il treno giusto, oppure puoi restare fermo alla stazione per chissà quanto tempo. Certo, ammetto, che il mio cognome spesso è stato ingombrante: mi è capitato ad esempio di essere chiamato in Rai per un progetto e poi hanno voluto mio padre come protagonista e tutte le attenzioni si sono riversate su di lui. Ma è ovvio, è una persona ingombrante, in tutti i sensi, per personalità, per talento, anche fisicamente! Ecco perché cerchiamo anche di lavorare su binari distanti, sebbene molte persone abbiano manifestato l’interesse e la voglia di vederci lavorare insieme. In fondo siamo una famiglia molto unita e questo si avverte anche sul lavoro, credo. Soprattutto dopo la perdita di mia madre, questo legame credo si sia rafforzato maggiormente».

I tuoi prossimi progetti? «Sto aspettando delle risposte per due progetti che ho presentato, anzi, una mia sceneggiatura è stata letta, apprezzata e proposta per una probabile serie. E poi intanto mi dedicherò alla regia teatrale, ho anche scritto il mio primo romanzo, quest’estate. Ero in un periodo di tranquillità, anche la mia compagna stava scrivendo un romanzo ed io avevo dei primi capitoli scritti da tempo e messi da parte. Anche grazie al suo consiglio, mi sono deciso a portarlo avanti: non è autobiografico ma è una storia d’avventura scritta già come se fosse una sceneggiatura e quindi facilmente traghettabile al cinema o alla tv. E a Marzo mi attende anche una cosa in teatro, ma sai questo è il mestiere delle attese».

Il consiglio che tuo padre ti ha dato più spesso? «Ah, uno solo: studia, studia, studia. Se vuoi crescere e migliorare devi continuare a studiare, sempre. Ma anche la Chubbuck è assolutamente categorica su questo aspetto. Un attore studia anche quando cammina, è fondamentale osservare, guardare, perché più ci si concentra su ciò che si ha intorno, più si ha la possibilità di renderlo anche durante un’interpretazione. Non bisogna subire la vita. Ho tanti amici attori e quando vedo che sono pigri e non studiano, tendo ad innervosirmi con loro e a spronarli fino a diventare antipatico, perché forse in loro riconosco quella mia stessa, precedente pigrizia . Questo è un mestiere fatto anche di pazzia, se metti meno razionalità e più pazzia, allora vai nella giusta direzione. E’ come quando i bambini giocano, loro non hanno la parte razionale che li blocca, per questo quando recitano sono così bravi. Quando riesco a liberare questa mia follia e ad essere meno razionale, ottengo il meglio da me stesso, se subentra l’autocontrollo, una sorta di auto censura e di vergogna, allora non si è più spontanei. I bambini quando giocano sono assolutamente liberi, spontanei, estranei a qualsiasi tipo di sovrastruttura».

Hai mai dei rimpianti? «No, credo di no. O forse solo quello che magari avrei dovuto dire prima a mio padre, già a 18 anni, quali erano le mie vere intenzioni e quindi che volevo fare l’attore anche io. Però sai l’esperienza di 11 anni come avvocato mi è servita tanto, mi sono confrontato con tante miserie umane e mi ha formato, culturalmente ed umanamente. Ad un certo punto ho dovuto smettere perché io lottavo per i clienti, per le loro cose ed era come lottare per tenersi una donna brutta e che non ti piace. Allora mi sono detto, se devo lottare per avere qualcuno, lotto per avere quello che voglio. E infatti ho frequentato una scuola di teatro e mi sono messo alla prova, soprattutto per vedere se riuscivo ad affrontare il pubblico. E alla fine, ho visto che mi piaceva e ecco, usando ancora una metafora, ho lasciato una moglie brutta per una bella amante. Certo più esigente, che non sempre mi da lavoro e che spesso mi crea problemi, ma almeno, quando torno a casa sono felice e so che ne è valsa la pena».

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