novembre 19, 2014 | by Emilia Filocamo
Da Polignano a Mare al cinema. Storia minima di Vito Facciolla

Le colonne sonore sono treni di note, ma esistono alcune colonne sonore speciali che non necessitano di questo ed in cui il sonoro è solo un’ombra, un’immagine. Colonne sonore che, paradossalmente, potrei definire mute. Nell’intervista all’attore Vito Facciolla, attore di  Ameriqua, di Noi credevamo di Martone, Vallanzasca, Gli angeli del Mare, Henry e ancora dello splendido Anime Nere, oltre che di teatro, ovunque, dai desideri agli odori, dai ricordi ai progetti,  sento il mare, il mare del sud, della sua Puglia. Inconsapevolmente, senza nessuna  preparazione, o artificio, strategia, senza nessun piano prestabilito, ci ritroviamo in un andirivieni costante che salpa ed approda al suo elemento primordiale e che tanto somiglia proprio ad un oscillare di scafi, di barche. Da alcune delle sue foto al piccolo divario che separa il suo paese natio, Polignano a Mare, dall’acqua, uno scalino, uno starnuto di soli 24 metri, il mare diventa trait d’union di tutto quello che mi racconterà. E scopro un uomo potrei dire fatto di sale e di scogli, fatto dei tramonti pugliesi e del bianco abbagliante delle case che accolgono il sole per rigurgitarlo poi più potente ed agguerrito di prima. Cominciamo l’intervista appunto dalle radici, che, nel suo caso, sono gettate a fondo come si trattasse di un’ancora e l’ancora, si sa, da stabilità, consapevolezza di ciò che si è e da cui si proviene. Ne parliamo in una giornata insolita per un’intervista: è domenica. E la domenica, al sud, è un rito, così come il mare.

Vito, sei un uomo ed un attore del Sud. In che modo il tuo essere del sud, questo tuo essere meridionale, ha influenzato la tua carriera e la tua vita? Questa non è una domanda semplice, anche perché più che sentirmi un uomo del Sud, mi sento un uomo del mare. Ognuno di noi vive a Sud di qualcosa, nel mio caso, il mio paese è Polignano a Mare, terra di Modugno, terra di grandi suggestioni, è un luogo unico in cui il mare è dappertutto, essendo per conformazione a strapiombo ed a soli 24 metri sul livello dal mare. Non so se anche questo abbia contribuito a farmi essere ciò che sono oggi, nel senso che, sicuramente, e parlo della mia esperienza personale e dunque della mia regione, la Puglia è una fucina di talenti, una regione vivacissima. Qualche anno fa, dopo uno spettacolo, una casa editrice volle regalarmi 2 volumi contenenti tutti i nomi degli attori degli ultimi 150 anni e mi resi conto che in quella lista moltissimi erano di origini pugliesi. Saranno l’aria, il clima, il sole. Tuttavia, nonostante il grande amore che nutro per la mia terra, ad un certo punto ho intuito che Polignano mi stava stretta, era come vivere sempre protetti da una campana, così ho sentito la necessità di scappare, ho cominciato con il teatro, un’esperienza formativa di alto impatto e che mi ha permesso di conoscere amici e colleghi straordinari come Peppino Mazzotta.

A proposito di teatro, visto che hai introdotto tu l’argomento, quanto conta per un attore la preparazione teatrale? Non sono io ad averlo detto, ma Marlon Brando, e cioè che il cinema è dei registi mentre il teatro è degli attori. A teatro, nella consuetudine delle prove, imbastisci un abito che dovrai prepararti ad indossare successivamente. Io ho fatto teatro dal 2007/2008 e poi sono arrivato al cinema. Sono di sicuro due realtà differenti e che hanno responsabilità diverse, in termini proprio di tecnica, al teatro c’è una consequenzialità dell’azione, al cinema, invece, devi entrare di getto in una situazione, pur non essendoci continuità temporale, proprio perché il cinema è frammentario e devi essere pronto in quell’istante a rendere al meglio.

Ho letto che hai una notevole propensione nel parlare diversi dialetti meridionali, a parte, ovviamente quello pugliese. Come mai questo amore e questa predisposizione? Per questo devo ringraziare mio padre che era un insegnante di educazione artistica ed amava moltissimo la musica. È stato lui a farmi ascoltare la prima volta la Livella di Totò ed io, a 7 anni, sapevo già ripeterla a memoria. È stato così che mi sono appassionato al dialetto napoletano, prima, e poi anche agli altri. A tal proposito una figura per me guida è stata quella del vescovo, Pompeo Sarnelli, vescovo del ‘600 che è stato il primo a scrivere un ordinario grammaticale per le scuole e che è stato fra i primi sostenitori della necessità di mantenere vivi i dialetti. E poi i dialetti sono creature dinamiche, che cambiano a distanza di pochi chilometri, Sarnelli sosteneva che in un dialetto ci sono i colori di un popolo.

Vito, perché sei diventato attore? Non sei figlio d’arte dunque, quindi tutto è iniziato con una tua passione personale? No, non sono figlio d’arte, come ti dicevo mio padre insegnava educazione artistica. Ma avevo di sicuro una vivace predisposizione, notata per la prima volta alle scuole elementari dal mio maestro, si chiamava De Laurentiis. Fu lui a scegliermi per tutte le recite scolastiche, e quando poi, dopo di me, non trovò con chi sostituirmi, nonostante io fossi ormai un alunno delle medie, continuava a chiamarmi per le rappresentazioni che si tenevano alle scuole elementari. Io sono un figlio della strada, cresciuto a fare le imitazioni. Quando compresi quanto fosse importante per me questa passione, scartai subito il bando di concorso dell’Accademia, per il fatto che fra le prove c’era da fare un tema e io non volevo assolutamente, pur essendo molto bravo nelle materie letterarie. È stata invece l’Accademia di Palmi a formarmi, una realtà unica per il periodo e per il suo genere, gemellata con quella di Varsavia, laboratorio di grandi talenti e in grado di farci formare anche con esperienze al’estero.

C’è stato un incontro determinante da un punto di vista professionale nella tua carriera? Più di uno di certo. Il primo sicuramente quello nel 1997 a Roma con Peter Brook, e poi successivamente a Venezia ebbi modo di lavorare, nel corso di un laboratorio, con due dei suoi attori, fra i quali Bruce Myers. È stato allora che ho davvero imparato tante cose e, soprattutto, che deve avere dei paletti, dei limiti per evitare di perdersi. E poi un altro grande incontro è stato quello con Flavio Bucci: alle elementari, ne fui molto influenzato, soprattutto dopo aver visto la sua interpretazione di Ligabue, e poi la vita ha voluto che potessi lavorare con lui nel mio primo spettacolo a teatro. Determinante poi è stato l’incontro con la grande Isa Danieli, una signora del teatro, è stata lei ad insegnarmi il rigore e la leggerezza di questo mestiere, che è il più bello del mondo. Anche se non è facile e spesso il nostro lavoro, la nostra fatica non vengono riconosciuti come meriterebbero.

Il lavoro che ti rappresenta meglio o al quale sei più legato? Sai non riesco a rispondere a questa domanda, ma posso dirti che tutto ciò che costituisce un modo per sfidarsi, diventa il lavoro preferito. Un attore che vuole essere bravo deve misurarsi con una realtà che non gli appartiene. Ed Anime Nere, in questo senso, è stato per me un banco di prova importante.

Ci racconti come è nata l’esperienza sul set di “Anime Nere” e cosa ti ha lasciato? Come sai, il film ha avuto una gestazione lunga, complessa, io conoscevo Stefania De Santis, direttrice del casting e da lì è cominciato tutto. Di Munzi, del regista, posso dire che ha avuto grande coraggio e talento nel voler raccontare una storia, e non filtrarla attraverso la visibilità e l’importanza degli attori protagonisti. Io credo che davvero guardando Anime Nere si esuli dai nomi, dagli attori e si vada dritti al cuore del racconto. Ecco perché non è solo un film sulla Calabria ma soprattutto sul sentimento di vendetta e sul genere umano, in questo senso si comprende anche il successo ottenuto a Venezia con ben 13 minuti di applausi.

I tuoi prossimi progetti? Sto lavorando ormai già da tempo intorno alla figura di Pompeo Sarnelli, ho scritto uno spettacolo teatrale e poi ho in lavorazione un soggetto cinematografico. Di altri progetti non parlo per scaramanzia, ma posso dirti che ho partecipato ad una fiction di Ricky Tognazzi, per la Rai, dedicata alla figura di Mennea. Poi sono parte integrante di un progetto molto bello dedicato al ventennale del Francesco Padre, il peschereccio di Molfetta, affondato al largo  del Montenegro la notte del 4 novembre del 1994, e per il quale ancora le famiglie delle vittime chiedono giustizia. Donatella Alfieri vorrebbe realizzarne un film, per ora è un cortometraggio realizzato grazie all’Apulia Film Commission.

Che consiglio daresti a chi si avvicina a questo mestiere? Dico a tutti che bisogna provare, questo mestiere non è facile ma se si avvertono necessità e vocazione, allora  bisogna provare. Certo, è un peccato che manchino luoghi di aggregazione e confronto per gli attori, una cosa che esisteva prima in Italia e che adesso è quasi sparita del tutto. In America, ad esempio, attori di grosso calibro ancora si mettono in discussione. Consiglio a tutti di iniziare subito con una buona scuola di teatro e poi di studiare tanto.

Hai dei rimpianti? No, l’unica cosa che mi rammarica è che purtroppo in questo mestiere ci si ritrova talvolta a dover ricominciare daccapo proprio nel momento in cui, dopo aver fatto sacrifici, si dovrebbero raccogliere i frutti. Noi abbiamo insegnato il cinema agli americani, l’Italia è un paese straordinario da questo punto di vista, che ha insegnato il cinema al mondo.

Vuoi dire grazie a qualcuno? Lo dico ai miei genitori che non mi hanno mai ostacolato e che ancora mi aiutano. E poi dico grazie alla mia forza di andare avanti, senza sostegni o raccomandazioni, strumenti che in questo mestiere non servono perché il pubblico è una cartina al tornasole e sa cosa vuole.

Se non fossi stato un attore cosa saresti diventato, avevi un piano B? Non ho mai pensato ad un Piano B nemmeno quando sono arrivato a Roma 20 anni fa e conoscevo solo mia moglie e mia figlia, che era appena nata. Eppure le cose sono andate bene, quindi questo vorrà certo dire qualcosa. Il mio piano B è invecchiare e finire i miei giorni accanto al mare, poter andare a pesca, altra mia grande passione. “Il mare è un diavolo da dipingere” diceva Lautrec, ed è il mare che mi da serenità e che mi fa stare bene.

L’intervista con Vito Facciolla si chiude qui ed il mare torna, ancora, anche nelle ultime battute, con prepotenza. Perché una colonna sonora va dall’inizio alla fine, anche se quella che ha accompagnato la nostra chiacchierata, non conosce note, ma un solo movimento, un solo andamento, quello quasi ipnotico della risacca che bacia Polignano.

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