settembre 21, 2014 | by Emilia Filocamo
Da portiere di un teatro a New York a guardia del corpo di Michael Jackson per una notte. Storia dell’attore Mario Nalini

L’intervista con Mario Nalini, attore e regista americano di origini chiaramente italiane, comincia nel solco della tradizione appunto italiana: tutto, nell’aspetto e nel modo di proporsi di questo attore di talento, si pone come un richiamo sottile, incantevole, al nostro Paese. E non parlo solo del cognome, ma della passione, della voglia di farcela, della capacità di ricominciare daccapo pur di realizzare il sogno di recitare. Mario Nalini, molto conosciuto negli Usa non solo al cinema, ma anche per diverse partecipazioni televisive, dopo aver fatto i mestieri più disparati, dal cuoco al portiere di un teatro newyorkese fino alla guardia del corpo del grande Michael Jackson per una notte, si consegna alle mie domande con il cuore spalancato, come ama ripetermi per confermare la sua italianità.

Mario, sei di origini italiane, suppongo. Cosa c’è di italiano in te, voglio dire cosa avverti di italiano nel tuo modo di essere? «Si, infatti, lo sono da parte di padre, perché mio padre, che era un   musicista di origini siciliane e viaggiava molto. Penso che di tipicamente italiano ho il cuore: quando voglio bene ad una persona, lo dimostro subito, e poi magari, dando tutto me stesso, spesso vengo ferito o deluso, ma so che è tipico di chi ha un cuore come il vostro, come gli italiani. Per farti un esempio, stavo girando il mio film, Principessa, e proprio mentre andavo in cerca delle location giuste, mia moglie mi ha parlato di una panetteria (Palermos) situata a West Palm, in Florida. Bene, ci sono andato, e mi hanno accolto subito come se fossi stato uno di famiglia, mi hanno aperto, anzi spalancato il cuore. Quindi ho trovato la location giusta per fare le riprese, e questo è così tipicamente italiano».

Il tema del Ravello Festival 2014 è il Sud, inteso come modo di essere e di vivere, e non solo come riferimento geografico. Se ti dico Sud, a cosa pensi? «Beh, quando penso allo “stivale”, lo collego subito ad un modo di vivere rilassante e semplice, questo per me è il Sud».

Come hai iniziato questo mestiere? Voglio dire, quando esattamente hai capito che recitare era il tuo sogno ed il tuo destino? Ci racconti brevemente i tuo esordi? «Ho cominciato a recitare grazie a mio padre che era un cantante lirico, un basso, in una produzione del Faust, sono stato scelto come chierichetto e quindi ho diviso il palcoscenico con mio padre per alcune battute. Mi ricordo che ero a New York, alla fine degli anni ’70, l’edificio in cui ci esibimmo, non esiste ormai più, ed è stato praticamente sostituito dal Lincoln Center, ma vedi, trovarsi di fronte a tutta quella gente, davanti ad un pubblico praticamente pieno, per un sold out, mi ha praticamente affascinato al punto da farmi capire che volevo fare solo quello nella vita. Così ho iniziato a studiare agli H.B. Studios di New York, ho fatto i lavori più disparati, perfino il cuoco, mi sono sposato e ho messo al mondo due bellissime figlie, abbiamo deciso di trasferirci in Florida per dare loro un futuro migliore. Poi, ovvio, le cose cambiano e la vita ci mette del suo per metterti i bastoni fra le ruote proprio quando le cose vanno bene, però ho deciso di continuare, di combattere e di realizzare tutti i miei sogni».

Il tuo primo fan? La prima persona che ha creduto in te e nel tuo talento? «La mia dolcissima mamma, che è sempre con me e continua a sostenermi».

Secondo te cosa fa di un attore un bravo attore e cosa, invece, lo rende praticamente eccezionale? «Non deve essere finto, voglio dire, deve risultare credibile per essere anche amato, è come essere stonati, non puoi pretendere di essere apprezzato se vai fuori di tono. Io, per esempio, cerco di dare sempre il massimo, il 110%   e spesso mi lancio e mi propongo in ruoli che molti altri rifiutano o comunque non accettano perché non rientrano nel loro modo di essere e di vedere. Ma le proprie convinzioni, quando si è attori, non dovrebbero essere poi così determinanti, perché davanti alla telecamera non siamo noi stessi, ma siamo altri, e tutte le sfide, se si è attori, vanno prese e raccolte come fossero delle caramelle».

L’incontro o il momento che ti hanno cambiato la vita? «Chiunque sia entrato nella mia vita e che, con un modo di fare molto italiano direi, mi ha acceso dentro e ha vivacizzato la mia vita che era piatta, dandomi il coraggio e la forza di andare oltre i miei sogni».

Il tuo primo lavoro? «Ci sono state tante prime volte, ma quella fondamentale, emblematica, come ti ho detto già è stata dividere con mio padre il palcoscenico del Faust».

Quali sono i tuoi modelli nella recitazione? Anche del passato, ovviamente. «Tutti i grandi, da Marlon Brando a Paul Newman, da John Wayne a Pacino e De Niro, e poi ancora tanti altri. La lista è lunghissima».

Il giorno in cui ti sei detto: Mario, ce l’hai fatta! «Beh, se devo esserti sincero, non me lo sono ancora detto. Molto spesso mi è stato detto, perseguendo questa mia passione per la recitazione, che posseggo quel di più, l’X Factor necessario, ma, credimi, non so bene di cosa si tratti e, sinceramente, non penso a questo».

Hai dei rimpianti? Magari per un lavoro che avresti dovuto accettare e che, invece, hai rifiutato? «Sai, non credo di essere al punto di potermi permettere di rifiutare dei ruoli solo perché sono marginali o secondari, voglio dire, è anche successo, ma solo perché avevo altri impegni o non era il momento giusto, ma mai per il ruolo in sé. Arriverà il giorno forse in cui farò una cernita attenta, incrocio le dita per questo».

I tuoi prossimi progetti? «Beh, stiamo girando Principessa, il film di cui ti parlavo prima. Principessa è una storia d’amore tutta italiana che racconta di Giovanni, panettiere, con un gran cuore che arriva in America per poter guadagnare abbastanza, diventare ricco e garantire alla donna che ama, appunto alla sua Principessa, una vita di agi e felicità. Ma nel film si intrecciano tematiche importanti come la vendetta, la fiducia, la passione, il denaro, la vendetta, l’opera e l’amore per il cibo. Invito tutti, anche i lettori di Ravello Magazine, a condividere la pagina del film Principessa, dove ci sono anche filmati sul making of del film che, successivamente, parteciperà ai maggiori festival del Paese. Tengo anche a sottolineare la partecipazione straordinaria, nel ruolo di protagonista, dunque di Principessa, dell’attrice Elisabetta Fantone che ha appena finito di girare un film importante con Christoph Waltz ed Amy Adams, il nuovo film di Tim Burton Big Eyes. A seguire lavorerò su A Night To Remember, The Fight within e sulla puntata pilota di una serie tutta ambientata a New York sul mondo della boxe».

Sei anche un regista, oltre che un attore. Come armonizzi queste tue due passioni e quale prevale sull’altra più spesso? «Creare armonia quando sono sul set nelle vesti di regista è per me praticamente automatico, essendo innanzitutto un attore, so perfettamente come rivolgermi ad un attore per ottenere da lui il meglio. E, sinceramente, non credo che potrei ottenere gli stessi risultati se non fossi stato appunto un attore».

La persona o le persone che oggi senti di dover ringraziare? «Ringrazio tutti quelli che hanno creduto e sostenuto i miei sogni».

Se non fossi stato un attore, oggi saresti? «Probabilmente sarei stato un cuoco solitario».

Mario, ci sveli il tuo ultimo pensiero prima di andare a dormire? «Penso alle mie battute, ripensare, concentrarmi e lavorare sulle mie battute prima di andare a letto, mi aiuta a memorizzare, è un esercizio importantissimo. Posso aggiungere una cosa in italiano finalmente? Ciao a tutti e grazie a Ravello Magazine per questa bella intervista».

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