marzo 21, 2015 | by Emilia Filocamo
Dai robot anime e Topolino ai fumetti della Marvel e alla collaborazione con Claudio Baglioni: la storia del disegnatore Carmine Di Giandomenico

Un pizzico di bambino, anzi un po’ di bambino, quanto basta, q.b. puntato, come recitano le ricette. È quello che mi viene in mente per raccontare ed aprire questa intervista fatta al disegnatore Carmine Di Giandomenico. Perché solo la felice ingenuità di un bambino, la sua fantasia senza ostacoli e senza costrizioni, ma di un bambino che sta lì, accucciato da qualche parte, in un uomo ormai adulto, intessuto e cucito nell’anima quasi come un fanciullino di pascoliana memoria, possono spiegare o quantomeno rendere “normali” certe meraviglie con le quali un tratto a matita, un tratto veloce, sicuro e di talento, può riempire una pagina anonima e bianca. D’altronde è proprio Carmine Di Giandomenico a confessarlo, quando, raccontando la sua storia fra robot, supereroi, missili e Topolino, afferma di aver utilizzato molti di questi alleati immaginari, come compagni necessari nel momento in cui la situazione lo richiedeva: bastava puntare come un missile buono la matita sul foglio, e sognare. L’intervista è tutta condotta sul filo della fantasia, a metà fra la realtà, spesso spietata, ed un mondo in cui, complici una dote naturale come il suo talento ed una mente piena di iniziative e creatività, ci si può rifugiare e pensare in grande. Ma Carmine è anche un uomo, e la sua risposta, piena di amore, in cui definisce tuttavia il suo sogno più grande, al di là di super poteri ed eroi, quello di essere un buon padre, lo fa crescere in un attimo, completando il suo ritratto, è proprio il caso di dirlo, in maniera egregia.

Cosa disegnava Carmine da bambino e come è nata questa sua passione per il fumetto? Cosa disegnavo? I robot-anime della mia epoca, Goldrake, Jeeg, Mazinga e poi li cancellavo, o meglio scarabocchiavo con segnacci a penna perché simulavo i missili e raggi laser. Il tutto ovviamente con riproduzione degli effetti sonori con la bocca. La passione per il fumetto è nata in maniera sequenziale a piccoli passi, crescendo. Da piccolo ero incantato dai colori, ed il mio primo fumetto,  senza saper leggere, fu Topolino. Poi da li a poco, fui folgorato dall’icona cinematografica di Superman con Christopher Reeve. E piano piano iniziai a conoscere i fumetti di supereroi Editi dalla Corno. Fui catturato dalle forme epiche dei Supereroi disegnati da J. Kirby. E mi divertivo un mondo ad interpretarli giocando. Con il tempo ho iniziato a disegnarli, cercando di poterli riprodurre attraverso il disegno, in modo che potessero essere di compagnia in ogni situazione, bastava solo disegnarli. Con questo gioco è nata la passione per il disegno, e poi successivamente negli anni, è arrivato il gusto di raccontare. La sequenzialità di quest’arte è divenuta Fumetto, cosa che mi preme di più rispetto al bel disegno in se.

Ci racconti, brevemente, i momenti salienti della tua carriera, quelli insomma che ti hanno segnato da un punto di vista professionale positivamente? Dal mio punto di vista professionale è dura. Ogni albo ha la sua storia e la sua emozione. È difficile scegliere. Sicuramente l’esordio nel ‘95 con la miniserie Examen per la Phoenix Enterprise, sceneggiata da D. Brolli. Poi dopo un periodo di stasi ritornare al fumetto con Giulio Maraviglia per la Montego sceneggiato da A. Bilotta. E successivamente la mia unica (per il momento) opera come autore unico: OUDEIS. È una interpretazione tecnologica e psicologica dell’odissea di Omero ed è stato grazie ad essa che sono stato notato in Marvel, iniziando così una collaborazione che dura da 10 anni. Era il 2005. Sicuramente sono legato moltissimo alla miniserie per Marvel ideata, scritta e disegnata da me, co-sceneggiata assieme a Zeb Wells, “Battlin’ Jack Murdock”, miniserie che narra le origini di DareDevil vissute dagli occhi del padre. Altra avventura in Marvel, è stato disegnare Magneto Testament. Una storia sulle origini di Magneto durante l’Olocausto. Un momento intenso e ricco di riflessioni sulla crudeltà dell’uomo. Per me è stato un onore poterla illustrare. E poi Spider-man  Noir, le gesta di un Peter Parker negli anni 30 e Fantasti four #600 che è  l’anniversario dei 50 anni di storia della famiglia di supereroi più famosa del mondo in cui si narravano le gesta ed il ritorno della Torcia Umana. Poi ci sono altre ed attuali pubblicazioni, ma non vorrei essere troppo lungo e noioso perché in fondo anche se piccole o meno rilevanti, sono sempre piccoli pezzi di memoria.

Oltre al fumetto c’è stata un’esperienza altra che reputi importante? Oltre al fumetto l’esperienza che mi ha arricchito di più professionalmente è stata lavorare nel cinema. Ho infatti lavorato per un brevissimo periodo nella realizzazione di Storyboards. E li ho imparato molto sulla sequenzialità, affrontando il tema specifico sul campo. Altra avventura a cui sono legato è stata la collaborazione con Claudio Baglioni per la realizzazione del suo sito PataPàn e successivamente illustrare il libeccio di “Questo piccolo natale in più” fondendomi con l’arte fotografica di Alessandro Dobici. Esperienze professionali che porto nel cuore. Spero di non aver già annoiato.

Cosa contraddistingue, da addetto ai lavori, un fumetto di qualità da uno di qualità discreta o inferiore? Quali sono i “segreti”, se così si può dire, di un fumetto di successo, sia graficamente che da un punto di vista contenutistico? Domanda insidiosa, perché è difficile rispondere. Ogni albo, da chiunque esso sia realizzato, credo debba partire da un presupposto fondamentale: la passione. Ovviamente, se si è giovani ed autodidatti delle carenze o piccole inesperienze si possono notare di più rispetto a chi lavora da più anni. Ma non è questo che fa la differenza. La differenza la fa la sinergia tra immagini e sceneggiatura il rapporto tra questi due binari. Ed il pubblico. È il pubblico che alla fine decide se premiare una storia o l’altra. E non il mercato. Noi operatori del settore, “in generale”, offriamo varie porte da aprire, e starà al gusto del lettore scegliere cosa seguire e se continuare ad aprire le porte successive.

La Marvel è una sorta di fabbrica dei sogni, che genere di emozione ti ha dato lavorare su  personaggi che sono cari a più generazioni e di quale responsabilità ti sei sentito investito? Inizialmente sentivo il peso di questa “responsabilità”, ma con il tempo mi sono abituato a ciò. L’unica responsabilità che sento attualmente è solo nei confronti del rispetto e della fiducia che mi è stata data. Sull’emozione di poter mettere i miei segni sui personaggi epici della mia infanzia, beh, emotivamente è sempre una grande responsabilità con il me bambino.

Ci parli della tua Odissea? E di come è nata l’idea? L’Odissea è nata in un periodo “di stasi” ero senza lavoro, ma la voglia di disegnare e di raccontare scalpitava dentro. E così nelle pause tra pittore edile, riciclaggio di cartoni dismessi, pulizie edili di fabbriche dismesse, ed autolavaggi, la penna ha iniziato a scarabocchiare. Ricordo che il primo personaggio fu Ego, il pupazzo pagliaccio. Poi successivamente Ulisse, ed intorno i pesci volanti… E li ho iniziato a pormi delle domande: chi siete?… E perché assieme?… E perché pesci? Quindi Mare? Insomma mi sono comportato come una bambino curioso in cerca di risposte, ma senza un interlocutore, se non me stesso. Inventando così le risposte con un senso logico. Ecco detta così forse corro il rischio che vengano a cercarmi gli infermieri, ma è nato tutto così con punti interrogativi che ho piegato ad esclamativi. E proprio per queste domande che mi auto-ponevo che ho accostato il personaggio ad Ulisse Omerico. L’uomo perso nel mare per 10 anni. Un uomo che si vede invecchiare senza poter vivere il bene più prezioso, quello di un figlio. Di una compagna lontana. Un uomo che ponendosi delle domande in cerca di risposte logiche, perde se stesso e la sua stessa memoria. Non è un caso che alla domanda posta da Polifemo: Come ti chiami? Ulisse risponda: Nessuno, Nessuno…, non è l’attimo di astuzia, pensata per il suo piano di fuga. È una sua auto confessione con se stesso. Un uomo che ha perso ogni frammento del suo passato che cerca disperso nel mare. Senza meta e senza passato. Un uomo cambiato dalla guerra. Dal sangue e dalla rabbia. Ecco queste su per giù sono state le varie riflessioni che mi ponevo. E che hanno dato origine ad OUDEIS. Oudeis che ho ripreso in questi ultimi 5 anni, per poterlo trasformare in una formula moderna, un Comic-animato, stile gli episodi di Orfani che stanno dando su Rai 4. Un’avventura iniziata con Luca D’Alberto musicista, che spero di portare a termine presto.

Un personaggio che il tuo tratto non ha mai delineato e a cui ti piacerebbe dedicarti? Superman.  Per me il supereroe per eccellenza. È tendenzialmente un Dio, proprio come gli Dei dell’antica Grecia. Potere infinito, ma con le fragilità umane.

Ci parli dei tuoi prossimi lavori o progetti? I miei prossimi progetti sono sempre per Marvel a breve ad aprile uscirà un digital-comics per Ipad con protagonisti gli Avengers. In più a febbraio inizierò a disegnare un episodio di Orfani per Bonelli su sceneggiatura di Roberto Recchioni. Ed inoltre ho un progetto più ambizioso, ma senza presunzione: sto elaborando ed organizzando attraverso la mia associazione Teramo Heroes co.MIX and GAMES, una fiera del fumetto nella mia città, Teramo con lo scopo di riportare qui autori illustri del settore internazionale. Ed un evento al suo interno unico. E per quest’ultima fatica che si vedrà dall’8 al 10 maggio presso il parco della scienza a Teramo, devo ringraziare il Sindaco e tutti i membri del comune, che hanno riconosciuto il valore del progetto e lo stanno seguendo nella sua nascita. Questo sarà un anno 0. Dove il tema saranno “i Supereroi.” 

Il Ravello Festival, a cui il Ravello magazine, è dedicato è un evento internazionale di cui forse avrai sentito parlare, dedicato alla musica ma non solo. Se dovessi improvvisare un fumetto, un’immagine, un disegno legato al festival, come interpreteresti la nostra tradizione musicale wagneriana? La prima cosa che mi viene in mente, considerata la forza della musica wagneriana, è un pianoforte destrutturato, che da forma ad una corazza, ad un guerriero con il braccio elevato al cielo, come se i tasti e le corde dello stesso si fondessero con la carne del soggetto in primo piano. È la prima cosa che ho focalizzato, di getto.

Qual è il tuo sogno nel cassetto? Essere un buon padre.

Il tuo personaggio dei fumetti preferito, al di là di quelli che disegni o hai disegnato? Come ho già risposto prima, Superman e per la DC, per Marvel, DareDevil e in Italia mi piacerebbe Dylan Dog.

Se tornassi indietro cosa rifaresti e cosa no? Nessun rancore o rimorso, e mai voluto tornare indietro. Dagli errori si cresce e ci si auto-conosce sempre di più. Quindi non tornerei indietro.

Parlando di disegno e di artisti, un tuo pensiero per le vittime di Charlie Hebdo? Quello che penso della vicenda, è che un attacco alla libertà di pensiero, che sia cruento o pacato, va condannato. Ma non essendo un autore che abbia mai osato come Hebdo, io non posso essere Hebdo. La mia riflessione non è una dissociazione o denigrazione dalla campagna che ne è scaturita. Ognuno è libero di vivere la vicenda in maniera personale. Ma ripeto, non avendo mai osato, e non avendo mai avuto il coraggio di questi artisti, non potrò mai paragonarmi a loro. Mentre condanno a prescindere l’atto violento che rappresenta qualcosa che non va dimenticato.  

Qualcosa di terribile, penso mentre l’intervista termina, per il quale, come avviene nei momenti topici dei migliori fumetti, ci sarebbe stato bisogno di un semidio, di un nuovo Superman, di un eroe super partes, magari sbucato minaccioso dalle nuvole e capace di disarmare l’odio. E di fermare il sangue.

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