maggio 7, 2015 | by Emilia Filocamo
Dal set campano de Il Ragazzo della Giudecca, l’attore Cristian Stelluti “Ron Howard si è ricordato di me: farò parte del cast di “Inferno” film tratto dal best seller di Dan Brown”

È la seconda volta che ho la gioia e l’onore di intervistare l’attore Cristian Stelluti, artista versatile capace di destreggiarsi con la stessa autonomia e bravura dal set di una fiction a quello altisonante di Rush di Ron Howard, ed ora in quello in parte campano del nuovo film di Alfonso Bergamo, Il Ragazzo della Giudecca, dedicato alla storia di Carmelo Zappulla, film in cui recita accanto a Tony Sperandeo. Erroneamente pensavo di aver scoperto tutto di questo attore, di possedere una sorta di stele di Rosetta per entrare nel suo mondo, per decodificare certi impercettibili movimenti della sua  anima e della passione che da quell’anima trae origine e linfa. Insomma ero convinta di non potermi aspettare più nulla se non qualche postilla sui progetti in corso e su quelli di là da venire. Ma non è stato così. Cristian Stelluti è un work in progress, un “in fieri” di bellezza e talento, di misurata modestia, quella eccessiva talvolta insospettisce, una crisalide che scalcia dall’interno e che già occhieggia al mondo con il solleticante moncherino delle ali che verranno. Cristian Stelluti abbina in maniera interessante il suo essere richiesto su set di spicco ad una radice ancora insicura, vacillante, quella che quasi alla fine dell’intervista mi confessa di avere con il garbo e la spontaneità che gli sono propri. Si definisce un attore in cerca di conferme, ancora, come un bambino che nel momento in cui fa qualcosa, ingenuamente, si predispone a cogliere nell’occhio altrui l’approvazione di un gesto o di un’espressione.

Cristian, ci parli del tuo personaggio ne Il Ragazzo della Giudecca: cosa ti è piaciuto e quali sono state le difficoltà che magari hai incontrato entrando nel ruolo? Il mio personaggio si chiama Bracco e ad esser sincero non sono ancora riuscito a comprenderlo nella sua totalità. Sono un investigatore speciale al servizio del procuratore, interpretato dallo spigoloso Tony Sperandeo. Bracco è complesso, un personaggio negativo, maniacale, disposto a tutto pur di portar un indagine a buon fine. Pensavo di averlo inquadrato come carattere ma in realtà sta venendo fuori strada facendo. Con il regista abbiamo fatto un lungo lavoro, prima e durante il set, l’idea era di lavorare sull’immobilità sia espressiva che fisica, in alcuni momenti mi veniva chiesto addirittura di tenere lo sguardo fisso senza battere le ciglia, un male boia, abbiamo appiattito i cliché, lasciando che l’obiettivo come una lente d’ingrandimento venisse a cogliere le mie intenzioni.

Il film ha una trama complessa, la storia controversa di un uomo braccato, con questo perenne senso di oppressione e di persecuzione: quale pensi possano essere il pregio ed il punto di forza di aver scelto un soggetto del genere? Una sera a cena il regista Alfonso Bergamo mi confessò che il giorno in cui gli presentarono il libro che raccontava la storia di Carmelo Zappulla disse che non era interessato, così lontano dallo stile “Kubrickiano” di Alfonso la vicenda di un cantante neomelodico non rientrava proprio nelle corde di un regista visionario come lui. Poi nei giorni a seguire un’immagine gli si stagliò davanti, in controluce, un po’ come una scena disegnata da Bob Wilson: era un microfono anni 50, stile Elvis per intenderci, al centro delle quattro mura di una cella carceraria. L’arte imprigionata, vessata, mortificata… e così… set fu. 

Il tuo personaggio si interfaccia spesso con quello di Tony Sperandeo: come è stato lavorare con lui? Cosa ti piace e cosa hai potuto apprezzare da questo confronto? Tony è un grande professionista, studia attentamente il suo personaggio e se qualcosa non lo convince o ha dei dubbi su alcune battute comincia a chiedere a fare domande al regista, si infervora, si scervella, arriva anche ad urlare ma alla fine trova sempre la strada per interpretare “onestamente” la sua parte. Lavorare con lui non è stato sempre facile, spesso è nervoso e crea tensione, specie quando vede perdere tempo sul set o se il regista fa ripetere 80 volte lo stesso ciack… Ma forse proprio la tensione è ciò che in genere alimenta i suoi personaggi.

Il clima sul set? Ci racconti una giornata tipo durante le riprese? Alfonso tende a lavorare spesso con le stesse persone e questa sua abitudine non riguarda solo il cast artistico ma la troupe e le maestranze tutte, insomma dal fonico alla truccatrice. Credo perché voglia ricreare un clima familiare, dovuto probabilmente alle sue origini, ai valori di un sud come Salerno in cui legami sinceri e umani esistono ancor prima di quelli professionali. A prova di questo il set è vissuto anche da persone splendide come il padre, il fratello e la compagna del regista.

Cosa ti aspetta dopo Il Ragazzo della Giudecca? Due film in lingua inglese, il primo è “The Minister”, sotto la guida del regista nigeriano Fidelis Bayo, già vincitore di alcuni premi internazionali per la sua opera prima, nel film gli attori saranno tutti di colore, l’unico bianco sarò io e mi chiamerò “Nero”. Il secondo progetto è “Inferno”. Il regista è il grande Ron Howard, che con questo film chiude la trilogia partita dal “Codice Da Vinci”. Il fatto che Ron si sia ricordato di me dal set londinese di “Rush” mi ha riempito di una particolare energia e mi ha reso consapevole che sto seguendo la strada giusta, con le varie difficoltà ovvio ma con una visione più matura e distaccata.

Un motivo, fra i tanti, per il quale vedere questo film? “Il ragazzo della Giudecca” è una storia molto terrena, verace, passionale ma filtrata dallo sguardo attento, minuzioso, insolito del regista, capace di farti entrare nel suo mondo dove niente è lasciato al caso, in cui anche i colori sono uno strumento per portare a compimento l’ingegno dell’opera.

Un pregio ed un difetto di Cristian Stelluti, professionalmente e nella vita di tutti i giorni? Ha bisogno ancora di conferme, alla fine di ogni ciak cerca tra tutte le persone sul set lo sguardo del regista, un po’ come un figlio cerca quello del padre, per coglierne l’approvazione. Fin dall’infanzia sento un occhio giudice che mi osserva e che mi segue ovunque ma a volte la palpebra si chiude lasciandomi il dono di leggere tra le righe della vita e degli esseri viventi che mi circondano, cogliendone così solo i lati più nobili e in armonia con la mia anima.

Una cosa che vorresti dire a Tony Sperandeo e che magari non gli hai detto prima o durante le riprese, non so un complimento, una sensazione, magari anche un “rimprovero” in senso amichevole? Tony, mangia più frutta e verdura!

Sono le ultime parole dell’intervista a Cristian Stelluti. Non credo di sbagliare se penso che, forse, l’attore si sia guardato intorno abbastanza e che, in fondo, non abbia più bisogno di cercare altrove un cenno del capo, un sì, un bravo. Credo che tutte le risposte siano in lui. In fila ordinata. Un tempo erano domande. Molto tempo prima che le disinnescasse, con il talento di un artificiere, da ogni rischio di dubbio.

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