ottobre 25, 2014 | by Emilia Filocamo
Dal teatro con Claudio Bisio al cinema d’autore di Tornatore, Brugia e Bellocchio. Storia dell’attore Sebastiano Filocamo

Questa intervista, forse a parer mio fra le più belle, e spero poi questo parere possa essere condiviso da chi la leggerà, inizia con una richiesta del protagonista, l’attore Sebastiano Filocamo, fra l’altro nel cast di Anime Nere, film rivelazione dell’ultima mostra del Cinema di Venezia. Attenzione, fra me e lui nessuna parentela, solo una fortunata e rara consonanza di cognomi e qualche filamento di gusti e preferenze che farebbe presupporre l’origine, poi esplosa in realtà e destini differenti, da un unico lontano, ancestrale ceppo genetico: entrambi amiamo il cinema, io nel pianeta estasiato dei comuni mortali spettatori, lui come protagonista, entrambi odiamo il caldo e preferiamo scenari opportunamente nordici, lui condensando il desiderio nel suo vivere a Milano, io mal amalgamandolo alla mia vita in Costiera, ed entrambi , lui sicuramente con maggiori difficoltà essendo un artista, risentiamo di una congenita, invincibile timidezza. Comunque, dicevo, questa intervista inizia con una richiesta precisa di Sebastiano Filocamo: scrivere di lui mentre mi parla e mi racconta di se ed evitare assolutamente di rispondere alle mie domande attraverso una mail. E questa richiesta ha un suo significato preciso e complesso: Sebastiano vuole che scriva quello che mi arriva di lui e non quello che mi suggerirà con un testo scritto, vuole, quasi in un gioco di specchi, conoscere l’immagine che delineo dalle sue parole; se mi rispondesse, senza il filtro o spettro della voce e del contatto telefonico, sarebbe già tutto detto e sarebbe la sua versione, non quella nata dal mio pensiero e dalla mia interpretazione. Così cominciamo una lunga chiacchierata, bellissima e piena di sorprese. Sorprese ad ogni angolo di Sebastiano Filocamo, un artista schivo, che non ama la popolarità, quella delle feste e del gossip, quella dell’onnipresenza e dell’essere riconosciuto, ma che ama l’arte e l’essere artista come un valore comunicativo ed educativo, di chi fa per gli altri e non per se stesso.

Sebastiano, voglio cominciare questa intervista chiedendoti di due esperienze importanti della tua carriera, quella sul set di Una pura formalità di Tornatore e quella invece nel film di Federico Brugia, Tutti i rumori del mare. Ci racconti emozioni e differenze? «Sono arrivato al provino di Tornatore un sabato, qualche settimana dopo che ero tornato dagli USA. Avevo vissuto a Providence nel New England, facendo il deejay a Newport, qualche volta l’ assistente fotografo per mantenermi, studiavo inglese alla Brown University e sono rimasto lì per 2 anni. Arrivavo da Caracas dove ero già stato due anni prima, con lo spettacolo Naja di Longoni che aveva vinto il Festival Internazionale di Teatro e quell’anno invece recitavo in Tamburi nella notte di Brecht per la regia di Giampiero Solari. Ma, non amando particolarmente il caldo, mi sono stabilito dapprima a New York e poi a Providence. Al rientro da quella esperienza negli USA, mi ha chiamato l’aiuto regista di Tornatore e ho fatto l’incontro con Peppuccio, così Tornatore viene chiamato nell’ambiente. Cercava una faccia nuova, giovane e interessante. Il provino andò bene e qualche giorno dopo ero sul set. Entrai dunque in un cast di altissimo livello, un’esperienza bellissima, considero Tornatore uno dei più bravi registi internazionali, che mi ha insegnato molto. Lavorare con lui mi ha fatto davvero amare il “fare cinema” Poi sono arrivati tanti altri film d’autore. Sono stato diretto da Placido, Archibugi, Francesca Comencini, Baldoni, Nichetti, Scimeca e tanti altri fino ad arrivare ad Anime Nere di Munzi. Per quanto riguarda invece Tutti i rumori del mare, avendo un ruolo da protagonista che si portava dietro tutto il peso del film ed è stato un duro quanto inestimabile lavoro. Un momento speciale per la mia vita. Mi ha fatto crescere ed ho ottenuto riscontri davvero lusinghieri guidato dalla poetica mano di Federico. Il film, pur essendo un film indipendente, ha tenuto bene in alcune città e girato vari festival. Ho ricevuto ottimi riscontri critici dalla stampa e da personaggi come Gianni Amelio e Ettore Scola che erano in giuria al Festival di Annecy dove il film è stato stato premiato. Con Federico sono nate un’amicizia ed una stima speciali: a lui va sempre tutta la mia gratitudine per aver creduto in me e spero presto di lavorare ancora insieme e forse accadrà, sono in cantiere infatti 2 progetti, e sono presente in entrambi».

Parliamo di un’esperienza più recente: Anime Nere di Francesco Munzi. Come è nato tutto? «Anime nere è arrivato quasi 3 anni fa, periodo in cui feci il primo provino, poi c’è stato un periodo di pausa e, infine, un altro casting la cui responsabile mi conosceva e mi ha infatti chiamato. Avevo letto il libro straordinario di Gioacchino Criaco e ne avevo capito il potenziale. Il mio ruolo pur non essendo tra i protagonisti, incide nell’economia della storia. Dalla diffidenza e titubanza del mio personaggio si scatenano una serie di tensioni che sono importanti per la dinamica del film. Sai, io ho un mio modo di vedere le cose, non amo la popolarità, quella fine a se stessa, ho rifiutato diverse fiction per questo e fatto ben poca televisione. Non a caso, non ho neanche la tv in casa da più di 7 anni. La tv può essere anche qualità ma non deve essere un prodotto seriale, io preferisco interpretare, entrare in un ruolo, nella pelle di un personaggio, in una psicologia che non mi appartiene e farla mia. Questo la tv non te lo permette quasi mai, in tv è più immediato fare te stesso, ed io preferisco interpretare. In Anime Nere tutto questo è stato possibile farlo e stiamo parlando di uno dei più bei film di questi ultimi anni e di cui si parlerà ancora molto. Munzi è un grande talento e una bella persona, capace di lavorare con professionisti e non con la stessa intensità, puntiglioso e coraggioso e tutto il film appare come qualcosa di estremamente necessario. Sul set non c’è stata rivalità tra colleghi, reparti, assolutamente, ma solo aiuto e cooperazione e questa forte componente unitaria credo sia la ragione principale per cui questo film spacca ed arriva dritto al cuore. Anche Aurora Quattrocchi, ad esempio, in questo film fa piccole cose ma è straordinaria. Ho avuto il piacere di lavorare con colleghi bravissimi e questo è già una ricchezza».

Hai esordito in teatro, accanto a Claudio Bisio: come è stato lavorare con lui? «Ho conosciuto Bisio e lavorato con lui in Nemico di Classe, per la regia di Elio De Capitani in cui c’erano anche Paolo Rossi, Antonio Catania e Riccardo Bini. E’ stato il teatro a farmi capire cosa volevo essere e cosa volevo fare, dopo il grande successo ottenuto con i primi spettacoli e ovviamente la popolarità, mi sono reso conto che volevo altro, che quella stessa popolarità, fatta di gente che magari mi fermava per strada e mi chiedeva l’autografo, mi metteva paura. Decisi di non accettare la proposta di Gabriele Salvatores per lo spettacolo Comedians, avevo circa 24 anni, perché il mio obiettivo era fare spettacoli che sentivo dentro,   e che possedevano anche una sorta di denuncia sociale. Sono nati così Bent con Ghini e Zingaretti sul tema dell’omosessualità, della persecuzione e del nazismo e poi Naja di Angelo Longoni con il quale vinsi insieme ai miei colleghi a Taormina il premio come miglior interprete dell’anno. E’ stata un’esperienza importantissima perché considero Angelo Longoni uno dei drammaturghi italiani più interessanti, oltre che un caro amico e un bravo regista. Io sono solito scindere fra amicizia e lavoro, per poter essere imparziale, ma posso dire di aver sempre lavorato con grandi artisti e ad altissimo livello. Sono sempre stato molto critico, ho sempre vagliato tutte le proposte che mi arrivavano, spesso  condannandomi a non pochi problemi economici, ma non sono mai riuscito a fare lavori che non mi stimolassero solo per raggiungere il guadagno o la visibilità. E’ una cosa che mi fa stare male. Così intorno a questo assioma ha ruotato la mia vita artistica e privata».

Ecco, a tal proposito volevo chiederti della tua esperienza teatrale con alcuni pazienti affetti da problemi psichici. Come mai questa scelta così difficile? «Da 13 anni lavoro con La Stravaganza Onlus di cui fanno parte appunto pazienti con disagi psicofisici e sociali. MI hanno aiutato in questa avventura sicuramente l’esperienza con i miei maestri teatrali ma anche i miei studi universitari, ho studiato lettere con indirizzo psicologia e volevo specializzarmi in criminologia perché ciò che mi incuriosisce è la devianza, i perché ed i come ad un certo punto una personalità devia. Il lavoro fatto con queste persone ha ottenuto degli effetti sorprendenti, innanzitutto perché io mi rapporto con loro come persone e quindi senza compassione o tenerezza dovuta al loro disagio e perché pretendo da loro quello che richiedo ad un qualsiasi professionista. Nello spettacolo Ostinati e Contrari – la profezia delle onde mi hanno sostenuto tanti amici importanti, che hanno prestato le loro voci da Claudio Bisio a Maya Sansa, da Ambra Angiolini a Paola Iezzi, fino a Niccolò Agliardi, cantautore e compositore conosciuto anche per le musiche di Braccialetti Rossi. Lo spettacolo era centrato sulla poetica di De Andrè e ha commosso tutti, e ricordo che nei camerini c’era sempre un infinita fila di gente che ci faceva i complimenti. Non a caso Dori Ghezzi ha voluto festeggiare proprio con noi i 70 anni di Fabrizio e siamo stati anche citati fra i 10 spettacoli più importanti di innovazione teatrale. E’ un teatro che lavora molto sul movimento che crea racconti, non potendo fare leva sulla parola, è il corpo che, attraverso un lungo lavoro laboratoriale, esprime emozioni, pensieri, denunce. Adesso vogliamo portare avanti un nuovo progetto di cui il titolo è ancora segreto, parlando di temi importanti quali l’omofobia , gli omicidi di stato, il femminicidio con il supporto di alcuni amici famosi e non ma disposti a coinvolgersi nel progetto. Le parole importanti saranno quelle di un grande poeta, Pierluigi Cappello. Le musiche sono affidate a Andrea Torresani e Giordano Colombo. Per la scenografia Davide Dormino mi ha dato la sua disponibilità e così Maurizio Modica per i costumi. Questo progetto vorrei arrivasse dritto al cuore, in maniera semplice senza troppi intellettualismi. Denuncia e poesia. Siamo circa 24 persone fra volontari e ragazzi ed io ho l’abitudine come già anticipavo di trattarli come perfomers e non come pazienti, mettendoli in contesti diversi dal loro quotidiano, facendoli sentire altri da loro. La cosa che io reputo straordinaria nella vita è fare qualcosa per gli altri e farlo poi attraverso il teatro è una vera magia. Io non ho mai fatto una mia priorità l’essere famoso come cosa fine a se stesso e tutto quello che ho guadagnato, provenendo da una famiglia semplice, l’ho ottenuto con molti sacrifici, onestà e determinazione e questo è uno tra gli insegnamenti che mi piace trasmettere».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «La vita ha diverse tappe per cui : quello con Marco Bellocchio, sicuramente. Lui è un regista che ama gli attori e li rispetta, facendoli sentire importanti. Quando Bellocchio mi ha chiamato ero in un momento di seria riflessione. Lui mi ha aiutato a capire e sgomberare fantasmi e paure. Io sono orgoglioso di aver potuto fare una carriera voluta con tutto me stesso e di aver avuto la fortuna di lavorare con dei grandi maestri e quasi sempre in progetti che rimangono ancora nella memoria del pubblico. Ricordo che ero a Rimini in occasione della presentazione del film Tutti i rumori del mare e ad un certo punto una persona del pubblico mi chiese se io ero lo stesso che aveva fatto Nemico di Classe e Naja e poi, quando glielo confermai, mi rivelò di seguirmi da allora. Bene, io mi sono commosso: quella persona  mi ricordava per ciò che avevo fatto e non per essere magari stato sui giornali. Io sono una persona fondamentalmente timida che addirittura ha difficoltà a partecipare alle stesse prime dei film! Brugia e De Capitani insieme al Teatro dell’Elfo sono le altre tappe fondamentali di incontri importanti nella mia vita artistica».

I tuoi prossimi progetti? «Ho questo progetto a scopo benefico con La Stravaganza in cui coinvolgerò nomi importanti e che sarà fatto per solidarietà e poi i due film di Brugia di cui uno forse sarà girato a Dubai. Poi ho due provini in stand by ma così come all’improvviso è arrivato Tutti i rumori del mare e poi Anime nere credo che potrebbe arrivare tutto il resto. La vita mi ha sempre sorpreso spesso con delle batoste ma a volte con cose magnifiche e spero che ora il vento giri un po’ a mio favore. Sono tuttavia fiero di aver sempre fatto scelte che mi hanno portato dove volevo, dandomi grande soddisfazione: ad esempio ho girato un film in Svizzera, The Journey of Hope premiato con l’Oscar e ricordo la gioia quando ricevetti da Hollywood la lettera con lo stemma dell’Oscar in cui venivo ringraziato per aver partecipato al film. Voglio continuare a dedicarmi a lavori che denuncino la crisi di alcuni valori nella nostra società , la disonestà dei politici e della nostra apatia, del razzismo che si cela dentro molta gente, dell’ipocrisia che si è impossessata di noi alle spalle. Resto una persona non assolutista e se mi offrissero una bella commedia, scritta bene, accetterei. Mi piace sorprendermi e sorprendere. E poi mi piacerebbe essere chiamato per una volta dalla Sicilia, per un lavoro da fare nella mia terra natia. Ho girato a Marzamemi il film Cuore Scatenato, con fra gli altri interpreti Luigi Maria Burruano, ma la chiamata mi arrivò da Milano, quindi ecco, aspetto una telefonata dal Sud».

Un’ultima domanda Sebastiano: a chi vuoi dire grazie oggi? «A questo punto la commozione di Sebastiano è forte e le parole arrivano tremolanti e con difficoltà .Dico grazie a mia madre. Alla mia famiglia. Sicuramente anche ai tanti colleghi e amici che mi hanno sostenuto in questo mio percorso d’attore e di uomo. I nomi non amo farli, non lo trovo elegante. Ognuno è stato importante a suo modo e quindi da ringraziare. Anche i no ricevuti sono da ringraziare. Ma su tutti dico: grazie a mia madre».

La tensione e la commozione si interrompono ad un’ultima richiesta di Sebastiano, molto schietta: «Emilia, ricordi di scrivere e sottolineare nell’intervista che non siamo parenti?». Gli rispondo sorridendo dall’altro capo del telefono: «Consideralo già fatto Sebastiano, già fatto».

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