novembre 26, 2014 | by Emilia Filocamo
Dalla fiction al fianco di Gigi Proietti al ruolo di papà. Essere attore secondo Giovanni Scifoni

Semplicità è la parola d’ordine e la chiave di lettura di questa intervista fatta all’attore Giovanni Scifoni. Una semplicità che si rincorre dal nostro primo contatto fino al sabato pomeriggio in cui  abbiamo appuntamento appunto telefonico. Giovanni Scifoni, spogliato nella mia mente dall’immagine e dal ruolo nel celebre “La Meglio Gioventù”, spogliato anche da quella del vice questore di polizia intabarrato nei maglioni scuri ed a collo alto, così come è apparso nel recente successo televisivo con Gigi Proietti, “Una pallottola nel cuore”, mi appare di una genuinità e disponibilità incredibili. Anche io ci metto del mio, disturbandolo in un momento sacro, quando, come mi confessa appunto con estrema semplicità, è a tavola con i tre figli.

Giovanni, hai studiato musica: in che modo la musica ti ha supportato nel tuo mestiere e cosa ti ha lasciato questa esperienza? Sono decisamente un pianista di scarso talento, nel senso che ho sempre studiato tantissimo e con grande attenzione e meticolosità ma con pochi risultati. La musica mi è sempre piaciuta tanto, ma avevo difficoltà proprio nella lettura della musica stessa, progredivo lentamente e trovavo ostacolanti i compositori più complessi. Così ho cominciato a fare teatro, poi mi sono iscritto e diplomato all’Accademia di Arte Drammatica Silvio d’Amico. Certo la musica è rimasta in me come sostrato, come sostanza, mi ha insegnato a dare corpo e vigore alle interpretazioni e mi ha fatto capire che un personaggio non deve essere solo una riproduzione sterile della realtà, ma deve essere anche bello. È come nella musica: se la musica è solo emissione di suono, allora è musica anche il suono di un clacson, ma poi vanno considerate la bellezza, la complessità della struttura musicale stessa e l’esecuzione o l’interpretazione. Ecco recitare è sublimare la realtà, altrimenti è quotidianismo sciatto, molto spesso richiesto dai registi e dai prodotti televisivi odierni. Ecco, io lamento questa mancanza della recitazione.

Perché diventare un attore? Sei figlio d’arte? Giovanni si abbandona ad una leggera risata. Certo sono figlio d’arte: mio padre è un impiegato e mia madre lavorava a quella che allora si chiamava Usl. Vengo da una famiglia ricca, nel senso di numerosa, siamo 6 fratelli e ognuno di noi aveva qualcosa, fra tanti figli ci doveva essere anche il figlio artista. Magari, se fossi stato figlio unico, mi avrebbero ostacolato, invece essendo in tanti, mi sono potuto permettere di seguire la mia passione. I miei genitori mi hanno incoraggiato ed aiutato nello studio: mio padre ha sempre avuto una grande passione per la narrazione, a tavola, quando eravamo tutti insieme, ci obbligava a raccontare le nostre giornate, o come era andata a scuola. Così ho cominciato con il teatro, poi il cinema, la tv e, successivamente, mi sono dedicato alla scrittura, ho infatti scritto 2 monologhi sulla fede, un valore per me imprescindibile, eredità della mia educazione familiare e punto molto su questo lavoro. E sul teatro, ne ho fatto tanto, anche se la fiction e la tv aiutano molto, perché questo è un buon momento.

Come è stato recitare con Gigi Proietti nella fiction Una pallottola nel cuore? Ce lo racconti? Beh, avevo una piccola parte, quella appunto del vice questore, ma posso dirti che recitare con Proietti è paragonabile al movimento di una pallina in discesa, è facile, facilissimo, ecco lui è così generoso, la sua recitazione è talmente accogliente, che ti ci infili dentro e sei tranquillo. Poi avevo come partner la bravissima Francesca Inaudi, con cui avevo già lavorato a teatro in “Molto Rumore per nulla” di Shakespeare e che considero un’attrice di grande talento.

Visto che più volte l’argomento teatro si è inserito nella nostra chiacchierata, quanto è importante il teatro nel percorso artistico e formativo di un attore? Il teatro per me è importante, se non faccio teatro dopo un po’ mi spengo perché con la tv tendi a fare e ad essere sempre lo stesso e, quindi, hai bisogno di nuove sfide. È come coltivare un terreno sempre con lo stesso tipo di coltura, alla fine, per quanto generoso possa essere quel terreno, diventerà improduttivo. Certo, oggi c’è una varietà di provenienze degli attori incredibile: c’è chi arriva dalle trasmissioni televisive, chi dalla radio, chi dalla veste di presentatore, ma quello che consiglio è di fare sempre il percorso teatro – cinema e non viceversa, perché l’esperienza potrebbe essere spaventosa, traumatica. Dal teatro bisogna partire, non arrivarci. Sapessi quanti colleghi, che fanno il percorso inverso, maledicono di essere sul palcoscenico, e si pentono perché è un’esperienza traumatica.

Il lavoro che ti rappresenta di più o al quale sei più legato? Il mio primo monologo “Le Ultime sette prove di Cristo” che mi ha fatto scoprire tanto sulla recitazione e che per me è stato una sorta di liberazione.

Il complimento professionale più bello che hai ricevuto? Quello di Franca Valeri, della grande Franca Valeri quando è venuta a vedermi. Mi ha commosso il fatto che una donna della sua età e del suo talento venisse in una chiesa sconsacrata, vicino Campo dei Fiori, che salisse tutta la scalinata, piuttosto malmessa e si mettesse su una sediolina insieme a tutto il resto del pubblico solo per assistere al mio spettacolo. Quello per me è stato un complimento immenso.

E l’incontro, invece, che ti ha segnato professionalmente? Quello con il regista Marco Maltauro, un regista romano di grande talento, un artista genuino ed onesto con il pubblico. Quello che mi ha insegnato è di essere sempre sincero e di non raccontare stupidaggini al pubblico.

I tuoi prossimi progetti? Per adesso lavoro un po’ su tutto, perché è un buon momento. Sarò impegnato fino ad aprile in “Squadra Antimafia”, poi sono in “Un Passo dal Cielo”, fiction in cui interpreto uno chef veneto. Sarò all’Argentina nello spettacolo “Ritratto di una capitale”, con Giorgio Colangeli e per la regia di Maltauro sarà la volta de “Il figliol prodigo” a dicembre al Quarticciolo e poi porterò ancora in giro i miei 2 monologhi; sono 5 anni che lo faccio.

Rimpianti? No, non ho rimpianti. Forse più che avere rimpianto per non aver detto qualche si, rimpiango di averne detti a volte troppi. Non rinnego nulla di quello che ho fatto, ma alcune cose, lo ammetto, non erano proprio belle.

Se non fossi diventato un attore, saresti stato? Qual era il tuo piano B? Fare l’attore era il mio piano B! Il mio piano A era fare il fumettista, sin da bambino ne ero assolutamente convinto, adoro disegnare. Poi, però, mi sono imbattuto nella recitazione che mi ha completamente divorato.

Chi è Giovanni Scifoni fuori dal set o dal teatro? Le tue passioni, a parte il disegno, gli hobby? Adoro fare alpinismo e free climbing, ma con tre figli ormai non ne ho più il tempo.

A chi vuoi dire grazie oggi? A mia moglie, lei mi sostiene molto, ma mi pungola e mi critica anche fino allo sfinimento, e questo per me costituisce uno sprone ed un aiuto a cui non potrei mai rinunciare.

L’intervista si chiude qui, durante la chiacchierata con Giovanni Scifoni, più di una volta, ho avvertito in sottofondo, un piacevole vociare di bambini, i suoi figli sono tre e sommano il loro entusiasmo e la loro vivacità. Ma, soprattutto, è sabato pomeriggio e hanno tutto il diritto di reclamare il loro papà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654