settembre 5, 2014 | by Emilia Filocamo
Dalla Mostra di Venezia, Marco Leonardi, talento e fascino mediterraneo, racconta il successo di Anime Nere

Se chi leggerà questa intervista, avrà come me, guardato Nuovo Cinema Paradiso almeno una quindicina di volte, ricorderà due momenti struggenti, due fra i tantissimi momenti struggenti: quando Philippe Noiret, Alfredo nel film, poggia la mano con il guanto senza dita sul volto indimenticabile di Totò da bambino e poi, quando, sollevandola, sotto quei lineamenti infantili si scopre un bellissimo ragazzo dalle labbra carnose e dagli occhi intensi come una gittata di carbone. Marco Leonardi è sotto quella mano coperta dal guanto. Quando lo raggiungo a telefono, sono le 18,00 di martedì 2 settembre: sotto la sua voce accogliente del sud, Marco Leonardi è di origini calabresi, pur essendo nato in Australia, sento il vociare vivace dei suoi figli ed è bellissimo questo contrasto fra il divo e la vita comune in cui è immerso. Marco Leonardi è in partenza per Toronto, per il TIFF, il Toronto International Film Festival, dove il film di Francesco Munzi, Anime nere, in concorso alla 71 esima Mostra del Cinema di Venezia, dopo aver ha riscosso applausi e riscontri lusinghieri, è molto atteso. Cominciamo la nostra chiacchierata con la felice, entusiasmante esperienza di Venezia in sottofondo che ancora lo elettrizza.

Ci racconta di Anime Nere, un film con un cast spettacolare che va da Barbora Bobulova ad Anna Ferruzzo, da Giuseppe Fumo a Peppino Mazzotta ed a Fabrizio Ferracane. Ci racconta dell’esperienza su un set così complesso per la tematica affrontata? «Per questo film le sorprese sembra non debbano mai finire, siamo in partenza per Toronto e quando abbiamo esordito a Venezia, abbiamo ottenuto un parere lusinghiero: Hollywood Reporter, infatti, ha detto che i primi 30 minuti di Anime nere ricordano un film di Luchino Visconti. Ero in vacanza in Calabria quando ho saputo che sia Gioacchino Criaco, autore del romanzo da cui è stato tratto il film che Francesco Munzi, il regista, erano a pochi chilometri da dove ero, ho capito che non potevo farmi scappare un’occasione del genere, insomma avevo il set vicino casa! Allora ho preso l’auto e ho percorso 70 km per raggiungerli, per propormi. Mi avevano parlato bene del libro, l’ho letto e posso dire che è meraviglioso, poi ovviamente ci sono stati i provini e tutto il resto. Ed eccomi qua. Sono felicissimo ovviamente del riscontro ottenuto a Venezia perché Venezia è una grande cosa per un attore. Per me il film ha già vinto, qualsiasi cosa verrà dopo è un di più ed è bene accetta, ma ottenere applausi, consensi come quelli che abbiamo ottenuto noi dopo la prima proiezione, ti assicuro che non è una cosa facile».

Come nasce la sua passione per il cinema? E’ stata casuale oppure ben ponderata? «Faccio questo mestiere da quando avevo 3 anni, parlare di passione a quell’età mi sembra eccessivo. In realtà ho accontentato ed assecondato la passione di mio padre, una passione che lui ha riversato su di me. All’inizio ho fatto piccoli ruoli, delle particine, fino ad arrivare ormai ad una cinquantina di film. Con la maturità arrivano poi anche la consapevolezza e la certezza di ciò che si vuole fare da grandi. In seguito c’è stato Nuovo Cinema Paradiso con Tornatore che mi ha traghettato verso   altri ruoli importanti, come nel film Come l’acqua per il cioccolato di Alfonso Arau, che pur non ottenendo l’Oscar come Nuovo Cinema Paradiso, è stato uno dei film più visti di tutti i tempi. Penso a C’era una volta in Messico, con Banderas, e poi ancora Dal Tramonto all’alba 3, i Cinque Sensi,  e a tutte le collaborazioni con attori del calibro di Johnny  Depp e molti  altri. Questo mi ha fatto nascere il desiderio di restare a Los Angeles, dove appunto ho vissuto 9 anni, poi sono tornato in Italia, mi sono sposato, ho avuto dei bambini, ed eccomi qui».

L’incontro che le ha cambiato la vita, professionalmente intendo? «Sai, non c’è stato un solo incontro, ma c’è stata tutta  una serie di incontri. Sicuramente quelli con Tornatore ed Alfonso Arau sono stati importanti e hanno segnato per me un momento di svolta. Ma penso anche al film di Marco Risi in cui ho interpretato Maradona: ecco quella è stata un’esperienza che mi ha arricchito e dato tanto. Innanzitutto è stata un’esperienza molto difficile, così come è sempre difficile non solo interpretare un personaggio così importante, emblematico e controverso, ma soprattutto ancora vivente. Io non volevo creare sul set una caricatura di Maradona, quindi è stato complicato, ma il riscontro del pubblico mi ha fatto capire che ero andato nella direzione giusta».

Si è mai immaginato in un’altra veste? Voglio dire, se non fosse diventato un attore, cosa sarebbe stato? «Assolutamente no! Ho sempre fatto e conosciuto solo questo mestiere. Sono nato con questo mestiere, poi se devo fantasticare, ok, potrei immaginarmi come avvocato. Ma davvero, è solo una forzatura».

I suo prossimi lavori? «Ho un ruolo in Squadra Mobile di Valsecchi e poi altri progetti sui quali, purtroppo, essendo ancora in corso ed in via di definizione, non posso anticipare nulla. Per adesso mi preparo a partire per Toronto   perché c’è grande attesa in America per questo film, per Anime Nere. L’America è stata sempre attratta dalle storie di Mafia, se pensiamo al Padrino ne abbiamo un esempio emblematico. E poi in questo film c’è un senso di fraternità e di unione che agli americani è piaciuto molto».

Lei è un uomo del Sud, ed il tema del Ravello Festival 2014 è il Sud. Quando le dico Sud, lei a cosa pensa? A cosa lo associa? «Innanzitutto ospitalità, accoglienza. Per molti e per molto tempo il Sud è solo stato mafia e problemi, ma è un luogo straordinario, una culla di intelligenza, di cultura e di talenti che il mondo ci invidia. E poi è crogiuolo   di tanta nobiltà, di famiglie con una storia straordinaria alle spalle, se pensiamo ad esempio alla Calabria e alla Sicilia.  E penso alla bellezza del nostro Sud, ai nostri paesaggi straordinari».

Cosa augura oggi al nostro cinema, al cinema italiano? «Gli auguro di cuore di tornare a quello che era e  , soprattutto, di continuare sulla strada del cinema d’autore. La 71 esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ha visto la presenza, eccezionale e straordinaria, di tre registi di grande calibro: Munzi, Costanzo e Martone. La vittoria di Sorrentino è già stata un bel segnale. Mi auguro che si torni alle condizioni di una volta, in cui si facevano solo storie impegnative ed in questo noi italiani siamo dei grandi».

A chi vuole dire grazie oggi? «Dico grazie alla mia famiglia, a mia moglie e ai miei figli, perché mi sostengono e perché stanno vivendo con me questa favola, da Venezia a Toronto. Ma sono soprattutto importanti perché sono loro a garantirmi in questo ambiente l’entusiasmo e l’equilibrio necessari. L’intervista si chiude e, immagino, da qualche parte, anche una delle valigie con cui Marco Leonardi porterà a Toronto le sue cose, oltre al suo straordinario talento».

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