settembre 9, 2016 | by Emilia Filocamo
DALLE PUBBLICITÀ AL SET DI CARLO CARLEI: STORIA DELL’ATTORE STEFANO APICELLA

Ci sono amori che non conoscono soste e che, se proprio fisiologicamente devono imbattersi in una di queste “pause”, di questi bui dell’azione, li fronteggiano senza arrendersi. Ci sono amori che superano le difficoltà, i paletti imposti dalla logica, dalla tipico refrain dell’ “è giusto così” per seguire la direzione che hanno in mente da sempre. Stefano Apicella, l’attore Stefano Apicella è l’emblema di questo assunto: un amore sconfinato per la recitazione, per il proprio mestiere, che poi chiamarlo mestiere è quasi un tentativo di triste svilimento, e tanta caparbietà; una bellezza, la sua, dai canoni particolari, spesso ravvisati come limitativi nell’ambito di determinati ruoli ma, nel contempo, un lasciapassare di grande responsabilità. Raggiungo Stefano Apicella al telefono per farmi raccontare quello che sarà della sua carriera nei prossimi mesi; si è sempre un po’ in bilico fra sogno e realtà con gli artisti, è una prerogativa a cui sembra che io abbia fatto l’abitudine, ma non è così. Mi affascina il loro barcamenarsi fra dubbi, inquietudini ed attese spesso lunghissime per poi scoprirsi già un attimo dopo fuori da ogni incertezza grazie al primo copione che si spalanca.

Stefano, a cosa stai lavorando in questo momento e, soprattutto, dove ti vedremo? C’è in uscita un film che avrà come protagonista Flavio Parenti e nel quale ho un piccolo ruolo, uscirà in Italia entro il 2017, è un bel lavoro, molto interessante. Poi,  entro la fine dell’anno, su Rai 1, uscirà Il Confine di Carlo Carlei, dove ho un altro ruolo.

Come sei approdato al cinema e alla tv? Qual è stato il tuo percorso? Io arrivo dal teatro, ho studiato il metodo americano. Prima su Roma, poi mi sono spostato per un periodo a Milano dove, per certi versi, è molto più facile lavorare.

Molti artisti mi hanno parlato di questa sostanziale differenza fra Roma e Milano: dal canto tuo come la vivi e come la interpreti? Sai Milano è tutta tv e pubblicità, a Roma se sei parte integrante del circuito delle pubblicità poi hai difficoltà ad inserirti ad esempio in quello delle fiction. Li vedono come due settori a parte, una cosa è l’attore di cinema e una cosa è quello di pubblicità, hanno questa sorta di pregiudizio forse. Poi c’è anche da dire che i provini per i ruoli importanti sono davvero pochi.

Come è stato lavorare con Carlo Carlei? Lui è un grande, ha una sensibilità spiccata e particolare. Il suo modo di vedere e di concepire sia il set che i personaggi costituisce un unicum, almeno qui in Italia.

Le difficoltà del vostro mestiere sono piuttosto note e palesi. Cosa ti spinge ad andare avanti e a credere fermamente in questa tua passione? L’amore estremo per questo lavoro, senza di quello non si va   avanti, poi certo ci sono le cosiddette pause ma quelle non devono scoraggiare perché se si va giù, anche solo per un istante, è finita. Bisogna avere pazienza, forza, fiducia, basta un attimo per andare a fondo.

Sei molto attivo mi dicevi nell’ambito delle pubblicità: cosa ti aspetta in questa direzione? Ho fatto vari spot da protagonista, 4 solo per Mediaset Premium nel 2013, poi per la Kenwood, e dal 12 settembre per ben 3 mesi sarò nel nuovo spot della Carrefour con la regia di Davide Gentile, uno spot che esula un po’ dai canoni italiani e somiglia molto a quelli americani. Ma mi sto muovendo bene anche all’Estero, grazie ai miei tratti orientali sono stato scelto per uno spot di alcuni centri commerciali del Qatar.

La bellezza quanto ti ha aiutato e quanto invece ti ha ostacolato? Nel cinema e nelle fiction non mi ha aiutato molto perché ho la fisicità del protagonista che mi condiziona tantissimo mentre torna utile per la pubblicità. Certo riesco ad essere estremamente duttile e versatile, in questo senso sono capace di cambiare molto.

Nella scelta del percorso artistico hai avuto il sostegno della tua famiglia? Assolutamente, i miei mi hanno sempre dato tanta fiducia, sicuramente erano preoccupati per le incertezze connaturate a questo mestiere ma ho avuto la fortuna di riuscire sempre a lavorare. Mia madre forse ha affrontato la cosa in maniera più razionale, mio padre invece mi ha sempre sostenuto tanto.

Qual è un tuo pregio, professionalmente parlando, e su cosa, secondo te, dovresti ancora lavorare? Sicuramente di positivo ho il dono che, una volta arrivato sul set, mi estraneo completamente, non penso più a nulla, e mi concentro solo su quello che devo fare anche perché, altrimenti, sarebbe tutto innaturale. Qualche blocco che ancora dovrei superare è di sicuro dovuto alla mia fisicità, ma ci sto lavorando.

Il complimento più bello che hai ricevuto? Quando i registi si rendono conto che, appunto, non sono solo fisicità ma che ho anche un buonissimo talento.

Cosa ti porti del teatro nei tuoi lavori in tv o al cinema? Il teatro ti rapporta al pubblico in un modo che è unico ed impagabile, straordinario, ti proponi totalmente, anche e soprattutto con il corpo. Nel cinema, ovvio, non c’è lo stesso rapporto ed in quei pochi secondi devi dire e dare tutto.

Ci racconti una tua giornata tipo divisa magari fra set, hobby, passioni? Scrivo molto, ho lavorato ad un testo teatrale con la Prestinari al quale stiamo rimettendo mano proprio in questo momento, ho lavorato anche come aiuto regia con Alessandro Prete, che è un attore incredibile, dieci anni fa studiavamo insieme. Leggo tantissimo: la mattina mi alzo, corro a digiuno, leggo sempre 3 o 4 pagine di un libro e poi lavoro su un testo o su un personaggio, è fondamentale in questo mestiere l’osservazione, anzi direi che è tutto.

Il tuo rapporto con la musica? E sei mai stato al Ravello Festival? Ho studiato al Dams, ho sostenuto esami sulla storia della musica, è una componente essenziale della mia vita, della mia quotidianità. Non sono mai stato al Ravello Festival, ma ho dei ricordi bellissimi delle mie estati ad Amalfi.

A chi vorresti dire grazie oggi? Oggi lo direi a mio padre, devo tutto a mio lui e dico grazie ad Alessandro Prete e ad Ilza e Siddharta Prestinari. E poi grazie anche a mio fratello, dal quale ho avuto sempre un grande supporto: lui è una persona molto concreta, fa il pilota dell’Alitalia, che fa il pilota dell’Alitalia. Io, invece, sono l’unico artista in famiglia.

L’intervista con Stefano Apicella si chiude qui e una volta riattaccato, mi viene spontaneo e naturale pensare che, in fondo, non è solo suo fratello a possedere di diritto e per lavoro di un paio di “ali”, meccanico lasciapassare verso il cielo. Le ali di Stefano stanno cucite sottopelle, infilate in un angolo del cuore e non temono soli troppo vicini dai quali distanziarsi in tempo opportuno.

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