settembre 3, 2014 | by redazione
Daniele Gatti, wagneriano per vocazione: “Nel Paese dell’audience sostenere la classica è un atto di democrazia”.

Nell’ultimo mese di programmazione del Ravello Festival 2014, ancora tanto spazio dedicato alla musica classica. Appuntamento imperdibile quello di sabato (6 settembre, ore 19.55): il Belvedere di Villa Rufolo infatti, accoglierà il ritorno nella Città della Musica, dopo otto anni, di Daniele Gatti, direttore italiano tra i più apprezzati a livello internazionale, alla guida della gloriosa Orchestre National De France che ha recentemente festeggiato i suoi primi ottanta anni di attività. Gatti torna a Ravello e al Festival dopo aver diretto nel 2006 l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. Il programma che verrà eseguito dall’ONF concede spazio ad uno degli autori più amati dalla compagine, il Ravel onirico de “La Valse”, ma anche al vorticoso Stravinskij de “L’uccello di fuoco”, brano riservato a poche grandi orchestre. Si celebra il migliore sinfonismo classico, infine, con la “Pastorale” di Beethoven. Quest’ultima pagina beethoveniana sarà dedicata da Gatti e dalla ONF a Claudio Abbado.

Nel giugno del 2013 il Maestro Gatti diresse l’Orchestra del Maggio Fiorentino senza percepire compenso. In quella occasione rilasciò a “La Repubblica” (cfr. repubblica.it, 6 giugno 2013) un’intervista a tutto campo sullo stato della musica classica in Italia che riproponiamo di seguito partendo proprio dal perché di quel gesto. «Me l’ha suggerito il cuore perché non è facile fare il musicista, tanto più nelle condizioni in cui si trovano adesso i teatri italiani. Spesso quando una recita salta per sciopero, c’è chi mi chiede il perché: in fondo, dicono, quello del musicista non è un lavoro, ma un hobby. Questa opinione è il frutto di un handicap culturale radicato in un Paese dove si pensa solo all’audience. La classica invece, per forza di cose, si rivolge a una nicchia di appassionati e questo fa sì che chi tiene i cordoni della borsa pensi che si possa fare a meno della musica. È il rischio che si corre contando solo sui finanziamenti privati: mi auguro invece che lo Stato italiano non si tiri indietro nei finanziamenti. Perché sostenere la cultura non è un diritto ma un dovere fondamentale dello Stato. E giova alla democrazia».

Come vive il podio? «Non con ansia né con lo spirito dell’autoincensarsi, forse perché ho cominciato molto presto. Non mi reputo affatto un dio, ma sento che il padreterno mi chiede di essere responsabile di quello che faccio, perché chi ha scritto queste meravigliose musiche è accanto a lui in paradiso. Dirigere non è uno spettacolo: il bello del festival wagneriano di Bayreuth, dove da qualche tempo sono di casa, è che il direttore non si vede ma si sente solamente. Certo, la gestualità induce a comprendere meglio la musica, a patto che non sia fine a se stessa. L’idea di un direttore condottiero può essere eccitante per il pubblico, ma fa perdere di vista la missione vera del musicista. Invece oggi qualsiasi esecuzione è vissuta come sfida non dichiarata tra gli interpreti: c’è un peccato veniale in chi la esegue poiché non si cerca l’emozione del pubblico. A Bayreuth, ad esempio, stanno attentissimi al rispetto dei tempi wagneriani, e poi magari nei teatri tedeschi ci si permette di allestire Rigoletto con Saddam. La cultura tedesca ha travalicato il buonsenso della messinscena conservando però in modo pedante la tradizione esecutiva».

Ma oggi anche il concerto classico sta diventando sempre più uno show. «Se il metro di giudizio fosse l’atletismo, allora dovrei iscrivermi in palestra». Su quali elementi si basa il rapporto tra direttore e orchestra? «Il rispetto reciproco, più che l’amore. Perché l’amore va e viene, il rispetto invece rimane e lo si ottiene solo se c’è una reale preparazione. Il professore d’orchestra ha bisogno di essere guidato, di avere qualcuno che gli dica non cosa deve fare, ma che direzione prendere. E se tutto questo emerge con chiarezza, il risultato c’è».

La sempre maggiore disponibilità di registrazioni audio e video rischia di allontanare il pubblico dal concerto dal vivo? «L’esperienza dal vivo è insostituibile, le registrazioni sono semplicemente la testimonianza del percorso di un artista. La musica ascoltata a casa prevede una grande libertà di fruizione, mentre dal vivo lo spettatore deve sempre fare i conti con la predisposizione d’animo di quel momento e deve dunque assumersi una forte dose di rischio. Quando ti abboni ad una stagione, scegli i concerti in base all’entusiasmo suscitato da determinati brani in programma. Però magari quando arrivi al giorno stabilito è crollata la borsa o hai graffiato la macchina e la voglia di sentire quel che prima ti andava tanto, ora non c’è più. Tant’è che a Parigi abbiamo ipotizzato delle serate a sorpresa: il pubblico arriva a teatro e non sa ciò che sarà eseguito».

Oggi andiamo sempre più veloci, mentre autori come Wagner o Mahler richiedono un’attenzione troppo prolungata per i nostri ritmi. «Invece è importante sapersi prendere due ore di pausa dai ritmi pazzi della vita quotidiana spegnendo smartphone e tablet. Invece le nuove generazioni sono schiave di questi oggetti, ormai non parlano più se non per via telematica e addirittura in alcuni auditorium del nord Europa ogni poltrona ha il suo iPad tramite il quale mandare pareri sul concerto in tempo reale».

Wagner e Verdi sono i poli intorno a cui ruota la sua carriera. «Verdi è stato il mio amore di gioventù, avendo studiato al Conservatorio di Milano e frequentato la Scala, luoghi dove aleggia il suo spirito. Sono arrivato a Wagner da due strade diverse: il Romanticismo tedesco e il Novecento di Schönberg e Webern. Oggi sono un “Wagner addicted”, non posso farne più a meno, ho bisogno di eseguirlo. Al termine delle sei ore dei Maestri cantori a Zurigo, avevo voglia di ricominciare daccapo, stavo bene psicologicamente e fisicamente. Ero sereno».

Come ha reagito quando l’hanno scritturato a Bayreuth? «Fu la mia assistente a comunicarmi che Wolfgang Wagner richiedeva disponibilità per quattro estati, dal 2008 al 2012. Ed io: cosa vogliono? Non pensavo certo che chiedessero a me, terzo italiano dopo Toscanini e Sinopoli, di dirigere nel teatro di Wagner, e addirittura il Parsifal. Furono i professori dell’orchestra di Dresda, zoccolo duro di quella di Bayreuth, a patrocinare la mia candidatura che poi Wolfgang Wagner ha accolto».

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